Elisabetta Catalano. Una mostra-chicca a Roma da MUSIA. Contributo

“Secondo me un ritratto è una delle possibili verità”
Elisabetta Catalano

immagine per Elisabetta Catalano
Foto all’Archivio Elisabetta Catalano – Ph. Barbara Martusciello

In questa mostra per MUSIA, l’Archivio Elisabetta Catalano ha inteso presentare opere per la maggior parte inedite o poco note. L’archivio è uno scrigno prezioso, una scatola delle meraviglie che continua a stupirci con immagini inedite e altrettanto belle e interessanti di quelle scelte da Elisabetta Catalano.

Elisabetta lavorava con accanito perfezionismo, accumulando centinaia di scatti, per poi terminare la faticosa seduta sussurrando meditabonda: “Chissà se la foto c’è!”. Foto che veniva poi selezionata dai provini con grande rigore, cura e attenzione ai dettagli. E’ avvenuto però in diverse occasioni di cui sono stata anch’io testimone che, dopo molto tempo, a uno sguardo successivo o per una diversa occasione, si scoprissero altre foto di cui solo in un secondo momento si rivelava il valore di anticipazione anche agli occhi di Elisabetta. Bene ha fatto dunque Aldo Ponis a evidenziare alcuni fatti nuovi e ad articolare la selezione in quattro settori fondamentali che l’acuto sguardo di Elisabetta ha indagato.

ARTE

Elisabetta ha sempre frequentato il mondo dell’arte stabilendo con artisti, italiani e internazionali, rapporti di dialogo e scambio, alcuni dei quali si precisano in più specifiche collaborazioni professionali. In molti casi gli artisti usano le foto di Elisabetta per realizzare opere e addirittura varie performance sono ricostruite nel suo studio e da lei riprese, sempre attraverso intelligente interpretazione. Oltre all’unico ritratto autorizzato di Gino De Dominicis, Elisabetta riprende l’artista seduto davanti a una vasca fatta costruire a Palazzo delle Esposizioni nella quale (secondo il ricordo dell’amico Pisani) getta piccoli oggetti. Formeranno cerchi o quadrati? “Ha sempre fatto parte della famiglia degli artisti” mi aveva detto di Elisabetta Cesare Tacchi che le aveva affidato il proprio Autoritratto inquadrando il busto dietro a un vetro su cui è scritto il titolo. La foto iconica della modella Monica Strebel allo Scorrevole di Vettor Pisani mostra la sola figura femminile, ma nell’immagine che qui possiamo vedere all’altra estremità appare la figura maschile, vestita di nero, dell’artista. L’immagine di Alighiero Boetti riemerge da uno specchio appannato (parte di una sequenza ritrovata da Aldo Ponis in Archivio e da me pubblicata nella monografia dedicata all’artista nel 2016). La foto di Franco Angeli, che riflette il drammatico carattere dell’artista, è inedita, ma fa parte della stessa giornata in cui è stata scattata quella pubblicata nel catalogo dell’antologica della GAM di Torino (in quella occasione con Elisabetta avevamo deciso di non ripubblicare il ritratto apparso nella mostra Uomini, galleria del Cortile, 1973).

CINEMA

Nel vasto campo del cinema a cui Elisabetta ha dedicato moltissimo lavoro la collaborazione non episodica è quella con Federico Fellini. A lui è legato l’esordio di Elisabetta come fotografa: giovanissima, nel 1963, aveva partecipato a un film-mito, 8 e mezzo, bellissima in un film di bellissime, fotografandone il set con una vecchia macchina del padre. Altri set saranno ripresi nel corso degli anni: Giulietta degli Spiriti, Satyricon, Casanova, La città delle donne, Prova d’orchestra, La voce della luna. Numerosi i ritratti a cominciare da quello famosissimo del ’73 dove Fellini leva la mano aperta in un gesto che Elisabetta aveva definito “da mago”. A colori (che da un certo punto si affianca al bianco e nero, dal 1978 dopo una commissione della Polaroid) invece il ritratto di Sergio Leone accanto al suo chow chow. Monica Vitti mostra in questa foto tutta l’inquietudine della musa di Antonioni. Scultorea Ursula Andress sul set de La decima vittima di Petri.

CULTURA

Laura Betti appare davanti a un quadro tratto da una delle foto che Elisabetta le aveva scattato insieme al grande amico Pier Paolo Pasolini (nel ’69 sotto casa dello scrittore all’EUR). La foto di Pasolini non era nota fino a quando nel 2005 Elisabetta e io non ne facemmo la copertina del catalogo Pasolini e noi (una mostra curata da me su artisti che avevano dedicato un’opera a un film di Pasolini, a partire da Fabio Mauri). Inedite sono le altre foto: Alberto Moravia tra le dune dell’amata Sabaudia; Alberto Arbasino tra i ruderi (1978); Paola Pitagora che affonda nel polistirolo bianco della Luna di Mauri (1968) e il poeta Valentino Zeichen, così diverso dal ritratto giovanile, ma così intenso.

MONDO

E infine il resto del mondo nella sfolgorante bellezza dei suoi protagonisti: Talitha Getty davanti al quadro che le ha dedicato Giosetta Fioroni; Veruschka dall’ampia falcata; Virna Lisi tra le volute degli abiti e dei capelli; Marisa Berenson e Helmuth Berger a Villa Borghese durante la nevicata del ’76; Marina Ripa di Meana, ancora una volta veramente “la più bella del reame”. Infine una foto di moda che è un vero capolavoro con la messa in analogia della figura umana con la sedia-scultura di Mario Ceroli (ispirata ai Mobili nella Valle di de Chirico) e con l’architettura del cosiddetto Colosseo quadrato (Palazzo della Civiltà italiana o della Civiltà del lavoro, opera degli architetti Guerrini, Lapadula, Romano inaugurata nel 1943).

Elisabetta era tesa a cogliere il carattere essenziale della persona, riportando in superficie i segni del profondo. Non faceva ritratti “rubati” non perché volesse bloccare i suoi modelli in posa, ma perché al contrario voleva coglierne la mobilità interiore, qualcosa che è possibile solo con la complicità della persona ritratta. Ha saputo infatti cogliere tanti diversi aspetti nelle persone che ha fotografato più volte.

“Ognuno risulta fotografato come se fosse l’unico al mondo fotografato da Elisabetta Catalano”: così ha scritto Ottiero Ottieri.

Info mostra

  • MUSIA presenta nella Galleria 9 un ciclo di mostre dal titolo QUATTRO SGUARDI SU ROMA. Fotografi a confronto – a cura di Barbara Drudi e Giulia Tulino – dedicato alla Capitale attraverso le opere di quattro autori internazionali, che hanno rappresentato, ciascuno con la propria visione, i luoghi e i protagonisti del mondo artistico e culturale romano tra gli anni ‘40 e gli anni ‘80. A partire dalla prima esposizione di Elisabetta Catalano, che inaugura il 16 maggio, si alterneranno sino al 31 luglio nella Galleria 9 di MUSIA, ogni due settimane, le mostre di Milton Gendel, Massimo Piersanti, Pasquale De Antonis.
  • Via dei Chiavari, 7/9 Roma
  • T. 06 68 21 02 13
Laura Cherubini

Laura Cherubini

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