Filippo Riniolo – Se tu li guardi bene e li ascolti. Doppia intervista all’artista e alla curatrice Valentina Muzi

Con la personale Se tu li guardi bene e li ascolti, Filippo Riniolo, artista concettuale e relazionale, torna a parlare di temi sociali vivi e pulsanti. E lo fa, con questa mostra curata da Valentina Muzi presso Spazio44 a Roma, ponendo l’attenzione sulla dimensione drammatica degli esclusi, racchiudendola poeticamente in oggetti e immagini del nostro quotidiano. Il tema è quello dei rapporti umani, dell’ascolto e dello sguardo interiore che spesso trascuriamo. Ne abbiamo parlato sia con l’artista che con la curatrice affinché i loro approcci differenti potessero darci diverse letture sulle questioni affrontate dalla mostra che riguardano le vite di tutti noi.

Se tu li guardi bene e li ascolti è una mostra attualissima per temi trattati: l’immigrazione, la ricerca della salvezza in mare, la guerra. L’umanità ne esce sconfitta. L’arte può ancora avere un ruolo determinante nella sensibilizzazione delle persone? E in questo singolare momento storico questo ruolo può essere ancora più necessario?

Filippo Riniolo: Io come artista non ho la pretesa di parlare dell’arte in generale. Il termine appartiene a così tante persone, così diverse fra loro, che posso parlare solo di quella a me più vicina. L’arte non compie un lavoro “di massa” quantitativo, ma qualitativo. Non è come la musica che è in grado di arrivare a milioni di persone, ma compie un lavoro diverso. Serve, come il lievito, a far crescere il pensiero in quella nicchia composta da persone sensibili all’arte che, spesso in virtù di questo, agiscono nel mondo. L’arte, quando ha la prosopopea di fornire risposte, diventa propaganda. E nonostante io mi occupi di potere, politica e sociale in quasi tutti i miei lavori, ho sempre badato molto al fatto che non lo fosse. L’opera deve fare un lavoro più complesso e provare ad articolare delle domande. Lasciare lo spazio alla persona che ne fruisce per riempire quella distanza. L’arte può descrivere e interrogare il potere meglio delle parole o quantomeno cogliere aspetti che i termini incarnano male. Penso questo in virtù del rapporto biunivoco che l’immagine e il potere hanno da sempre avuto in Occidente. Proprio perché più vicino al potere, l’immagine può svelarci qualcosa di più. Concludendo: l’opera, con le domande e la descrizione, prova a compiere una frattura. Una separazione. Un taglio. Essendo il potere e la politica sempre separazione e come direbbe Carl von Clausewitz “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. La questione è come si riarticolano i punti cardinali. L’alto e il basso. La destra e la sinistra. La casta e i cittadini (è inutile che vi dica che questa divisione per me è priva di senso). Nel mio caso, essendo femminista, è il punto di vista ad essere la posizione. Il partire da me e dal mio punto di vista, che esclude alcune cose dal campo visivo, ma ne mostra altre, forse, più significative.

Valentina Muzi: La storia è ciclica, ragion per cui oggi ci troviamo ad affrontare un periodo buio dove fantasmi del passato come razzismo, emarginazione e categorizzazione tornano con una potenza inaspettata, incarnandosi in veri e propri atteggiamenti che indeboliscono le società e distruggono i rapporti umani. L’arte ha sempre avuto un ruolo fondamentale, soprattutto in momenti come questi. Il suo obiettivo è stato quello di portare avanti idee e ragionamenti che, attraverso il potere delle immagini, potessero raggiungere le menti delle persone irrorandole e dando loro nuove chiavi di lettura, nuove aperture, capaci di far riflettere sul quotidiano, per cambiarlo. Oggi credo che l’arte e gli artisti siano ancor più necessari che in passato. Il loro intento, ovvero far riaffiorare consapevolezze e visioni, gioca contro un avversario acerrimo e difficile da sconfiggere, l’indifferenza insita nelle persone, ma confido nel suo potere di mediazione e di farsi capire attraverso mille e più linguaggi. La mostra Se tu li guardi bene e li ascolti di Filippo Riniolo vuole ricalcare i cardini dell’etica e della morale sociale e, a tal proposito, sottolineerei uno stralcio del saggio di Filippo della Porta Il bene e gli altri – Dante e l’etica del nuovo millennio perché è stato, per me, estremamente esemplificativo e fonte di ispirazione:

Agire bene significa non tanto obbedire a un comandamento, a un imperativo della coscienza, quanto dare vita a più realtà, ampliare il mondo intorno a sé che è vario, imprevedibile, inesauribile, misterioso. L’etica, come del resto la logica, non solo e non tanto fa parte del mondo, quanto in un certo senso lo crea.”

In Sodoma, immagini di centri d’immigrazione, uno dei soggetti ha sempre il volto coperto da una foglia d’oro come fossero icone bizantine. Possono diventare queste foglie una sorta di linguaggio? E qual è il simbolo aulico al quale rimandano?

