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Per una performatività delle immagini nel mondo contemporaneo.

di Novella Oliana

Da qualche tempo, il mio interesse di ricerca si è focalizzato sul modo in cui le immagini sono legate al corpo e al movimento. In un panorama contemporaneo in cui esse sono sempre più sfuggenti e filtrate dagli schermi, sembra che si allontanino sempre più da noi, rendendoci spettatori impassibili ed indifferenti anche davanti alle più grandi tragedie.

Quando pensiamo alle immagini raramente le mettiamo in associazione a qualcosa che coinvolge il corpo o il gesto; tutto ciò che invece riguarda il performativo, al contrario, viene quasi esclusivamente messo in relazione all’azione e al movimento.

Ma cos’è la performatività? Scopriamo prima di tutto che il filosofo e linguista inglese John Langshaw Austin utilizzava questo termine a proposito del linguaggio, considerando quest’ultimo non solo per la sua funzione descrittiva, ma appunto per la sua qualità “performativa”.

Nel suo libro dall’interessante titolo How to do things with words, Austin propone di definire determinati enunciati come “performativi” perché indicano “che l’emissione dell’enunciato è l’esecuzione di un’azione” e “non si tratta semplicemente di dire qualcosa”(Austin, p.6-7).

Cosa possiamo scoprire se, parafransando Austin, pensassimo a “how to do things with images?”. Forse potremmo cominciare ad associare un’idea di performatività del linguaggio a quella della visione, considerando che ciò che vediamo non è qualcosa di neutro.

Oggi è più necessario che mai ricontestualizzare la potenza delle immagini e rinnovare la comprensione della loro forza comunicativa e percettiva.

Il festival Les Rencontres d’Arles 2024, appena concluso, ha ospitato al centro espositivo LUMA gli Archivi Hans Ulrich Obrist dedicati all’esplorazione del lavoro dell’artista tedesco Gustav Metzger, una figura chiave dell’ecologia e dell’attivismo nelle arti.

Obrist, amico e curatore di molti progetti dell’artista, racconta in un video visionabile sulla pagina LUMA, come lo scambio ed il dialogo con l’artista siano stati forieri di una trasformazione che si è riverberata nel significato delle immagini e nell’idea di arte.

Per esempio, i progetti di Metzger, come Extinction Marathon o Remember Nature, non solo hanno contribuito a promuovere l’interesse da parte dell’arte per l’ambiente, ma il suo lavoro ha influenzato generazioni də artistə contemporaneə che nei suoi processi si sono riconosciutə.

Una sezione in particolare della mostra ha colpito moltissimo la mia attenzione: le Historic Photographs sono una serie di installazioni partecipative che presentano fotografie ingrandite di eventi storici, politici e sociali, oscurate, mascherate, delineate con tessuti, materiali trovati o altri manufatti.

Le sette opere presentate alla LUMA di Arles coinvolgono il pubblico permettendo allə visitatorə di immergersi fisicamente in queste grandi stampe che raffigurano eventi come la distruzione del ghetto di Varsavia o la guerra del Vietnam.

In questo modo, Metzger invita lə spettatorə a eludere o immergersi nell’immagine, confrontandosi, collegandosi o ricollegandosi ai frammenti visivi di questi eventi storici.

Parte della fruizione di questa mostra è infatti performativa, vale a dire coinvolge direttamente il corpo degli spettatori. In To Crawl Into – Anschluss, Vienna, March 1938 (1996/2024), lə visitatorə possono strisciare sotto un grande pezzo di tessuto per scoprire parti della fotografia di quattro metri di larghezza che copre il pavimento.

Jerusalem, Jerusalem (1998/2024) è composta da due fotografie trasparenti, che permettono allə spettatorə di sovrapporre le due immagini e di toccarle fisicamente muovendosi attraverso e intorno all’opera.

Strisciare su un’immagine di guerra e distruzione coperti da un pesante telo che soffoca ad ogni movimento diventa un’esperienza indotta ed amplificata dall’immagine stessa. In fin dei conti, il punto non è più percepirla con la vista, ma proprio con il corpo, entrando in contatto con ciò che sinesteticamente quell’immagine trasmette.

Inizialmente presentata dietro assi di legno grezzo che ricordavano i carri bestiame usati per le deportazioni di massa, la fotografia in No. 1: Liquidation of the Warsaw Ghetto, April 19 – 28 days, 1943 (1995-2024) è ora presentata semicoperta da mattoni, costringendo lo spettatore a immaginare le porzioni nascoste dell’immagine.

