Frankenstein a Baghdad. Ahmed Saadawi e la metafora di una guerra infinita

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Colui che non ha nome, il Come-si-chiama è un assassino sanguinario, terribile, inafferrabile.

A lui vengono attribuiti decine di omicidi avvenuti nei quartieri di Baghdad; su di lui indaga il Dipartimento di Monitoraggio e revisione, diretto dal generale Surur Muhammad Majid, un apparato segreto che utilizza negromanti ed indovini per prevenire le esplosioni e gli attentati che ogni giorno devastano la capitale.

Frankenstein a Baghdad (traduzione dall’arabo di Barbara Teresi, Edizioni e/o) di Ahmed Saadawi, iracheno, è una continua metafora.

Bastano poche pagine per rendere il lettore incapace di discernere che cosa sia reale e vero, dai sogni, dalle fantasie, dalle finzioni, dalle menzogne. E dalle storie. Innumerevoli, dettagliate e ripetute all’infinito da Hadi, il rigattiere, un ubriacone trasandato. È reale la vedova Elishua, piccola,  raggrinzita e miope, che passa il tempo osservando e parlando con l’immagine di San Giorgio e il drago. E Mahmud al-Sawadi, il giornalista che sta facendo una carriera fulminea grazie alla benevolenza e agli insegnamenti del suo direttore, farà bene ad essergli così affezionato e riconoscente?

A Baghdad non passa giorno che non ci siano esplosioni. Dalla città stanno fuggendo tutti quelli che possono. Chi rimane si impadronisce delle case e dei mobili rimasti incustoditi, come fa Faraj, il sensale. Non c’è legge, non c’è ordine. Non c’è senso.

Nel quartiere popolare di Batawin, la vedova cristiana Elishua abita da sola una casa antica su cui il sensale ha messo gli occhi. Se ne andrà all’altro mondo, una buona volta? O magari, finalmente, raggiungerà le sue figlie, già emigrate? In un modo o nell’altro, dovrebbe levarsi dai piedi, per lasciare il campo libero. Ma Elishua, mentre conversa tutte le notti con l’immagine di San Giorgio, aspetta il ritorno di suo figlio Daniel, partito per la guerra vent’anni prima e mai più tornato. Tutti le dicono che, di sicuro, Daniel è morto da tempo ma lei sa che è vivo, e San Giorgio lo aiuterà a tornare a casa dove lei lo sta aspettando.

Una sera, un uomo compare sulla soglia della casa della vedova. Lei non ci vede bene, ma è Daniel. È strano, non sembra veramente lui, ma venti anni di lontananza e di patimenti possono cambiare un uomo. Non parla molto, e, se lei potesse vedere bene noterebbe che la sua faccia è cosparsa di cicatrici.

È Frankenstein, il Come-si-chiama, una specie di uomo assemblato da Hadi, il rigattiere, con pezzi di uomini uccisi dalle esplosioni, da lui raccolti con l’ intento di mettere insieme un cadavere unico per dare degna sepoltura a ciò che, altrimenti, sarebbe rimasto in balia degli animali o delle ruspe. Il Come-si-chiama è un concentrato di vittime. E tutte queste vittime reclamano di essere vendicate per trovare pace.

Il Come-si-chiama uccide uno ad uno gli assassini dei pezzi di corpo con i quali è costruito, per vendicare l’uomo cui apparteneva. “Mi accusano di essere un criminale – dice – non capiscono che io sono l’unica giustizia per questo paese”.

Hadi è un chiacchierone e racconta la sua storia a chiunque voglia ascoltare. Nel suo uditorio si siede un giorno anche Mahmud il giornalista, che giudica un’assurdità il racconto di Hadi, ma poiché è convinto che dietro ogni delitto ci sia dell’assurdo, lo ascolta con interesse.

Anche il misterioso Dipartimento di Monitoraggio e revisione, con a capo il generale Surur, è interessato al Come-si-chiama, l’assassino inafferrabile, la cui cattura potrebbe portare il generale a posizioni ancora più prestigiose.

Con il passare dei giorni, il Come-si-chiama nota che, ogni volta che è vendicato l’uomo a cui apparteneva un brandello del suo corpo, questo si dissolve. Un occhio, una spalla, le mani. E’ quindi impossibile per lui – senza pià occhi, senza mani – continuare a vendicare gli altri pezzi di corpo rimasti. Come farlo, allora? Uccidendo altre persone per prendere un pezzo di ricambio. Ogni volta che un nome viene spuntato dalla lista degli innocenti da vendicare, se ne aggiunge un altro, o molti altri. La lista non finisce mai. Finalmente il Come-si-chiamacapisce che non esistono puri innocenti né meri carnefici”.

Impossibile illustrare i dettagli della trama di questo  romanzo, permeato dal gusto orientale del racconto, del prenderla alla larga, del perdersi in dettagli e descrizioni.  Leggere autori non occidentali apre porte mai neppure intraviste, che immettono in giardini nascosti ai nostri occhi. Il racconto è portato avanti con modalità e toni di grande forza evocativa che ci fa amare personaggi che ci sono distanti e una società poco conosciuta. L’autore utilizza una modalità narrativa che parte dalla fine, dall’evento, per risalire alle sue cause, descrivere il suo avvenire fino alla conseguenza, che aveva già annunciato. Così per molte volte.

La struttura di questo romanzo, così fortemente metaforica, è forse l’unica possibile per raccontare l’assurdità di un paese in guerra da molti anni, che non ha più legge e verità, nel quale la sicurezza personale è un concetto sconosciuto ai più, in balia delle legittime forze di sicurezza così come di bande di malviventi impunite.
In balia di se stesso e della propria paura.

 

Melania Ceccarelli

Melania Ceccarelli

Mi chiamo Melania Ceccarelli, sono nata e vivo a Pisa. Per fortuna ho viaggiato e vissuto anche all’ estero e così ho imparato a non avere certezze assolute su me stessa e sulla mia cultura d’origine. Lavoro da sempre in ambito sociale, per molti anni ho fatto politica e volontariato in maniera attiva. Attualmente la cosa che mi interessa di più è la lettura e la scrittura.

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