Sing another song, boys. Michael Ackerman e Lorenzo Castore ad Interzone

Lo sforzo alla Sisifo di comprendere almeno a pezzettoni il mondo che ci circonda e le sue logiche, non certo il Big Bang o i buchi neri, è un’avventura senza fine che può accompagnare un artista tutta la vita, e magari anche oltre, e la si porta avanti con ostinata applicazione, tuttavia ci sono momenti in cui sarcasticamente si può arrivare a pensare: “Basta, cantiamo un’altra canzone, ragazzi, sento che adesso di questa ne ho davvero abbastanza”. Il titolo che abbiamo nascosto in questa frase ipotetica è il titolo della mostra di due importanti fotografi del nostro tempo e anche, più a monte, il titolo del brano di Leonard Cohen, tratto dallo storico live all’isola di Wight, Sing another song, boys.  Attestato il legame forte che unisce i due artisti alla musica, di cui restano solo due appassionati fruitori, ma con tutta la capacità di accarezzare e assaporare il senso manifesto e riposto di certi brani, che di certo li ispirano profondamente, va subito aggiunto che l’esposizione a due che è in corso alla romana galleria Interzone fino al 25 settembre nel circuito di FotoLeggendo 2015 non è né casuale né la prima esperienza in tal senso. La prima fu Fedeli alla linea, nell’ormai lontano 2003, negli spazi del Klub Alchemia a Cracovia in occasione della III edizione del Krakow Photomonth Festival. I due, Michael Ackerman (Tel Aviv, 1967) e Lorenzo Castore (Firenze, 1973) si erano conosciuti però due anni prima, nel 2001, e subito saltarono agli occhi le loro affinità: Ackerman veniva da New York ma era stato anche in India, due luoghi assolutamente cruciali anche per Castore, ed in quel momento erano diretti entrambi in Polonia – Castore a Gliwice, nella Slesia, Ackerman a Katowice, poco lontano. Si diedero appuntamento in quella regione, dove entrambi fotografavano molto, perché evidentemente erano attratti da caratteristiche simili, dei luoghi che visitavano. E poi  amavano e amano la stessa musica ed hanno entrambi la testa rasata. Spiegato così il motivo del loro incontro, favorito da Elena Ceratti dell’Agenzia Grazia Neri che curava il lavoro di Michael e gli aveva organizzato appunto la mostra alla FNAC di Milano, va detto, riprendendo la riflessione semiseria d’apertura, che nella carriera di due fotografi che indagano con occhio vorace e sensibilità eccitata la natura dei luoghi che visitano e della fauna umana che vi incontrano, alterando a dovere la percezione per spolpare le apparenze e far sgorgare fuori una qualche verità, arriva prima o poi il momento in cui si rivolge l’obiettivo verso di sé e verso i propri affetti, per scavare anche nel coacervo di nodi e frammenti emotivi che è la memoria personale e familiare e rintracciare anche in questi materiali dei baluginii di quel mistero, di quelle rifrazioni dell’identità, di quegli slittamenti di senso e ispessimenti del tempo che producono un surplus di senso. È sempre la stessa canzone o è un’altra? Si tratta comunque di vestigia dell’umano o forse la chimica delle associazioni si carica di qualcosa di ancor più ineffabile? Probabilmente si crea una metafisica particolarmente magnetica, nell’assemblare un cloud (come si dice adesso) di immagini quali quelle esposte attualmente da Interzone. D’altronde questi due fotografi sono segnati da un nomadismo intellettuale che non li lascia assestarsi in maniera stanziale in nessun luogo, nonostante si dichiarino entrambi desiderosi di un senso di appartenenza e perfino di un senso domestico. Vivono spesso nell’incertezza su dove costruirla, questa base, o su dove spostarla, e questa lotta interiore è sicuramente il portato di una vocazione esplosa in modo prorompente da giovani, quando i fotografi – probabilmente non solo loro –  scoprono sia la loro fisicità, il non essere cerebrali ma dotati piuttosto di un ben addestrato istinto, come afferma Castore, sia la necessità di scovare altri mondi, di interpretare diverse realtà ogni volta sfidandole con diversa attitudine. Sentirsi a casa può allora significare soprattutto trovarsi insieme a persone che abbiano una certa comunanza nel sentire. Ed eccoli, allora, gemellati in diverse avventure, da quindici anni.

