Les Rencontres de la Photographie, Arles 2018 – Sul viaggio, le interferenze narrative e l’importanza della ricerca in fotografia

Apro gli occhi: il mio letto guarda su una libreria bellissima e molto artigianale fatta con assi di legno e mattoni cotti. Henri Thomas, Sartre e L’Odyssée en Images mi danno il buongiorno, ma il primo titolo che si para davanti al mio sguardo è L’Irréel di Malraux. Mi sveglio così stamane, mentre il vicino suona il pianoforte e il suo suono invade la stanza in cui provata dal caldo, dalla stanchezza e dalle lunghe notti di Arles, ancora non riesco ad alzarmi. Doccia, colazione e via per le strade invase di immagini che sui muri diventano quasi dei punti di riferimento e delle tappe sul percorso. Giro l’angolo: in un dittico vicino alle ortensie vedo un ragazzo che si tuffa da uno scoglio e così anche io mi tuffo in questo mare di continue sollecitazioni e tante storie, in cui la mia mente è sempre più un archivio in movimento.

Guardo le strade di un luogo che pare sia riconoscibile anche solo grazie alle mostre che lo identificano: «Ma qual è la Croisière? Quella della mostra sul ’68?». Una geografia che muta, spostamenti che diventano tragitti in una mappa che si riscrive ogni anno durante il festival e in cui il nostro sguardo, fortemente sollecitato, crea di continuo nuove interferenze. La nostra storia quotidiana si confonde con la narrativa di ogni lavoro visivo che vediamo, viene da esso influenzata e, non solo per i più emotivi e sentimentali, è trasformata. La plasticità del nostro cervello è sollecitata da ogni esperienza che, a sua volta, lo plasma e lo cambia incessantemente, creando di continuo nuove stratificazioni, associazioni, riferimenti 1. La nostra narrativa privata, la nostra storia personale di una giornata qualunque è dunque riscritta secondo gli stimoli esterni e l’esperienza di conoscenza che facciamo ogni momento.

Les Rencontres de la Photographie, forse il più importante festival internazionale di fotografia, è un immenso museo dell’immaginario diffuso: mi faccio strada in questa città-archivio in cui la mia mente assorbe e crea nuove immagini.

Ho grandi aspettative di trovare qui, finalmente, un approccio di ricerca e sperimentazione sull’immagine contemporanea. E invece, mentre comincio il mio viaggio fra le mostre, mi confondo: tantissime, troppe immagini, senza senso, senza motivo. Perdo il filo del mio sguardo e mi arrabbio anche un po’ per tutto ciò che vedo che è privo di senso ma fedele alle mode, al mercato. Non mi ricordo più bene se quello che vivo è la fotografia o la mia vita reale, forse entrambe le cose; mi dico che forse sto leggendo tutto da un punto di vista troppo personale e allora mi confronto, scrivo e parlo ad amici e colleghi per avere conferme e nuovi punti di vista. Invece il confine fra realtà e immagine continua a perdersi e sfocarsi: la fotografia è sempre molto potente, è un catalizzatore formidabile di questo processo perché rende sempre più confuso il limite tra realtà e finzione. Penso che nell’essere consapevoli di questo potere risiede la grande responsabilità di autori, curatori e di colori i quali operano in questo campo complesso e mutevole. Le immagini cambiano il modo di percepire la vita e di rappresentarla, trasformando la propria esperienza in una scenografia totalizzante. Si nutrono della realtà e, allo stesso tempo, hanno il potere di influenzarla, riscrivendo così il racconto del mondo 2.

Come su un treno, il mio sguardo continua a perdersi nel viaggio: ma qual è la mia posizione di spettatrice? Dov’è il limite della mia consapevolezza in quanto io stessa autrice e poi fruitrice di questa esperienza? Trovo fortunatamente una risposta nella splendida mostra curata da Clément Chéroux e Linde Lehtinen TheTrain. Robert F. Kennedy’s last journey in cui interagiscono e si sovrappongono le narrative dei lavori di Paul Fusco, Rein Jelle Terpstra e Philippe Parreno. Nel 1968 Fusco documentò in un lavoro commovente il viaggio del treno che in maniera non ufficiale trasportava il corpo di Robert Kennedy per l’inumazione. Passeggero dello stesso treno, fotografò dal finestrino l’infinito numero di persone comuni che, organizzatesi a migliaia spontaneamente e affacciatesi ai binari, aspettarono il convoglio per rendere omaggio ad un uomo che incarnava l’idea di unità, umanità e uguaglianza per il popolo americano. Fu un evento eccezionale e un messaggio molto forte per l’epoca che continua a rivivere in quelle immagini la cui potenza è totalizzante.

