Il teatrino della spontaneità e la libertà delle regole

Un paio di anni fa, all’aeroporto di Fiumicino, mi accingo a prendere il volo della United Airlines per Washington. Il volo fa ritardo e la United dà a ciascun passeggero un buono per consumare ai bar dell’aeroporto.
Contrariati per il ritardo, pressoché tutti si dirigono verso le postazioni bar. La maggior parte dei passeggeri sono turisti americani che rientrano da un soggiorno in Italia. La fila per spendere il buono è abbastanza lunga, però non c’è molto altro da fare.
Ad un certo punto un signore con il suo buono in mano, completamente indifferente alla fila, va dritto alla cassa. Mi rivolgo ad alta voce al signore – che peraltro mi appare un italiano- che procede spedito verso la meta della cassa e ad alta voce:

Hey! There is a line

Il signore non mi degna di attenzione e continua a puntare diritto verso la cassa. Mi sento infuriato e sto quasi per urlare, stavolta in italiano. La persona in fila davanti a me si gira, mi guarda con atteggiamento sorridente, ma fermo e risoluto e anche un po’commiserevole e mi dice:

“What are you talking about… We are in Italy”

Sconvolto dalla risposta di un americano che in qualche modo sembra giustificare il mancato rispetto delle regole, replico balbettando:

Well…but…..did you see…there is a line”

L’Americano di Fiumicino mi dà una risposta secca:

“This is Italy, my dear! Do not try to change it!”

Ammutolisco sconcertato. Le frasi della persona in fila davanti a me sono come pugnalate. Non capisco la logica di quelle affermazioni, soprattutto pronunciate da un individuo che dovrebbe rappresentare la quintessenza del rispetto delle regole e l’intercalare my dear non addolcisce la durezza, anzi equivale all’affermazione “non capisci niente”.

Dopo alcuni mesi torno in Italia.

Come di consueto, vado a trovare gli amici al Ministero dell’Economia e l’appuntamento, normalmente verso le 17, è a Piazza Sallustio, angolo con via Collina. Piazza Sallustio è una rotonda attorno agli Horti Sallustiani, un angolo signorile ed elegante dove ci sono varie attività commerciali, tra cui un ristorante di prim’ordine, un gelataio rinomato, un fine e sofisticato restauratore di mobili. Piazza Sallustio è senza dubbio uno degli angoli più caratteristici e raffinati della Roma umbertina.

Parcheggio la mia Vespa e aspetto l’amico. Un’attesa tranquilla, piacevole, senza fretta, godendo la brezza primaverile tipica di Roma. Da turista. Armeggio con il mio smartphone e quasi per caso alzo gli occhi. E mi accorgo che attorno a me, in uno spazio pur ristretto, accadono cose particolari, spontanee e uniche.

È esilarante e piacevole osservare la signora del terzo piano che manda giù un cestino con la corda e il formaggiaio che lo riempie di cibo e bevande. La signora tira sù, ringrazia ad alta voce; e rimanda giù il cestino con il pagamento.
È curioso osservare il negoziante che spazza fuori dal suo negozio polvere e altra roba, getta acqua, pulisce la parte del marciapiede davanti al suo ingresso e trasferisce il tutto nei tombini laterali ai marciapiedi.
Un automobilista in cerca di un parcheggio gira continuamente attorno alla storica rotatoria e, distratto dall’infruttuosa ricerca, è disattento ai pedoni, mentre l’altro che ha parcheggiato regolarmente lungo il marciapiede -pagando il biglietto a tempo- già sa di farlo a suo rischio e pericolo perché, quando dovrà uscire, sarà costretto alla lunga ricerca di colui che ha lasciato la propria macchina in doppia fila bloccandogli l’uscita. E allora ecco i mugugni e il clacson suonato all’impazzata facendo un rumore assordante che, finalmente, dopo vari minuti vede arrivare il proprietario della macchina in doppia fila che, nel migliore dei casi, abbozza uno “scusi” tra i denti o, il più delle volte s’infila seccato nell’auto, mette in moto e se ne va lasciando di stucco l’eroico automobilista che ha parcheggiato secondo le regole.
Il fusto arriva con la potentissima moto, intravede un spazio, sale sul marciapiede, spegne il motore, e inizia il rito di togliersi il casco e il giubbetto, sistemarli nel bauletto, chiudere il bloccaruote e andarsene rassettando la folta capigliatura.
E c’è persino il magliaro che ferma la macchina -naturalmente in mezzo alla strada lasciando solo un pertugio per il passaggio di altri automobilisti- mi offre vestiti e giacche nuove che mette in una larga busta con il marchio di una famosa casa di moda chiedendo in cambio una somma, in contanti, lasciata alla mia buona disposizione. Di fronte alla titubanza, lo scaltro magliaro si offre di accompagnarmi al più vicino bancomat per prelevare denaro. Mi debbo ricordare di essere prima aceto e poi vino, come diceva un vecchio saggio per non cadere nel trabocchetto; dico: “ho solo due euro” e lui fugge scandalizzato dall’ingratitudine.

