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Refugees: Keisuke Matsuoka a Roma

di Chiara Buonfrate

“Che cos’è un rifugiato? Che cos’è un essere umano? Che cos’è una scultura?” Sono questi gli interrogativi da cui prende avvio l’interessante e articolata indagine dello scultore giapponese Keisuke Matsuoka (Miyagi, 1980), a cui la Galleria d’arte Faber dedica la prima personale italiana.

Inaugurata il 7 maggio dopo lunghi anni di lavoro e preparazione, la mostra – in corso sino al 30 luglio 2022 – si innesta in un più articolato progetto con l’esposizione diffusa delle opere in due sedi distinte, lo svolgimento di una conferenza dedicata e la donazione di un’opera site specific destinata alla sede del Villaggio Globale del Testaccio di Roma.

Nello specifico, il progetto Refugees affonda le proprie radici nel 2016, quando lo scultore giapponese trascorse un intenso periodo di studio nella Capitale: qui iniziò il suo lungo lavoro di ricerca teso a indagare la realtà dell’uomo nella labile e diafana condizione di rifugiato.

Il tema, di cui non si ricerca l’attualità cronachistica, viene invece analizzato da Matsuoka in chiave sociale e antropologica, avvalendosi dell’utilizzo della tecnica scultorea che, secondo l’artista, acquista in questo contesto un valore primordiale e incarna sotto forma tridimensionale gli interrogativi alla base della sua ricerca corrente: scopo ultimo, quello di trovare la figura di un essere umano universale.

Nelle sue opere, lo scultore nipponico si sofferma principalmente sull’aspetto del linguaggio, sulla sua inevitabile perdita a danno del rifugiato e, di conseguenza, sull’impossibilità di una comunicazione efficace.

La ricerca sul tema non è nuova nella Storia dell’Arte. Ricordiamo, a titolo di esempio, la celeberrima serie dei Segnali di Jannis Kounellis, tramite cui l’artista, una volta abbandonata la Grecia, indaga l’appropriazione di un nuovo linguaggio, di un nuovo alfabeto, di una nuova cultura visiva; Matsuoka, al contrario, analizza il suo negativo, il suo lato oscuro: la sua perdita.

I lavori rispondono visivamente a questo presupposto concettuale: spesso, infatti, non presentano l’elemento della bocca (come in Rifugiato–Giraffa, 2021) a sottolineare l’incapacità di comunicazione, di contatto e di partecipazione all’interno della nuova realtà socio-geografica in cui i rifugiati sono costretti a ricostruire la propria identità.

Da un altro punto di vista, le sculture dell’artista giapponese sembrano finemente riecheggiare le dissertazioni di Martin Heidegger, i suoi scritti sull’ermeneutica e sul linguaggio, soprattutto in quei passaggi in cui il filosofo immagina di conversare con un interlocutore giapponese proprio sul tema dell’universalità del linguaggio o in Lettera sull’«Umanismo», dove dichiara che «Il linguaggio è il linguaggio dell’essere».

Nel momento in cui, però, viene meno il fondamento identitario ed essenziale del linguaggio, l’essere si trasforma in non-essere, e così le sculture di Keisuke Matsuoka perdono la loro interezza e i rinascimentali canoni di perfezione per scomporsi in apparenti frammenti, poi ricomposti nella monumentalità delle figure.

Pensiero e azione si fondono in immagine, come risulta particolarmente evidente in opere come White Period (2021), Rifugiato-Gerarchia (2021) o nelle installazioni esplose.

Tutto è funzionale alla creazione di un transfert empatico con l’osservatore: per le sue sculture, Matsuoka predilige materiali, come cera e gesso, che consentono una virtuosa modellazione e spalancano le porte a una grande molteplicità di sperimentazioni possibili.

La materia si fonde e si separa, si costruisce e si distrugge, proprio come l’identità degli uomini nel loro complesso e indefinito cammino di vita.
Inoltre, le affascinanti sculture esposte in gran numero in Via dei Banchi Vecchi, 31 restituiscono all’osservatore una tale aura di universalità da poter essere comprese da chiunque, indifferentemente dalla provenienza geografica o dall’etnia di appartenenza.

A completare l’esposizione, nello spazio di Via dei Bresciani, 20 una ricchissima sezione documentaristica dà conto della vasta produzione dello scultore precedente al progetto Refugees, e permette di esplorare le linee che hanno guidato la sua ricerca fino a oggi.

In un contesto che copre la totalità dell’analisi di Matsuoka, è possibile visionare numerosi disegni, fotografie, bozzetti e una video-intervista in cui l’artista stesso si racconta e descrive la sua poetica. Inoltre, nello stesso spazio è esposta la grande scultura A tree man (2011), una delle più iconiche della mostra, in cui il confine tra antropomorfismo e zoomorfismo si fa più accentato che mai.

In essa, un uomo ricurvo su se stesso sembra acquisire le sembianze di un grande albero, i suoi piedi si fanno radici, mentre il busto intero si disgrega in impercettibili granelli di polvere di ferro e titanio, per poi ricomporsi attratti dalla forza magnetica, la stessa forza che ricompone l’identità dell’ uomo: in questo senso, nella visione di Keisuke Matsuoka, la figura del rifugiato si eleva a paradigma di analisi dell’intero genere umano moderno.

Nella sua interezza il progetto, patrocinato dall’ UNHCR e dalla Fondazione Italia Giappone, si innesta perfettamente nel programma di ricerca che caratterizza la Galleria d’arte FABER e rappresenta un interessante e singolare spaccato di cultura orientale assolutamente da non perdere.

Info mostra

  • Fino al 30 luglio 2022
  • martedì-sabato 10:00-19:00 / domenica su appuntamento
  • galleria d’arte FABER
  • Via dei Banchi Vecchi 31, 00186 Roma
  • tel. 06 68808624 –  – info@galleriadartefaber.com
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Giovane storica dell’arte, Chiara Buonfrate è nata e lavora a Roma. Ha studiato a Roma ed Edimburgo, conseguendo la laurea in Beni Culturali e poi in Storia dell’arte. Nel corso della sua formazione accademica ha approfondito temi legati alla legislazione dei beni culturali e alla museologia. Si occupa di arte contemporanea con un particolare focus sui decenni dal 1960 a oggi. Segue attivamente il mercato d’arte internazionale e ha collaborato con case d’asta e gallerie romane. Attualmente ha intrapreso un percorso di formazione professionale in ambito museale. È appassionata di scrittura, lettura e divulgazione d’arte.

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