Ken Loach. Sorry We Missed You – Rider, deregulation e Brexit. Come la working class c’è cascata

Lo schermo è scarno. La voce di un uomo, Ricky (Kris Hitchen) elenca il proprio curriculum vitae composto da molti impieghi di breve durata. Il suo percorso professionale è l’incarnazione di mobilità, flessibilità, velocità: politiche del lavoro che hanno svuotato il senso del Mestiere (con la maiuscola) in cambio di una supervalutazione della logistica, il mostro che ingoia tutto.

Nessun accento polemico, nessuna recriminazione, nessun moto dell’animo. L’uomo semplicemente elenca. Il curriculm vitae è. La realtà delle cose è.

Sorry We Missed You, scusate ma non vi abbiamo trovati, vi abbiamo persi in una realtà caotica. Il film di Ken Loach, che per la sceneggiatura si avvale della collaborazione di Paul Laverty, affronta il tema della big economy e della precarietà lavorativa attraverso una storia familiare.

Loach tratteggia l’universo dei corrieri espresso, l’ultima ruota del carro del neocapitalismo, congiunzione finale tra chi distribuisce e chi acquista. Un sistema in cui anche chi produce è messo alle strette, in cui invece la distribuzione si accaparra il plus valore. Con buona pace di Karl Marx.

Corroso dalla corsa al minor prezzo, il sistema socioeconomico garantista pre-Thatcher è ormai parte della Storia, assieme al periodo elisabettiano, ai bombardamenti su Londra e ai fan dei Beatles. Lo aveva preannunciato lo stesso Loach in un film memorabile: Paul, Mick e gli altri, in cui il focus era puntato sulla perdita della moralità dei singoli in un sistema socioeconomico deregolato.

Oggi, di fatto, la lista dei diritti dei lavoratori si è accorciata, meglio ancora, è stata accantonata. Persino i lavoratori, in certi casi, non sono più tecnicamente lavoratori: sono liberi imprenditori. In Italia basculano tra Partita Iva e contratti co.co.co. Se tutto va bene. Perché in alternativa si parla di lavoro nero o disoccupazione.

Deregulation. Una parola che è uno tsunami.

Ad un certo punto della Storia dell’umanità, ci racconta Loach, le regole non sono più state di moda. È diventata di moda, invece, la trasparenza. Trasparenza senza regole, nei fatti, uguale dittatura. Una dittatura vischiosa, perché si basa su una rincorsa continua ad un nuovo sempre più nuovo, che a parole porta a migliorare la condizione economica, ma che piuttosto mina la coscienza di classe e, nei fatti, porta alla desensibilizzazione. Non importa più a nessuno di niente e nessuno.

Kris Hitchen interpreta un padre di famiglia, un uomo che ha avuto l’idea di costruire intorno a sé un gruppo familiare, in un sistema, in un tempo, che non offre alcuna garanzia: né per sé, né per i propri anziani, né per i figli, né per le generazioni a venire. Tutto ciò è affidato a imprese private o al volontariato. Figli, anziani, tutti, sono merce da smistare. Sono previste, da questo sistema, generazioni a venire? Sembra di no, perché il ricambio, dicono i notiziari, è dato dall’immigrazione. Ma in questa provincia inglese lontana da Londra, gli immigrati sono pochi, eppure la maggioranza degli abitanti ha votato per la Brexit, spaventata dalle voci che parlano di stranieri che rubano il lavoro.

Uscita dall’Europa? Prego si accomodino nel mare alto, dove la deregulation si esprime ai massimi livelli e gli altri pesci sono davvero grossi.

Non ci dice il regista Ken Loach se il suo protagonista ha verificato se avrà una pensione. Lo farà nel prossimo film, speriamo per lui prima che sia troppo tardi.

Così il padre di famiglia inglese, per sopravvivere e far sopravvivere il proprio progetto di vita, che dovrebbe essere condiviso e benvoluto dall’intera società, ma secondo Ken Loach così non è, sta in perenne allarme, come un animale nella foresta. Teso a capire le regole non dette, ma che immagina ci siano, le gerarchie nascoste, i messaggi occulti, quelli subliminali. Tutto presunto, mai confermato.