Paul Fusco Untitled from the series RFK Funeral Train 1968-620×388

Terpstra, scoprendo anni dopo il lavoro di Fusco, decide in The People’s View, 2014–18, di riscrivere la stessa storia dal punto di vista delle persone che aspettarono quel treno e lo videro passare. Un lavoro d’archivio altrettanto toccante in cui foto amatoriali, diapositive e appunti raccontano proprio la posizione da spettatori – tutti che guardano il treno – e la mia – io che guardo loro, loro che guardano ancora e ancora, tutti noi che siamo lì ad aspettare, immaginare un altro viaggio lontano, in bilico fra realtà ed immaginazione.

Terpstra
Terpstra

Philippe Parreno ricostruisce infine un vero e proprio dispositivo di visione che ci permette di chiudere questo viaggio e nello stesso tempo di riaprire un nuovo percorso: June 8, 1968, un lavoro filmico incredibilmente potente, è un re-enactement del passaggio del treno creato in modo tale da sembrare quasi ipnotico. Ai figuranti è stato chiesto di rimanere quasi immobili mentre tutto il resto si sposta al passare del treno che sferraglia e al soffiare del vento che agita le foglie. Un’esperienza che cambia il modo di vedere e percepire, come se uno sguardo fantasma si fosse aggiunto al proprio. Un processo di creazione di un’immagine fissa ma che si muove nello stesso tempo, che è ferma ma che ugualmente si trasforma a seconda della posizione di colui che guarda, a seconda della propria visione. Subito sono parte di questo viaggio, io stessa sono parte di queste immagini.

1968-14 Parreno
1968-14 Parreno

In un treno questa volta fermo, un viaggio che parte dall’irreale ma che si fonda sulla stratificazione della mente, è quello di Amar Kanwar. In Such a Morning, un vero e proprio film della durata di 85 min. e presentato nel 2017 a Documenta 14, l’artista racconta la storia di un professore di matematica che decide di ritirarsi dal mondo ed andare a vivere in un vagone abbandonato. La ricerca della verità, la luce e le tenebre, tensioni sociali contemporanee sono le tematiche principali.

Kanwar
Kanwar

La continua interazione fra immagini interiori e il mondo fuori, fra parole e percezioni stimola profondamente le proprie associazioni mentali, i ricordi e il proprio bagaglio di immagini. Le interrelazioni visive si avvicendano molto lentamente, mi obbligano a rallentare la vertigine che fino a poco prima aveva colpito il mio sguardo. Mi calmo. Cerco di capire da dove proviene il mio guardare e la mia esperienza, cosa la muove. Anche qui, c’è molto altro che vede per me, con me e che contribuisce a creare la mia esperienza. Il film di Kanwar agisce sui miei ricordi che diventano determinanti nella codificazione di quello che sto vedendo: mi ricordo di Arnheim e della percezione che è stimolata dalla nostra memoria visiva, fino a creare un confine labile fra ciò che è reale e ciò che è immagine nella mia mente. Però mi ricordo anche di mia nonna e mi immagino solitaria come il protagonista, si apre un mondo dentro di me, una nuova storia.

Dopo tante mostre a mio avviso inutili e faticose, esco finalmente da Les Ateliers – Fondazione Luma che ospita i lavori che ho appena descritto e penso che sono felice: se le esperienze cambiano il mio cervello queste devono averlo fatto veramente in meglio per stare così bene!

