My two Italies. Joseph Luzzi e i valori che marcano la vita

Il libro My Two Italies di Joseph Luzzi, premiato studioso di letteratura italiana e  professore d’italiano al Bard College di Annandale-on-Hudson, nello Stato di New York, costituisce la base dell’articolo che s’incentra su usi e tradizioni contadine, che trasmettono valori e principi attraverso generazioni e che hanno marcato la nostra esistenza.
Il libro di Luzzi -disponibile in inglese, e speriamo presto anche in italiano- che è stato recentemente presentato a Politics and Prose racconta della sua esperienza di bambino e ragazzo cresciuto in una famiglia calabrese emigrata negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’50, con tradizioni e usi italiani o, meglio, calabresi.

Anche altri autori, come ad esempio Jerre Mangione in La Storia: Five Centuries of the Italian American Experience, hanno analizzato l’esperienza dell’emigrazione italiana in America, Luzzi, però, si riappropria del proprio passato e riflette su come gli usi e le tradizioni contadine abbiano marcato, in senso positivo, la sua esistenza. Lo scrittore racconta come da giovane, si sentisse a disagio con quegli usi e tradizioni italo-calabresi, ingombranti lungo la strada intrapresa per diventare un vero americano; ma anche come, in età  matura, rivisitando il proprio passato, sia riuscito a riconoscere la sofferenza e la solitudine della scelta di vita da emigranti fatta dai suoi genitori e realizza che la sua vita è stata caratterizzata proprio da quei valori che aveva osteggiato. Per questo ora ha voluto celebrare l’eroismo e l’insegnamento dei suoi genitori.

Nel ripercorre la sua esperienza Luzzi si accorge che coesistono due Italie, un tema che molti hanno studiato. In effetti, le contraddizioni italiane sono numerose: il nord sofisticato con i curatissimi paesaggi lombardi o toscani contrapposti al sud terroso e povero; l’amore per la cultura, la passione per l’arte, il cibo, e la famiglia che convivono con la mancanza del sentimento d’italianità e il lento disgregarsi della società civile; la bellezza che si mescola al degrado; l’Italia che produce Dante, Michelangelo e un esercito di altri illustri artisti e pensatori, ed altrettanti scellerati individui che prosperano soprattutto nella vita politica.
Il genio che va a braccetto con la corruzione, l’Italia, patria del diritto, ma Paese in cui la frase giolittiana: “le regole per gli amici s’interpretano e per i nemici si applicano” costituisce una radicata pratica;  il rifiuto di una società senza regole che si contrappone all’auto-referenzialità di uno stile di vita spontaneo; il dualismo tra coloro che rispettano le leggi e i cosiddetti furbi.

L’esperienza di Luzzi non è certamente unica e non è solo una caratteristica degli emigranti. Si ripete in modi diversi nei fenomeni di urbanizzazione di tutto il mondo, fenomeni che la globalizzazione ha accentuato attribuendovi  nuovi significati. È un’esperienza che appartiene a tutti coloro che crescono in una famiglia ricca di tradizioni che sono alla base dell’educazione familiare; a coloro che, addirittura, arrivano a fuggire pur di realizzare sé stessi, quasi in opposizione al sistema della famiglia stessa, ma che poi, raggiunta la maturità, ricercano il senso della propria esistenza, riflettono sulle loro esperienze e le influenze familiari, e ritrovano i principi e i valori che sono insiti negli usi e tradizioni e il patrimonio culturale e sociale che rappresentano. Ci si rende infatti conto –come accade a Luzzi – che la vita vissuta è il prodotto della formazione ricevuta proprio in quella famiglia abbandonata.

My Two Italies stimola, così, il ricordo delle mie esperienze, simili ed, al contempo, diverse.
In tal senso, la famiglia calabrese è sostituita da una famiglia –e soprattutto una madre- abruzzese che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, lascia la vita rurale per la Capitale.
Una famiglia impregnata delle tradizioni della vita contadina che si è trovata catapultata in quell’Italia degli anni ‘50 e ‘60 protesa verso la ricostruzione e la crescita economica e sociale. Mentre  io, irrequieto e non riuscivo ad accettare quel modo di pensare che sentivo stretto e che osteggiavo, rivendicando la mia  libertà.
Nella mia esperienza, il ricordo ripercorre le tante massime e i numerosi proverbi che mia madre dispensava e che hanno caratterizzato gli anni della mia infanzia e della mia giovinezza e, che come racconta Luzzi, rappresentavano quel mondo con il quale non ero in sintonia.