I due percorsi hanno anche le loro differenze, ma in questa mostra sia i temi trattati sia le scelte tecniche sembrano operare in direzione di una simbiosi, con riferimenti che si intrecciano evocando fantasmi ed evoluzione, cresita personale ed evocazione dell’interiorità.

Tra foto a colori e in bianco e nero, ma senza contraddizioni o tensioni formali, la cinquantina di foto fa esplodere una intimità irrisolta per chi guarda – che non può, non deve penetrare in alcun tipo di racconto o illustrazione didascalica – ma pregna di un’esistenza (quella di questa sorta di famiglia professionalmente allargata) che è devota alle declinazioni più pensanti dell’essere. Dai tempi del trasferimento da Tel Aviv a New York, a 7 anni, non c’era più stato un viaggio, per Ackerman, fino a quello, folgorante, in India, dove tornò poi altre volte, sempre visitando quella Varanasi le cui suggestioni lo portarono a vincere nel 1999 il Nadar Award per il libro End Time City, e sono le sue foto di allora a farci sentire oggi in modo corposo il perché: la vita e la morte sono separate da una membrana sottile, naturale, che predispone ad essere altrettanto aperti a quella passione spirituale, una membrana che secondo Ackerman può essere giusto il tramite della fotocamera, la protezione del mezzo, che garantisce quella distanza quasi da osservatore-antropologo senza cui magari certe emozioni possono essere insostenibili, come anche visitando Auschwits, come lui stesso argomenta, con alle spalle una famiglia segnata dall’esodo dall’Europa Orientale a seguito dell’Olocausto… New York invece è la città migliore, ha dichiarato Castore, e sempre per motivi biografici: è il luogo dove il padre ha vissuto per tanti anni ed è la meta del suo primo viaggio, appunto col genitore, e sempre lì iniziò a fotografare scoprendo la sua attitudine street e guadagnando così i primi soldi.

Ma anche Ackerman ha prodotto a New York buona parte delle sue immagini enigmatiche, scolpite spesso con una luce impossibile, nelle strade, nei nightclub e nell’area portuale, e poi ancora a Times Square, in un secondo momento, ma ovunque ha esplorato forme, angoli e figure alla ricerca di un riverbero della sua ansia e dei suoi dubbi personali. La fotografia si offre perciò come mezzo ideale per mantenere o ricreare in qualche modo ciò che manca, con una peregrinazione che conduce in luoghi in cui l’occhio può esprimere l’inesprimibile. E con l’obiettivo del reportage si possono valicare gli steccati, “entrare in ogni comunità e fare mio ogni gruppo”, spiega l’artista, come quando nel 1997 iniziò il progetto Smoke, con un cantante di nome Benjamin, a Cabbagetown, una zona popolare di Atlanta, o come quando si decise a seguire la scia dei suoi antenati tra Germania e Polonia fiero del suo istinto anarchico ereditato dal nonno, ostile ad ogni forma di autorità e scomparso tragicamente nel gorgo più disumano della Seconda Guerra Mondiale. Ed il nonno è presente nella raccolta di immagini in mostra, con una foto d’epoca che dialoga con le altre visioni in cui, meno tipicamente del solito, il linguaggio sgranato o blurred di Ackerman ci propone apparizioni che danno ragione del sentirsi persi dovunque. Qui invece emerge proprio il senso di radicamento, ma sfumato, messo in dubbio dall’incertezza circostante, o documentato in modi che svaporano il presente mostrandone la fragilità e l’indeterminatezza, sia nella composizione rettangolare di fotocopie di orginali d’epoca ritraenti dettagli di vittime dell’Olocausto (confermando la compresenza di tecniche diverse, tutte analogiche e padroneggiate con disinvoltura da entrambi, compresa la camera oscura, così essenziale pe Ackerman nel decidere la luce e la tensione dell’immagine, e a volte gestita a quattro mani con Castore, dimostrando una grande vicinanza intellettuale), sia negli scatti fantomatici e invernali, con imperfezioni ai margini, dedicati a lapidi spazzate dal vento in Polonia e semicoperte di neve, tra alberi scheletrici, con un linguaggio potentemente impressionista. Il malessere permanente resta nelle composizioni di foto panoramiche in interni sbilanciati tra ordine apparente e desolazione senza nome, con l’albero di Natale accanto alla postazione di accoglienza in uno dei piani di un albergo ex sovietico mentre, nella foto sottostante, un uomo giace buttato lì, nudo, su un letto, in una scena di rara alienazione identitaria, si suppone in una delle stanze che si aprono sull’allucinato corridoio visibile nello scorcio della foto sopra. “Molte delle persone fotografate sono quelle che hanno la capacità di mettersi a nudo – afferma Ackerman – esprimendo ciò che io non posso esprimere da me”. In quest’altra canzone, il mondo in decadimento si fa da parte e lascia emergere alcuni dei frammenti di cui si compone la memoria, ammantati di un’aura nostalgice che è il frutto dell’applicazione in camera oscura di procedimenti atti a rendere visibile la pietas o il carico di vissuto mezzo abraso. E, non troppo sorprendentemente, in questa costellazione sono presenti anche tranci di mistero, come la facciata monolitica e oscura dell’Hotel Centrum accostato alla foto del bimbo che riposa su una ampia superficie disadorna, coperta appena da un lenzuolo con delle pieghe che increspano un vuoto ambiguo, tra il rassicurante e l’inadeguato.

