Il tempo di Caravaggio. I capolavori della Fondazione Longhi ai Musei Capitolini

Nel labirinto di splendidi marmi e soffitti affrescati di Palazzo Caffarelli ai Musei Vaticani,  al primo piano, ci sono le opere di punta della collezione privata del grande critico e storico dell’arte Roberto Longhi, a celebrazione del ricorrere, nel 2020, del cinquantenario della scomparsa, avvenuta il 3 giugno 1970 a Firenze. Fine collezionista, Longhi visse ha convissuto fino alla morte con la moglie, la scrittrice Anna Banti, nella Villa Il Tasso, alle porte di Firenze, dove ora ha sede la Fondazione a lui intitolata.
È proprio la cura della direttrice scientifica della Fondazione, Maria Cristina Bandera, ad avere impostato il fulcro dell’esposizione introducendo al clima artistico in cui maturò e, successivamente, si dispiegò dilagando in Europa, la proposta artistica di Caravaggio: dalla portata rivoluzionaria, che si vuole far percepire in modo netto proprio in questa analisi espositiva.

La raccontiamo qui perché, causa pandemia, e in ottemperanza del DPCM corrente, i pubblici (ma anche molti privati: Associazioni, Fondazioni…) luoghi dell’Arte e della Cultura in Italia sono stati tutti chiusi. Così, ecco una panoramica della bella mostra.

Alcune piccole tavole di Lorenzo Lotto e due tele di Battista del Moro Bartolomeo Passarotti, nell’anticamera del percorso espositivo, sono poste a emblemi del manierismo lombardo e veneto a partire dal quale Caravaggio si formò, plasmando la propria straordinaria ricerca luministica.

Un bozzetto a carboncino della sola figura del ragazzo morso da un ramarro firmato dallo stesso Longhi, datato al 1930, prepara alla fruizione del capolavoro, isolato e sottovetro in una piccola saletta, la meglio illuminata di tutta la mostra, subito dopo l’ingresso dove una scarna linea del tempo inanella i successi della carriera dello storico e collezionista.

Caravaggio, in luogo dell’ultimo pittore del Rinascimento, sarà piuttosto il primo dell’età moderna… Il pubblico cerchi dunque di leggere naturalmente un pittore che ha cercato di essere naturale, comprensibile: umano più che umanistico: in una parola, popolare”.

In queste brevi righe, poste a caratteri bianchi sull’arco prima di varcare la soglia dell’allestimento ai Musei Capitolini, si comprende tutta la passione, pioneristica ai tempi, che Longhi nutriva per il Caravaggio.

Scegliendolo come soggetto per la propria tesi di laurea, discussa con Pietro Toesca all’Università di Torino nel 1911, Longhi ha guadagnato il merito inestimabile di aver fatto riemergere dall’ombra colui che, fino forse all’epocale rassegna al Palazzo Reale di Milano curata dallo stesso Longhi nel 1951, era uno dei pittori “meno conosciuti dell’arte italiana” a cui egli dedicèi un’intera vita di studi.

Fatta eccezione per una copia di Ragazzo che monda un frutto, che Longhi “custodiva come una reliquia”, unico dipinto di Michelangelo Merisi in mostra, la guest star pubblicizzata sulle locandine affissi in tutta Roma, è la prima versione di Ragazzo morso da un ramarro, risalente ai primi mesi del soggiorno romano di Caravaggio e databile al 1595-7 e acquistata dal collezionista negli anni Venti del Novecento.

La seconda versione dell’opera, circonfusa di una luce più fredda e opaca, è infatti conservata alla National Gallery di Londra, acquisita dal museo nel 1986 grazie all’intercessione della Fondazione Paul J. Getty.

Un triangolo di forte luce solare, stagliato sulla parete spoglia, investe ogni dettaglio del quadro: le mezzelune nocciola delle iridi, i riflessi ramati sui ricci castani, il chiarore soffuso dall’incavo del braccio, del polso, nella contorsione in avanti della spalla che scatta in reazione al dolore, l’occhietto vispo del ramarro acquattato tra le ciliegie acerbe, il profilo dentellato delle foglie di rose in boccio, il riflesso di una finestra nell’ampolla catturano lo spettatore che solitario, contingentato e mascherato, contempla l’esempio principe della pittura della luce in quella che si potrebbe definire una piccola sala del trono, il santuario della mostra.

La scelta di una scena così particolare è ascrivibile all’interesse che negli anni romani animava Caravaggio per la raffigurazione delle affezioni dell’anima, basandosi sulla preziosa eredità degli studi condotti da Leonardo da Vinci sulla fisiognomica.

Un precedente della contrazione di sorpresa, disgusto e dolore che aggrotta la bella fronte dell’efebico Ragazzo morso da un ramarro è nel Fanciullo morso da un gambero, schizzo a carboncino e matita della pittrice cremonese Sofonisba Anguissola, che nel 1554 si concentrò sulla rappresentazione artistica del pianto del fratellino Asdrubale, fra le prime nella storia dell’arte a narrare un momento in cui un dolore fisico improvviso provoca una reazione impulsiva al pianto e alla smorfia.