Penso dunque quanto siano fondamentali due approcci complementari: da un lato, l’importanza di ricercare ed informarsi per fare esperienze il più possibile consapevoli, arricchenti e infine, positive; dall’altro, quella della responsabilità dell’autore che deve agire consapevolmente rispetto al suo ruolo e al messaggio che intende trasmettere. Cosa significa, altrimenti, fare arte e fotografia? Ne va del mio “cervello” e di quello degli altri, ne va allora della vita, dell’esperienza totalizzante che dalla mente invade ogni cellula del corpo, il modo in cui si pensa, si agisce. «La première matière de l’artiste n’est jamais la vie, c’est toujours une autre œuvre d’art» dice Malraux 3 che è stato la mia prima visione mattutina. Tutto si stratifica nella mia esperienza e tutto torna.

Questo approccio inevitabilmente supera la semplice esperienza estetica: non si tratta, almeno non unicamente, di produrre immagini ‘’forti’’, di essere tutti fotografanti o presunti fotografi concentrati su un lavorìo che attiene all’immagine come soggetto della propria pratica artistica. Per creare un’esperienza totalizzante l’immagine deve diventare processo e ricerca. Ogni immagine deve contenere in sé un evento4, un potere che non si esaurisce nell’unica esperienza visiva ma che contribuisce a trasformare nel modo più possibile virtuoso la nostra esperienza mentale.

In Godard-Picasso. Collage(s), mostra nata dall’interessante ricerca di Dominique Païni e che mette in relazione la poetica di Godard e Picasso, c’è un invito a rivoluzionare lo sguardo. Il modo proprio di entrambi gli artisti di rivoltare la visione, usare montaggio e collage, far esplodere tanto la forma quanto il messaggio, rende la loro stessa ricerca teorica una reale creazione pratica. «Un vrai cinéaste doit aussi faire du cinéma théorique 5» si legge negli appunti di Godard.

Godard

Un artista deve poter creare uno sguardo e le sue immagini devono essere esse stesse ricerca, stratificazione di senso, esperienza. La fotografia ha una responsabilità ancora maggiore nel mondo contemporaneo come veicolo di senso fra i più complessi in cui realtà, idea e rappresentazione coesistono e collidono.

Mi torna in mente l’installazione di Wolfgang Tillmans à Nîmes: What Is Different? 6 Questo si chiede l’artista che indaga il backfire effect,una reazione psicologica secondo cui ci si convince che affermazioni errate siano profondamente giuste e che ogni prova per smentirle non faccia che avvallarne invece la (fallace) veridicità. Un’interazione totalizzante, un’esperienza di parole, tecniche diverse di stampa e immagini magistralmente installate nello spazio che fa esplodere le relazioni fra realtà percepita e rappresentazione.

Tillmans
Tillmans

Torno a casa e mi riaffaccio alla libreria. Malraux mi saluta di nuovo. Senza il giusto sguardo l’immenso archivio dell’immaginario rimane muto, potenziale, inesplorato. Allora forse lo stimolo è nel trovare questo sguardo fantasma: trovarlo ma prima di tutto cercare con metodo, con attenzione e disciplina, uno sguardo che abiti le immagini e aiuti a conoscerle senza venire meno alle proprie responsabilità di autori e spettatori contemporanei.

Note

  1. 1. Damasio, A., Lo strano ordine delle cose, Milano, Adelphi, 2018
  2. 2. Flusser, V., Per una filosofia della fotografia, Milano, Mondadori, 2011
  3. 3. Mia trad. «La materia prima dell’artista non è mai la vita, è sempre un’altra opera d’arte», «La Psychologie de l’art», in Verve, dicembre 1937
  4. 4. Deleuze, G., Logica del senso, Milano, Feltrinelli, 2014
  5. 5. Mia trad. «Un vero regista deve fare anche cinema teorico»
  6. 6. Tillmans, W., What Is Different?, Berlin, Stenrberg Press, 2018
Novella Oliana

Novella Oliana

Novella Oliana è un’artista, una ricercatrice e una docente che lavora con la fotografia, il video e la scrittura. Esperta in processi culturali con un focus sul Mediterraneo e il Medio Oriente, è attualmente dottoranda presso il dipartimento di Arti Visive dell'Università Aix-Marsielle (Francia). Studia il concetto di immagine-testo come esperienza di conoscenza e la fotografia come ricerca e processo di sperimentazione nella cultura contemporanea. Vive e lavora fra Roma e Marsiglia.

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