L’enigma lambisce dunque anche gli affetti, anche se in misura diversa, non ad esempio quando gettano il loro sguardo limpido da un trepido altrove custodito come un tesoro, mostrando la compresenza delle diverse dimensioni.

Castore non è da meno nelle sue ragioni e pulsioni, nel seguire ossessioni e domande ricorrenti amplificandone l’eco senza mai diventare il cliché di se stesso, ovvero senza cristallizzarsi in ciò che il pubblico si aspetta da lui ma restando duttile rispetto alla specificità dei diversi contesti. La discriminante da rispettare è la ricerca, un’esigenza che è brama di introspezione ma che, in un gioco infinito di rimbalzi, permette di giungere a conoscere anche il mondo esterno. Ackerman è convinto che si tratti di una dialettica; Castore invece, più giovane, sente che il primo obiettivo è già fondamentale, da non dare per scontato, al punto di affermare che per lui la scelta della, e anche il percorso nella, fotografia è stato “come una psicoanalisi, non solo del vissuto, ma anche della mia genetica”. Il non sentirsi sicuri di ciò che si fa può essere un prerequisito fondamentale per stare nel presente, imparare e godere dell’imprevisto, che è un altro importante cardine: “la sorpresa e la coincidenza sono una grande lezione della fotografia, da traslare a tutti gli aspetti del vivere quotidiano. Occorre elasticità, capacità di adattamento”. E allora, questi nodi personali (come il cancro alla gola per cui il padre si è operato ed il suo successivo viaggio a Carbonia, una cittadina mineraria sorta nello stesso anno di nascita del padre) e l’universale che si sprigiona dai messaggi anche impliciti che passano nel rapporto con gli altri, generano coincidenze, e questo garantisce di avere cose da dire in relazione all’esperienza reale della vita. Quando nel 2001-2002 realizzò la serie a colori Paradiso a L’Avana, a Cuba, e a Mexico City, in Messico, fu per una ricerca sul colore, ma quel lavoro, con quel “mosso” dovuto all’illuminazione notturna caratteristica e al colore non decorativo o descrittivo, influenzò la percezione del suo lavoro. Oggi, invece, il puzzle di tutti i suoi lavori gli garantisce un’identità artistica più sfaccettata: non è quello della Leica o della Polonia o dello sfocato o del bianco e nero, ma un autore che ricrea la sua unicità in ogni impresa, perché ogni sfida merita questo. E infine questa “bellezza inaspettata” dell’“identificarsi in tutto” porta all’atto di fair play documentato da questa mostra di sussurri indefiniti eppure concreti, che guardano dentro dopo aver lungamente cercato se stessi fuori; è un modo di corrispondere alla generosità con cui gli altri ci concedono di essere fotografati, offrendo anche il loro tempo. È un aspetto particolare del mettersi in relazione con le persone e le cose che si fotografano. E se questa mostra può essere considerata un autoritratto, perché, dice Castore, “c’è mio padre, la figlia di Michael, il mio migliore amico, sua moglie e anche la mia, la figlia di mia moglie… c’è anche un bambino che non so chi sia, ma è biondo e alla sua età ero biondo proprio come lui… c’è una donna che ha una lupa tatuata sulla spalla ed io sono venuto a vivere da Firenze a Roma quando avevo 8 anni”, allora ecco che le visioni livide, l’impeto di emozioni estrapolate da diversi tipi di buio appaiono legati invece ad angoli di tane di intellettuali come loro due, con scaffalature ricche di volumi attraenti, sfarinate in un colore seppia, anch’esso tutt’altro che realistico o descrittivo. Quando Ackerman dice che ha evitato il colore tutta la vita, ma che era arrivato il momento di conoscerlo davvero, per arrivare ad amarlo moltissimo, dice qualcosa che pertiene allo spazio soggettivo che si sovrimpone all’oggettività più piatta, qualcosa che riguarda la capacità di raccontare attraverso sventagliate di immaginario; conferma così che lui cerca di sfuggire alle trappole della realtà, conservando però un legame con il reale, e probabilmente parla anche per il suo compagno di cordata, “perché le immagini non sono invenzioni ma punti di incontro”, e in questa raccolta di fantasmi persistenti e ruvide dolcezze, e presenze palesate tra i silenzi profondi, e la contrastata scultura di giovani mogli che tengono in braccio i loro bei pargoli, il passaggio di un elefante in un padiglione spettrale di uno zoo polacco, il colore primaveril-onirico di adolescenti che giocano arrampicati  tra i rami di alberi fronzuti, padri fotografati seduti nudi e vaghi nella penombra, si crea un punto di incontro tra i due, e si crea una complicità anche con l’osservatore, tanto da poter chiamare ancoraggi questi sfuggenti punti fermi, e tanto da poter far sentire anche noi a casa, finalmente, a cantare questa canzone di Leonard Cohen.