Dopo il Caravaggio, i caravaggeschi. Quasi tutti a Roma, anch’essi, e da Roma presto diramatisi in tutta Europa. La cerchia si potrà dire, meglio che la scuola; dato che il Caravaggio suggerì un atteggiamento, provocò un consenso in altri spiriti liberi, non definì una poetica di regola fissa; e insomma, come non aveva avuto maestri, non ebbe scolari”.

Disposti lungo il brevissimo circuito rivestito di color carta da zucchero, sono oltre quaranta i dipinti degli artisti che, nel corso del Seicento, subirono in varia misura l’influsso della rivoluzione figurativa del luminismo caravaggesco.

Da Genova a Napoli, numerosissimi i seguaci “dell’atteggiamento” del Merisi: Bernardo Strozzi, Giovanni Andrea De Ferrari e Gioacchino Assereto, Andrea Vaccaro, Giovanni Antonio Molineri, Giuseppe Caletti, Carlo Ceresa, Pietro Vecchia, Francesco Cairo, Angelo Caroselli, Giacinto Brandi e Monsù Bernardo, solo per fare alcuni nomi.

Bellissima la tela di Carlo Saraceni, la sfocata Giuditta con la testa di Oloferne i cui tratti classici del viso appaiono nell’oscurità alla fiamma bassa di una candela accesa dalla serva che, prontamente, porge alla propria padrona un sacco in cui nascondere l’orrido trofeo mutilato.

Spiccano i cinque grandi ritratti di Apostoli di Jusepe de Ribera, fortemente improntati sul naturalismo di Caravaggio nella resa dei volti umanissimi dei santi, quasi vivi con le rughe sulle fronti, i capillari alle ali del naso, i capelli scarmigliati, le borse sotto gli occhi.

La monumentale Negazione di Pietro di Valentin de Boulogne (recentemente esposto al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo del Louvre di Parigi), omaggio alla Vocazione di san Matteo dipinta dal Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, domina la parete a metà percorso, accanto ai pregevoli anonimi, noti come Maestro dell’Emmaus di Pau Maestro dell’Annuncio ai pastori.

E, accanto, i fiamminghi e gli olandesi Gerrit van Honthorst, Dirck van Baburen e Matthias Stom, l’Angelo annunciante di Guglielmo Caccia detto Il Moncalvo; la Maria Maddalena penitentedi Domenico Fetti; l’Incoronazione di spine di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone.

La luminosità circonfusa dai quadri stessi, come nella Testa di giovane di Pietro Vecchia – piccola chicca che cattura l’occhio grazie a una radiosità che effonde dalla pelle stessa del giovane ritratto, eclissando le grandi tele circostanti a confronto smorte – riesce, in alcuni casi, a sopperire a un’illuminazione purtroppo non ottimale, che spesso getta aloni e ombreggiature sulle superfici crepate dei dipinti e costringe a ingegnarsi per trovare l’angolazione giusta dalla quale ammirarli.

Chiude il circuito espositivo quello che Roberto Longhi definì “il terzo genio del Seicento dopo Caravaggio e Battistello Caracciolo” – quest’ultimo tra i primi seguaci napoletani del pittore lombardo e presente in mostra con la Deposizione di Cristo –:  Mattia Preti.

Con le sue esangui, livide Susanne inseguite dai vecchioni alla luce lunare, e le pelli verdognole dei musicanti, in costumi pienamente cinquecenteschi, di Concertino, datato fra il 1630 e il 1640, il pittore calabrese è tra coloro che più di tutti contribuì alla longevità dei temi e tecniche caravaggeschi, rileggendoli e reinterpretandone l’inesaurito potenziale innovativo.

Info mostra

  • Il tempo di Caravaggio I capolavori della Fondazione Longhi ai Musei Capitolini
  • A cura di Maria Cristina Bandera
  • Organizzata da Civita Mostre e Musei e Zètema Progetto Cultura
  • La mostra è Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
  • prorogata fino al 10 gennaio 2021
  • Musei Capitolini – Palazzo Caffarelli, Piazza del Campidoglio, 1 – 00186 Roma
  • Orari – Tutti i giorni ore 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima). Per entrare al museo: attesa del proprio turno a distanza di sicurezza (almeno 1 mt). Misurazione temperatura con termoscanner (non è possibile accedere con temperatura uguale o superiore a 37.5). Nel museo:  è obbligatorio l’uso della mascherina. Vietati gli assembramenti. Distanza di sicurezza (almeno 1 mt), ad eccezione delle famiglie. E’ disponibile il gel per mani/guanti. Ingresso ai wc contingentato. Si prega di seguire la segnaletica.
  • Informazioni e prenotazioni: Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)
  • www.museicapitolini.orgwww.museiincomune.it
Valentina Cela

Valentina Cela

commenta

clicca qui per inviare un commento