Quando il mio amico arriva mi trova raggiante e sorridente: “Ti trovo bene! -mi dice- ti sei riposato in America!

Replico, “Beh, è che stando qui si assiste a uno spettacolo senza pagare il biglietto!”. E lui risponde: “È un teatro che diverte chi non ha niente da fare!”, una frase dura, ma vera.

Osservare l’incredibile moltiplicarsi di scene ed eventi non mi coinvolge: sono un turista e assisto a uno spettacolo; e questo stato mi richiama alla mente l’Americano di Fiumicino che è venuto a godersi il teatro italiano. In effetti, ciò che è accaduto nell’arco di quel quarto d’ora a Piazza Sallustio è davvero un teatro  (che debbo dire si svolge con spontaneità e senza volgarità) che si ripete continuamente in tanti altri luoghi di Roma e d’Italia. Tuttavia, mi viene da pensare che nei quartieri più popolati e frequentati le stesse scene alle quali ho assistito in Piazza Sallustio si accentuano e danno vita a eccessi e degrado.

Penso allora a un esperimento. Vorrei trovare in America un posto più o meno equivalente a Piazza Sallustio e osservare cosa succede. Vivendo nell’area di Washington, individuo due luoghi: Barnes and Nobles (B&N) a Bethesda e Dupont Circle a Washington D.C.

L’area della libreria di Barnes and Nobles a Bethesda è ampia, piena di attività, negozi.
La rotatoria di Dupont Circle, al centro di Washington D.C., costituisce un ambiente diverso da quello di Barnes and Nobles, ma ugualmente vibrante.

Mi fermo per circa mezz’ora nella piazzola di fronte a Barnes and Nobles, tra Bethesda Avenue e Woodmont Avenue ed osservo con la stessa disposizione psicologica e lo stesso atteggiamento mentale che avevo a Piazza Sallustio. Il posto è vivace, frequentato da molti individui che passeggiano, parlano sottovoce, entrano in libreria, parcheggiano la macchina negli appositi spazi pagando regolarmente il parcheggio, spesso grazie ad un apposita app nello smart-phone, prendono una bibita al chiosco. Il parking enforcer con l’uniforme gialla e lo sguardo severo controlla i tempi di parcheggio, e la sua macchinetta sforna multe non appena individua irregolarità.
Le auto che circolano si fermano per far passare i pedoni, i ciclisti e addirittura gli altri automobilisti. Chi entra nei negozi, si guarda attorno, apre la porta e se c’è qualcuno nelle vicinanze lo invita a passare avanti e non lascia la porta, che potrebbe colpire il prossimo arrivato. Nel negozio, ci si mette in fila, e non è raro che la persona davanti ti sorrida e ti chieda se non sei prima di lui!
Torno di nuovo all’angolo di Barnes and Nobles di sera, la vita scorre tranquilla e uguale a quella del giorno: non accade nulla di inusuale che richiami l’attenzione.