Questo corpus, concepito come risposta radicale alla crescente desensibilizzazione della società alle immagini di morte e distruzione, offre un’interazione tattile con la storia. Le installazioni di Metzger richiedono allo spettatore un confronto fisico ed emotivo, un’esperienza intrisa del peso del trauma storico.

Del resto, lə nostrə corpə occupano spazi nel mondo che possiamo lasciare per ritornarvi; il nostro stesso corpo è un locus abitato in cui riceviamo immagini, lasciamo tracce visibili che possiamo tradurre, esporre, conservare su supporti o nella nostra mente (Belting, p. 38).

Se definiamo l’immagine sulla base di queste premesse, otteniamo piuttosto un’esperienza spaziale, plastica e temporale proteiforme, “inseparabile dall’esperienza del corpo” (Chevrier, p. 181).

La filosofa Judith Butler ha utilizzato lo stesso termine prendendolo in prestito da Austin ma fornendogli un significato politico, ancorato all’idea del corpo nello spazio sociale, “per contrastare una certa presunzione metafisica sulle categorie culturalmente costruite e per attirare la nostra attenzione sui diversi meccanismi di tale costruzione. […] La performatività inizia a descrivere un insieme di processi che producono effetti ontologici, cioè che lavorano per dare vita a certi tipi di realtà […]” (Butler 2010, p. 147).

In altre parole, lə nostrə corpə occupano uno spazio e descrivono processi che contribuiscono a creare incessantemente la realtà nella quale si trovano. La forma di coinvolgimento cercata da Metzger interrompe il consumo convenzionale di immagini tragiche, creando uno spazio per il ricordo.

Bisogna sottolineare che oggi, muovendosi nel corpo e nel pensiero, questa performatività è sempre più necessaria perché finisce per coinvolgere un’ampia varietà di media.

Lə artistə devono tenere presente che i mezzi di produzione delle immagini che ci circondano servono anche a plasmare il nostro spazio quotidiano, facendo coesistere il virtuale e il reale.

Come sottolinea Judith Butler, “i media non si limitano ad assistere la definizione o a renderla semplicemente possibile; diventano un terreno di autocostituzione” (Butler, 2027, p. 36), determinando anche un regime di ubiquità per il corpo e influenzando la nostra percezione.

Un esempio è quello delle telecamere di sorveglianza che creano uno spazio visivo trasformando il modo in cui un luogo è percepito e vissuto. È dunque più che mai necessario ripensare il rapporto fra corpo ed immagine: queste ultime attivano la relazione tra il processo del vedere, le associazioni mentali e una conoscenza incarnata che prevede, dunque, l’abbandono della visione come unico referente creativo e percettivo.

Attraverso le Historic Photographs, Metzger diffonde pioneristicamente una visione dell’immagine che è tanto di testimonianza quanto di istigazione al cambiamento, non solo come memoriale del passato, ma anche come appello urgente alla pace, alla consapevolezza e alla performatività di oggi e di domani.

Bibliografia:

  • AUSTIN John L., How to do things with words, London, Oxford University Press, Amen House, 1962. (Mia traduzione dall’inglese)
  • BELTING Hans, An Anthropology of Images. Picture, Medium Body, [2001], (trad. Thomas Dunlap), Princeton (NJ), Princeton University Press, 2011. (Mia traduzione dall’inglese)
  • BUTLER Judith, L’alleanza dei corpi [2015], (trad. Federico Zappino), Milano, Nottetempo, coll. « Figure », 2017
  • BUTLER Judith, “Performative Agency”, Journal of Cultural Economy, vol. 3, n°2, luglio 2010. (Mia traduzione dall’inglese)
  • CHEVRIER Jean-François, Des territoires, Paris, L’Arachnéen, 2011. (Mia traduzione dal francese)
immagine per Novella Oliana
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Novella Oliana è artista visiva e ricercatrice, docente all’Accademia di Belle Arti di Roma. Ha una formazione in studi culturali incentrati sul Mediterraneo e sul Medio Oriente (Università di Napoli L’Orientale – Italia) e ha conseguito un dottorato di ricerca pratico-teorico in Arti Visive (Université Aix-Marseille – Francia), co-coordinato da Mario Cresci. La sua ricerca-creazione si è inizialmente concentrata sulla rappresentazione del Mediterraneo e del suo immaginario, analizzando il mare come frontiera eterotopica ed allegorica. Oggi il suo approccio si concentra sull’agentività degli oggetti e degli spazi e sul senso della ricerca artistica come mezzo per incidere sul mondo contemporaneo. Ancorate alla transdisciplinarità del pensiero, le sue opere includono gesti e narrazioni speculative per ripensare i territori, trasformare il pensiero e i modi di abitare il mondo, coltivando un approccio politico e culturale all’arte.

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