Filippo Riniolo: Sodoma è innanzitutto un gesto filologico. Una rielaborazione di un passaggio biblico. Rileggendo il testo si può facilmente scoprire che i Sodomiti non hanno violato la norma dell’eterosessualità (di cui non c’è traccia), ma la legge sacra dell’ospitalità. Questo testo ci dice chiaramente che, se non sei in grado di accogliere lo straniero, sei destinato ad essere distrutto. Come dare “forma” a questa rilettura? Ecco che la mia ricerca sulle origini dell’immagine occidentale, le icone e la sfida fra l’iconoclastia e i sostenitori delle immagini, entra a gamba testa nell’immaginario. Forse più che bizantino, applicare la foglia d’oro sul volto di una divinità è iconoclasta. La divinità non solo non può essere rappresentata, ma non può essere nemmeno nominata, basti pensare che nella Torah il tetragramma YHWH per molti ebrei non viene nemmeno letto perché troppo sacro. E’ la luce il massimo dell’immagine e per questo la sua assenza. Ecco perché gli angeli, che ho voluto rappresentare in mezzo ai migranti nelle foto contemporanee (ndr le foto sono di Francesco Bellina), sono coperti. In questo, come puoi immaginare, c’è una tradizione rigorosissima e una innovazione concettuale tutta da perseguire.

Valentina Muzi: Quando ho visto Sodoma ho pensato alla Madonna del latte di Ambrogio Lorenzetti (datata intorno al 1325) nella quale troviamo, ancora, elementi di matrice bizantina dal carattere aulico ma vestiti di un’intensa gestualità contemporanea. L’immagine realistica della Madonna e del bambino, inedita e rivoluzionaria per l’epoca, rendendo umane queste due importanti figure ha dato modo al pubblico di rispecchiarsi in quella situazione quotidiana, e quindi di non esserne solo un fruitore passivo ma di esserne coinvolto fisicamente ed emotivamente. Questa piccola parentesi storico-artistica era per sottolineare come la foglia d’oro, utilizzata da Filippo Riniolo per Sodoma, vuole far riferimento non tanto all’aspetto religioso, quanto all’aspetto umano e relazionale. Un’umanità persa che non crea più ponti ma solo muri che dividono invece di unire. Una storia che attinge dal passato ma che parla del presente, umanizzando e contestualizzando la storia e i personaggi, protagonisti di soprusi e di violenze che ogni giorno riempiono i nostri telegiornali.

immagine per Filippo Riniolo
Mare

In mostra, dietro una parete, l’opera Mare, un otre carillon che suona una “ninna nanna”. L’esperienza dell’ascolto di questa melodia ha la forza di evocare i sentimenti di amore, angoscia e dolore di una madre. Siamo talmente assuefatti dalle immagini di cronaca da aver bisogno di vivere un’esperienza di questo tipo per provare empatia? 

Filippo Riniolo: Non posso dare una risposta univoca. Direi no. Non siamo tutti assuefatti dalle immagini. Molti lo sono, troppi di certo, ma non tutti. E forse per cogliere il senso profondo di dolore di quest’opera non devi esserlo affatto. Il dolore di una madre che vede il figlio partire su un barcone è impronunciabile, potente e sacro, e ho voluto lasciarlo avvolto nel mistero e trattato con la dolcezza che solo una ninna nanna pronunciata al mare può dare. Ci vuole estrema delicatezza nel trattare il tema e spero di averne usata a sufficienza. Lascio alla prosa della cronaca la durezza degli eventi e mi concentro sulla poesia.

Valentina Muzi: A tal proposito mi piacerebbe citare il noto saggio di Sir Ernst H. Gombrich A cavallo di un manico di scopa dove, partendo da un cavallino di legno fatto da un manico di scopa, lo storico riflette sulla rappresentazione come evocazione di un oggetto attraverso la sua descrizione. Quindi una percezione visiva più introspettiva che va oltre la mera rappresentazione dell’oggetto, capace di coinvolgerci e di provocarci un’esperienza emotiva. L’oggetto che abbiamo di fronte ci arricchisce, facendoci divertire e gioire, come nel caso del cavallino di legno per Gombrich, riflettere e commuovere come nell’opera Mare di Filippo Riniolo. Se è vero che l’arte parla per immagini, è altrettanto vero che attraverso queste si fa esperienza del mondo e si va oltre la realtà delle cose andandone a esplorare il significato intrinseco. Credo che, in un mondo come il nostro, sovraesposto ai media e annebbiato dal nichilismo delle persone, ci sia bisogno di questo tipo di arte.

Info mostra

  • Se tu li guardi bene e li ascolti | Filippo Riniolo
  • A cura di Valentina Muzi
  • prorogata fino al 20 luglio 2018
  • Spazio44
  • Via Simeto 44 (00198),  Roma
  • +39 3296498255
Lorenza Fruci

Lorenza Fruci

Lorenza Fruci, giornalista, scrittrice, autrice, si occupa di cultura, arte, spettacolo e universo femminile. Ha pubblicato diversi libri e saggi. È autrice di documentari e realizza videostorytelling e fotonarrazioni. È partner dell'associazione Arteprima e del suo networking di professionisti e aziende Cooltural Project, con il quale si occupa di progettazione culturale. È titolare della factory elleffe factory&comunicazione, dove mette a disposizione il suo know how per istituzioni, aziende e privati.

Commenta

clicca qui per inviare un commento