Non sapevo chi avrei avuto di fronte e per questa ragione ho portato L’isola di Arturo. Nel romanzo di Elsa Morante c’è infatti qualcosa di buono per ognuno, per chi ama gli animali, per gli avventurosi, per chi cerca una storia d’amore, per chi vuole sapere cosa significa diventare adulti. Per quelli, come me, per i quali la letteratura dovrebbe essere un gioco del mondo, leggero e segreto, pieno di cani e sorprese.
Ho portato con me anche il mio cane, in questi incontri a Tor Bella Monaca, perché volevo che i ragazzi stessero a questi incontri come si sta al parco, o nella propria stanza: tranquilli, concentrati su quello che si sta facendo e lontani dalle preoccupazioni.
Conosco poco i ragazzi molto giovani non avendo figli. Ma conosco un po’ me stessa e so quanto siamo tutti ostaggi della distrazione. Quanto tempo perdiamo col naso su qualche schermo, quanto quel tempo perso non sia per niente fertile. Lo so di me, che sono cresciuta quando ci si annoiava davvero.
Nessuno di questi ragazzini vispi può avere idea di cosa fossero le domeniche pomeriggio prima di internet, quando anche le strade erano vuote perché i negozi chiudevano, la domenica. E il telefono era poggiato sulla mensola all’ingresso, a disposizione di tutta la famiglia. E se per caso volevi avere una conversazione privata dovevi tirati il filo fino a una stanza, socchiudere la porta e sussurrare per non farti sentire.
La noia era un condizione angosciosa, appiccicosa e soffocante che ti calava addosso come nebbia. E il tempo era infinito, le ore si muovevano lente come bradipi, sfiancandoci. Distrarsi non era possibile, ma la noia era brodo di coltura di tutte le emozioni e della creatività, buona o cattiva.
Io dunque, che adesso sono distratta quanto loro, conosco il tempo nel quale la distrazione non esisteva. E come prima cosa, entrata nella accogliente libreria Le Torri della meravigliosa Alessandra Laterza ho cercato con loro di ritrovarlo quel tempo, di scavare una trincea tra noi e la velocità e le infinite possibilità che stanno dentro qualsiasi device. Per farlo, ho chiesto loro di sdraiarsi sul pavimento e di chiudere gli occhi.
Nonostante la mia riluttanza verso qualsiasi forma di consapevolezza- dell’io, del tu, del voi o di qualsiasi altra persona – per ragioni che non starò qui a spiegare in alcuni anni della mia vita ho praticato discipline di addomesticamento del corpo. Danza, yoga, arti marziali, ma anche faccende legate alla respirazione e alla meditazione, e tra queste il training autogeno. Che consiste essenzialmente nel mettersi sdraiati sul pavimento a occhi chiusi e farsi guidare dalla voce di qualcuno.
Il training autogeno è un modo semplice e pratico per prendere le distanze dai pensieri della vita, per rilassare i muscoli e per fare un piccolo viaggio con l’immaginazione.
Ai ragazzi stesi a terra ho chiesto quindi di seguire la mia voce e li ho portati un po’ a spasso nella loro testa per una decina di minuti, cercando di domare l’irrequietezza e l’imbarazzo di starsene sdraiati l’uno accanto all’altra sul pavimento di una libreria. Ha funzionato. Anche solo per il fatto che per quei 10/15 minuti non potevano consultare il telefono, senza che io dovessi imporre loro di non farlo. Così ho continuato a farlo prima di ogni nostro incontro. Quando riaprivano gli occhi, mi sembravano più presenti, meno frenetici. Ma poi chissà.
Forse il merito è tutto di Elsa Morante. La storia di Arturo che cresce selvaggio nell’isola di Procida, della sua cana Immacolatella, del padre Wilhelm, del suo tato Silvestro, dell’ingenua Nunziatella, è così perfetta che incanta chiunque. Tornati dai nostri viaggetti autogeni, ci siamo messi a leggere, abbiamo annotato tutte le parole strane di cui non sapevamo il significato, abbiamo fatto apparire l’isola grazie alle descrizioni di Elsa Morante.
Incontro dopo incontro siamo andati avanti, parlando di animali, di amore, e tradimenti. Abbiamo ospitato una poeta, Maria Grazie Calandrone, uno scrittore di romanzi, Daniele Mencarelli e una professoressa di scuola che scrive libri per raccontarla, Gaja Cenciarelli. Ma soprattutto abbiamo cercato, durante i nostri incontri, di scrivere un catalogo di propositi per rendere il mondo un posto migliore. E devo dire la verità, mi sono commossa quando abbiamo stabilito che il primo e inderogabile sarebbe stato: Vivere in armonia con gli animali e prestare attenzione a chi si esprime in modo diverso da noi.
Elena Stancanelli (Firenze, 1965) ha esordito nel 1998 con il romanzo Benzina (Einaudi Stile Libero, Premio Giuseppe Berto), da cui è tratto l'omonimo film del 2001, diretto da Monica Stambrini. Ha poi pubblicato: Le attrici (Einaudi 2001), Firenze da piccola (Laterza 2006), Mamma o non mamma con Carola Susani (Feltrinelli 2009; Marsilio 2025), Un uomo giusto (Einaudi 2011), La femmina nuda (La nave di Teseo 2016, finalista al Premio Strega), Il tuffatore (La nave di Teseo 2022, finalista al Premio Campiello), La gioia di ieri (Einaudi 2025). Collabora con «la Repubblica» e Rai Radio 3. Con Emma Dante e Giorgio Vasta ha scritto la sceneggiatura dei film Le sorelle Macaluso e Misericordia.
Foto di Chiara Pasqualini