Analogamente, nello spazio di Dupont Circle, persone siedono nelle apposite panchine e vicino alla fontana; leggono il giornale; chiacchierano sottovoce; giocano a scacchi; camminano. Qualcuno va in bicicletta. Qualche mendicante riassetta la “sua” panchina dove presumibilmente ha passato la notte.
Mi viene da pensare al 2006, dopo la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio, quando io e un mio amico italiano andammo -con la macchina scoperta e la bandiera italiana- a festeggiare per le strade di Washington, compreso Dupont Circle, suonando il clacson. Forse quello costituisce l’unico evento inusuale che Dupont Circle ricordi.

L’Americano di Fiumicino, quando ha ribattuto in modo brusco e imprevisto alla mia richiesta, in realtà stava godendosi, da turista, l’ultimo spettacolo teatrale prima di tornare nel suo paese. Ai suoi occhi costituivo un pericolo perchè stavo cercando di eliminare lo spettacolo, ed introdurre regole. L’Americano di Fiumicino trovava attraenti il caos e la mancanza di regole, ovvero il contrario di quello che vive in America, perché erano la fonte del suo temporaneo divertimento! Le regole e la calma come quelle di Barnes and Nobles e di Dupont Circle è ciò che l’Americano di Fiumicino vede ogni giorno: per lui catapultarsi nella spontaneità e nel teatro reale di Piazza Sallustio e di tanti altri posti analoghi è un godimento, che forse solo l’Italia gli può dare.

Ho raccontato ad un amico americano che conosce bene l’Italia la storia dell’Americano di Fiumicino: è scoppiato in una risata irrefrenabile ed ha detto: “Hai ragione! Il parallelo tra America e Italia è geniale”. Però ha aggiunto che dal punto di vista degli italiani ”deve essere triste”.

La mancanza di principi e regole uguali per tutti rimane invece una delle caratteristiche principali degli italiani. Esiste la convinzione che ognuno può fare ciò che desidera, senza limiti. Addirittura molti credono che si tratti di uno stile di vita spontaneo. Ma questa spontaneità sta portando ad eccessi, volgarità, degrado e criminalità che rendono il vivere quotidiano duro,  non sostenibile e suscitano tristezza e depressione.
Mi chiedo se la spontaneità  -un fattore positivo, simbolo di libertà e inventiva, che favorisce innovazioni e cambi che generano sviluppo e benessere- riesce ad emergere solo nelle situazioni in cui mancano le regole, oppure è possibile anche dove queste regole ci sono?
E mi rispondo che spontaneità e regole non sono in contraddizione fra loro come potrebbe apparire ad un esame superficiale: le regole non impediscono la creatività, anzi. Il paese dell’Americano di Fiumicino, dove le regole al servizio di principi sono chiare e rispettate, produce in in ogni campo -scientifico, letterario, industriale- una enorme e sorprendente quantità di innovazioni e brevetti ed ha il reddito più alto del mondo. Insomma, le regole che favoriscono spontaneità di qualità e crescita economica. Ovviamente anche l’America non è un paese perfetto, ma ha introdotto meccanismi e criteri che aiutano ad individuare soluzioni per una vita più appagante.

E la vera soluzione, nel fondo del mio cuore lo so, sarebbe cercare di far convivere la spontaneità di Piazza Sallustio con il rispetto di regole, creatività e innovazione.

 

Pietro Masci

Pietro Masci

Pietro Masci è professore all’Istituto Studi Europei (ISE) di Roma e membro del Collegio dei Revisori dei Conti dell’Associazione Mondiale della Strada (AIPCR). Nella sua carriera ha viaggiato in tutto il mondo e soprattutto in America Latina, Europa e Nord Africa. Ha vissuto in Italia, Francia, Inghilterra e Messico e per oltre 25 anni negli Stati Uniti, dove attualmente risiede. E’ membro di Politics and Prose, Independent Bookstore and Coffee House, dello Yale Club e di Amigos de las Americas di Washington, DC. Collabora con periodici nazionali. E’ esperto in materie economiche e finanziarie ed e’ interessato a temi culturali, sociali e politici, in particolare a quelli della conoscenza, incertezza e complessità, e all’introduzione di appropriate politiche pubbliche.

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