Regole che, se ci sono, sono in perenne mutamento. Regole che cancellano altre regole, ma mai completamente, sempre con un margine d’errore e di sovrapposizione. Slittano le regole, tirano le redini che indossa, in senso metaforico il nostro protagonista, che come tutti i padri di famiglia ormai sa decifrare le indicazioni del proprio morso virtuale. Le anticipa, quasi.

Bisogna sforzarsi di capire ad perennis, ma capire che cosa? Quando scattare per non perdere l’ultima occasione? Ma scattare verso quale traguardo? Perché gli obiettivi che vengono indicati sono sempre contemporaneamente almeno due, paradossali. Regole non chiare più obiettivi occulti, uguale dittatura.

Il nostro protagonista accetta di fare il corriere freelance, vende la macchina della moglie e compra un furgone.

Questo lavoro di corriere espresso connota la nostra epoca. L’e-commerce non è ancora riuscito a far a meno di esseri umani nella fase di consegna.

L’utente compra via computer, paga con la banca online, comunica coi bot quasi meglio che coi suoi simili, flirta coi call center dislocati in luoghi-nonluoghi. I magazzini sono gestiti da robot, coordinati da intelligenze artificiali che hanno spremuto informazioni da Ingegneri logistici che non servono più. Eppure, ancora abbiamo bisogno di qualcuno che ci porti a casa le cose. Quali cose? Qualsiasi. Prodotte da chi, dove? Non importa.

Ci stanno provando, ad escludere gli umani anche dalla fase di consegna. Con le macchine che si guidano da sole, ad esempio. Coi robot che già portano piccoli oggetti a domicilio. Con le caselle di posta private. Ma il corriere costa sempre meno di tutto, questo perché formalmente è un libero professionista.

Il corriere che in realtà è imprigionato in ritmi ossessivi ed è del tutto privo di tutele, paga il prezzo pieno del libero mercato. Il corriere ripropone a richiesta il programma “babbo natale”: sale al piano, accontenta i desideri, sorprende, sorride al cliente, che così si sente parte di una comunità di buoni. Lascia i commenti, il cliente, mette stelline. Credendosi al sicuro nella propria stanzetta, immagina che il proprio giudizio conti qualcosa.

In Gran Bretagna la maggioranza vota per la Brexit, perché in Europa non si sente abbastanza rappresentata, in Italia invece non va a votare del tutto, perché, tanto, “altri hanno già deciso”. Però mettono stelline sul servizio di consegna. È un gruppo di giovani (potenziali clienti?) che assaltano Ricky e lo pestano a sangue per derubarlo. Chissà cosa avranno votato: Brexit o non Brexit?

Fernanda Moneta

Fernanda Moneta

Regista, sceneggiatrice e giornalista professionista. Ha svolto il praticantato a Paese Sera, è stata nella redazione di Filmcritica, ha pubblicato anche su Il Manifesto, La Repubblica, Liberazione, Avvenimenti, Cinema D'oggi, Filmcronache, Visto, Ocula, Cinebazar, Plot di Affabula Readings. Consulente dell'Enciclopedia del Cinema Treccani per la Corea, ha pubblicato vari libri tra cui "Spike Lee" (Il Castoro), "Tecnocin@" (Costa & Nolan), "La chiave del cinema DUE. Tecniche segrete per realizzare un film di valore" (Universitalia), “Tutta un’altra storia. La scrittura creativa in pugno” (Universitalia), “10 Mondi-Storie” (Universitalia). Con "La Donna Luna in Azzurro" ha vinto il Gabbiano d’argento al Festival Anteprima per il cinema indipendente italiano di Bellaria (1986) e una Menzione Speciale al Salso Film&TV Festival (1987). Ha rappresentato l’Italia alla B’Biennale di Salonicco (1987). Finalista al Premio Solinas (2000) con il racconto “Latte Dolce”, nel 2003 fa parte del Consiglio Editoriale del Premio. Nel 2004 la sceneggiatura “THE DORA (a true story)” è selezionata da SOURCE 2, Script Development Workshop. Con “Love Conquers Mountains” è tra gli autori del concept film “Walls and Borders”. Docente di Metodi e tecniche della produzione video 3 all'Università di Firenze. Titolare di Regia presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. Dal 2009, è anche Referente del Triennio in Teorie e Tecniche dell'Audiovisivo.

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