il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre, laureato cum laude in Sociologia ad indirizzo comunicazione con una tesi su cinema sperimentale e videoarte, accanto all'attività giornalistica da pubblicista (arte, musica, cinema) mantiene pervicacemente la sua dimensione da artistoide, come documentato negli anni dal suo impegno nella pittura (decennale), nella grafica pubblicitaria, nella videoarte, nella fotografia (fa parte delle scuderie della Galleria Gallerati). Nel 1997 è risultato tra i vincitori del concorso comunale L'Arte a Roma e perciò potè presentare una videoinstallazione post-apocalittica nei locali dell'ex mattatoio di Testaccio; da allora alcuni suoi video sono nell'archivio del MACRO di Via Reggio Emilia. Come scrittore, ha pubblicato il libro fotografico "Esterno, giorno" (Edilet, 2011), l'antologia avantpop "Elucubrazioni a buffo!" (Edilet, 2015) e "Ritorno A Locus Solus" (Le Edizioni del Collage di 'Patafisica, 2018). Dal 2017 è Di-Rettore del Decollàge romano di 'Patafisica. Ha pubblicato anche alcuni scritti "obliqui" nel Catalogo del Loverismo (I e II) intorno al 2011, sei racconti nell'antologia "Racconti di Traslochi ad Arte" (Associazione Traslochi ad Arte e Ilmiolibro.it, 2012), uno nell'antologia "Oltre il confine", sul tema delle migrazioni (Prospero Editore, 2019) ed un contributo saggistico su Alfred Jarry nel "13° Quaderno di 'Patafisica". È presente con un'anteprima del suo romanzo sperimentale Progetto NO all'interno del numero 7 della rivista italo-americana di cultura underground NIGHT Italia di Marco Fioramanti. Il fantascientifico, grottesco e cyberpunk Progetto NO, presentato da il7 già in diversi readings performativi e classificatosi 2° al concorso MArte Live sezione letteratura, nel 2010, è in corso di revisione; sarà un volume di più di 500 pagine. Collabora con la galleria Ospizio Giovani Artisti, presso cui ha partecipato a sei mostre esponendo ogni volta una sua opera fotografica a tema correlata all'episodio tratto dal suo Progetto NO che contestualmente legge nel suo rituale reading performativo delle 7 di sera, al vernissage della mostra. ll il7 ha quasi pronti altri due romanzi ed una nuova antologia. Ha fatto suo il motto gramsciano "pessimismo della ragione e ottimismo della volontà", ed ha un profilo da outsider discreto!

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