Ripensando ora al chi risica non rosica mi sorprende che una madre con l’istruzione della terza media fosse in grado di sintetizzare con tanta efficacia interi trattati di letteratura, filosofia, ed economia. A quella cantilena dalla quale da ragazzo volevo separami si aggiunge il monito: chi è causa del suo mal pianga sé stesso!.

La logica della  libertà combinata alla responsabilità personale si arricchisce poi di altre frasi che la mamma spesso ripeteva: chi ha gambe e lengua arriva fino a Merlenga, vale a dire che con la volontà si possono raggiungere le mete più alte ed inimmaginabili, e l’aggiunta del detto la necessità aguzza l’ingegno o aiutati che Dio ti aiuta fa sì che si possa rifiutare l’ineluttabilità del destino e ci si renda consapevoli che l’uomo è il primo artefice del proprio futuro, che le opportunità si presentano inaspettate e bisogna saperle afferrare, che non ci si deve abbattere di fronte alle avversità e alle disavventure, ma guardare avanti, pur sapendo che si è sempre sottoposti a un disegno superiore: l’uomo propone e Dio dispone.

Anche la  libertà ha i suoi limiti e le sue regole, ad esempio: non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te e così la società con le sue istituzioni che non possono applicare in modo meccanico premi e castighi, ma devono aiutare a comprendere, dare fiducia, facilitare il raggiungimento della felicità: la prima si perdona, la seconda si bastona, devono favorire prove ed esperimenti:sbagliando s’impara e consentire l’inclusione sociale, vale a dire l’accesso a diritti e opportunità. Queste impostazioni, rafforzate dall’insegnamento della scuola, incidono profondamente sulle scelte di perseguire la conoscenza. 

Nei fatti e nelle parole i miei genitori cercavano spesso di rammentarmi l’esigenza dell’applicazione e del fare un lavoro serio, professionale:la gatta frettolosa fece i gattini ciechi oppure di non trarre conclusioni premature sulla base di segnali incerti: una rondine non fa primavera e di operare in modo cordiale e rispettoso: con le buone maniere si ottiene tutto.

Naturalmente dall’esperienza contadina veniva anche un continuo e martellante invito al risparmio e a bandire lo sperpero:comportati da formica e vivrai da cicala, una massima che deriva dalle favole greche, ma che contiene la semplice formula della crescita e del benessere. Analogamente impara l’arte e mettila da parte porta  il messaggio di investire sulla conoscenza, e sullo sviluppo professionale. L’invito alla moderazione, all’umiltà e l’appello contro cupidigia e ingordigia, invece, venivano da proverbi come: chi troppo la tira la spezza; chi troppo vuole, nulla stringe; non si  può avere la botte piena e la moglie ubriaca; la superbia andò a cavallo e tornò a piedi; chi si accontenta gode, anche se, contemporaneamente era ricorrente il monito a valorizzare se stessi, a farsi rispettare, a non piegarsi ai soprusi: Frà Modesto non diventò mai Priore e chi si fa pecora, il lupo se la mangia.

Ricordo che da bambino, non sempre troppo disciplinato, entrai con mia madre in un negozio di cristalli, bicchieri, e simili. La curiosità di toccare portò all’inevitabile rottura di alcuni pezzi di un servizio esposto e mia madre dovette pagare il prezzo del servizio rotto. A quei tempi non esistevano carta di credito e assegni e mamma si dovette privare dei contanti che portava con sè e che aveva destinato ad altri scopi. All’uscita l’infuriata reazione e qualche scapaccione furono le modalità per far intendermi che si è responsabili delle proprie azioni e il suo monito suonava forte: chi rompe paga e i cocci sono i suoi! Questa esperienza si allinea con l’esigenza di essere credibili e affidabili nei rapporti con altri: ogni promessa è debito o con la necessità della chiarezza e delle trasparenza alla base della fiducia e che permette a una società  di operare e crescere: patti chiari e amicizia lunga.

Ripercorrendo le massime e proverbi derivanti dalla tradizione contadina abruzzese mi rendo conto che provengono dalle generazioni più lontane, che sono il prodotto di esperienze secolari ed universali, che derivano da una profonda conoscenza pratica della natura umana e delle sue azioni.  Come racconta Luzzi nel suo libro, anche io giunto alla maturità comprendo quanto quei proverbi siano validi e attuali nella nostra società ed altresì mi rendo conto che pur essendo intimamente rifiutati erano anche inconsciamente assimilati: sono entrati nella mente e hanno marcato l’esistenza.

