Il diavolo veste di bianco e il suo nome è Riccardo.
Siamo nel cuore cruciale della Guerra delle Due Rose. La morte di Re Edoardo IV spalanca un vuoto incolmabile: il trono d’Inghilterra è vacante. Riccardo, fratello del defunto sovrano, ambisce alla corona sfruttando ogni mezzo. Con precisione muove le sue vittime come pedine di una scacchiera, piegandole al suo volere. Privo di gobba e difetti fisici, accennati soltanto in alcuni momenti, Vinicio Marchioni, avvolto in un abito bianco perla dal taglio settecentesco rivisitato, indossa i panni dell’acerrimo Duca di Gloucester.

immagine per Riccardo III di Antonio Latella - Vinicio Marchioni
Riccardo III di Antonio Latella – Vinicio Marchioni

Il villain shakespeariano per eccellenza si rivela in tutta la sua brutale estetica, armato di un fascino magnetico che lo distingue nettamente dal resto della famiglia reale. È proprio nella sua bellezza che si annida il male: una malvagità manipolatrice, seduttiva e ingannatrice.

L’interpretazione di Marchioni va oltre la maschera del “cattivo”. La sua forza sta nel rendere Riccardo non un mostro distante, ma un uomo spaventosamente vicino a noi; sceglie la via della sottrazione: non urla il suo odio, ma lo sussurra, rendendo la sua brama di potere quasi erotica.

La scenografia, curata da Annalisa Zaccheria, si presenta come un Eden invaso da infinite rose bianche: il suo habitat naturale. Un tronco cavo al centro della scena, simbolo quasi materno da cui Riccardo emerge sinuoso come un serpente, diviene la sua tana, il suo rifugio, il ventre protettivo che gli consente di mimetizzarsi. È il posto più sicuro per ascoltare la vera natura non del giardino, ma delle sue vittime.

Attorno a questo valzer floreale, Antonio Latella dirige i membri del cast come manichini di corte che si muovono con precisione chirurgica. In questo intricato schema di potere e conquista, Riccardo è letteralmente spaccato in due. Da un lato, il Duca si nutre di un universo maschile adulatorio e servile.

Spicca il trasformismo di Annibale Pavone che, interpretando tre personaggi, incarna la camaleontica inaffidabilità della politica di corte. Le prove di Sebastian Luque Herrera, Luca Ingravalle, Stefano Patti e Andrea Sorrentino compongono i tasselli di un mosaico di potere che si sgretola sotto i colpi del protagonista.

Una nota di merito va a Flavio Capuzzo, che la regia eleva a “costola” del Duca: più che un custode, è un soldato o un’estensione fisica di tutte le volontà (o quasi) di Riccardo?

immagine per Riccardo III di Antonio Latella
Riccardo III di Antonio Latella

Dall’altro lato, il suo vero tallone d’Achille è l’universo femminile: mondo che egli desidera ardentemente sottomettere, ma di cui finisce per essere vittima.

Mentre gli uomini si piegano, le donne formano un coro greco moderno; non cedono, si danno forza a vicenda, affermandosi come protagoniste indiscusse nel definire il futuro del regno: Candida Nieri (Regina Margherita) che incarna lo spirito della profezia e del rancore: una figura spettrale e potente che attraversa la scena lanciando anatemi, ricordando a tutti che il sangue chiama altro sangue; Silvia Ajelli (Regina Elisabetta) sfida con fermezza le provocazioni di Riccardo.

È il fulcro del conflitto politico: pur fragile e testimone del disfacimento familiare, conserva la lucidità per comprendere l’orrore che avanza; Anna Coppola (Regina madre) e il dramma della genitrice: dal suo ventre è nato un mostro, e a lei spetta il terribile compito di disconoscerlo; Giulia Mazzarino (Lady Anna) affronta il ruolo più ambiguo, restituendo la tensione di una donna che, nel momento del massimo lutto, viene sopraffatta dalla parola seducente dell’assassino.

Antonio Latella conferma la potenza del suo timbro registico — già ammirato in Chi ha paura di Virginia Woolf? e Un tram che si chiama desiderio — ma qui sorprende per una scelta inattesa: la misura.

Laddove ci si aspetterebbe eccesso o sperimentazioni astratte, il regista sceglie la via della chiarezza assoluta. Nonostante la complessità dell’opera, la regia lavora per sottrazione, eliminando il superfluo per permettere alla trama di emergere con limpidezza. È un teatro che non necessita di artifici, ma si affida interamente alla potenza della parola, magistralmente tradotta da Federico Bellini.

In questo giardino candido e spietato, Latella non mette in scena solo la caduta di un regno, ma la purezza accecante del male. Quando cala il sipario, una densa nube di fumo bianco si posa sulla scena come un velo: non è luce, ma un vuoto gelido che tutto uniforma.

In conclusione, resta la consapevolezza che l’orrore non ha bisogno del buio per colpire: basta un abito bianco e una parola sussurrata al momento giusto. Perché il male più pericoloso non è quello che ci spaventa, ma quello che, quasi senza accorgercene, finisce per somigliare a noi e ai nostri desideri più oscuri.

immagine per Vinicio Mucedola
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Attore ed Editorial Contributor, classe 1997. Cresciuto tra le distese dorate dell’Alto Tavoliere e il respiro dell’Adriatico, forgia il proprio talento coniugando le tecniche di Castellitto alla biomeccanica di Mejerchol’d. Diplomatosi presso "La Factory", si distingue come interprete versatile e appassionato frequentatore del palcoscenico spaziando tra la grande drammaturgia, la commedia e prosa contemporanea.

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