Ed ancora di più scopro che il complesso di quei proverbi e massime fa emergere valori e principi incentrati sulla libertà dell’individuo e favorisce la creatività di tanti geni artistici italiani. Però la libertà non è anarchia, sopraffazione o rifiuto delle regole e delle  libertà altrui e tantomeno è fine a se stessa. È  libertà fondata sulla responsabilità personale, sul lavoro e sul sacrificio, ma anche sulla critica e sul dissenso, protesi alla realizzazione di valori morali nella società, strumento per la ricerca della conoscenza e il raggiungimento della felicità. Questa sostanziosa accezione della  libertà non limita la creatività anzi l’asseconda, come vari esempi contemporanei mostrano.

Mi viene in mente che i molti proverbi e frasi della tradizione italiana –che si ritrovano con accenti diversi e cadenze dialettali in tutte le regioni italiane-  hanno l’equivalente in analoghi frasi americane: when there is a will there is a way, oppure do not take no for an answer sottolineano la forza dell’individuo e della sua volontà; your freedom ends where my freedom begins indica i limiti della  libertà personale. Three strikes and you are out sottolinea, insieme al you break it, you own it, l’altra faccia della libertà: la responsabilità. Il  learning by doing evidenzia l’esigenza della conoscenza convalidata dalla pratica.

Tale circostanza non solo aumenta la validità e il riconoscimento dei proverbi italiani, ma fa comprendere che una società fondata sui principi e sulla pratica della libertà con responsabilità porta sviluppo e benessere, e fa riflettere che i depositari originari dei valori di  libertà provengano dal vecchio mondo.

Insomma, analogamente all’esperienza di Luzzi, anche il mio passato si confonde con il presente e mi accorgo del paradosso dell’essere passato dal rifiuto alla scoperta e addirittura alla celebrazione di usi e tradizioni che sottendono valori e principi. Valori e principi che, adottati e radicati, certamente non eliminano contraddizioni e carenze, non creano la società  perfetta,  nè assicurano che quei valori e principi non siano disattesi, disapplicati, traditi, come è accaduto e accade, ma costituiscono dei punti di riferimento nelle decisioni e nelle scelte, stimolano il loro rispetto, facilitano le relazioni individuali e permettono di raggiungere il benessere individuale e sociale.  

In tale prospettiva, il filo conduttore e unificatore delle due, tante e diverse Italie che Luzzi identifica sono proprio quei valori e principi di  libertà, responsabilità individuale, sacrificio e creatività che la famiglia calabrese porta con sè come del resto quella abruzzese o quella di tante altre regioni e paesi d’Italia che hanno lottato per una vita migliore. Dunque  la sintesi dei dualismi italiani va costruita riconoscendo (non in senso retorico, ma con pratiche, regole e meccanismi istituzionali) che la grande caratteristica e unicità degli italiani è la diversità di vivere applicando principi, valori e regole comuni.

Diversità di amare e curare valori come la cultura, il cibo, l’arte, fondati sull’individuo e la sua capacità  di realizzare il suo potenziale.
Il principio di  libertà, coniugato con la responsabilità individuale e condiviso,  permette infatti di valorizzare le diversità come forza e non come divisione e di ricostruire il tessuto economico e sociale deteriorato.

 

Pietro Masci

Pietro Masci

Pietro Masci è professore all’Istituto Studi Europei (ISE) di Roma e membro del Collegio dei Revisori dei Conti dell’Associazione Mondiale della Strada (AIPCR). Nella sua carriera ha viaggiato in tutto il mondo e soprattutto in America Latina, Europa e Nord Africa. Ha vissuto in Italia, Francia, Inghilterra e Messico e per oltre 25 anni negli Stati Uniti, dove attualmente risiede. E’ membro di Politics and Prose, Independent Bookstore and Coffee House, dello Yale Club e di Amigos de las Americas di Washington, DC. Collabora con periodici nazionali. E’ esperto in materie economiche e finanziarie ed e’ interessato a temi culturali, sociali e politici, in particolare a quelli della conoscenza, incertezza e complessità, e all’introduzione di appropriate politiche pubbliche.

Commenta

clicca qui per inviare un commento