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Il Conte di Montecristo oggi: giustizia, identità e potere in una società contemporanea

di Silvia Argento

La prima volta che incontriamo Edmond Dantès non è ancora un eroe. È un ragazzo di appena diciannove anni con un futuro promettente, tanti sogni e speranze: una promozione imminente, un matrimonio con la donna che ama. Tutto è lineare, quasi prevedibile. Poi qualcosa si spezza: improvvisamente viene arrestato e non sa neppure il motivo. Un complotto ha fatto sì che tutti i suoi sogni si infrangessero. Così, Dantès scompare nel castello d’If insieme alle speranze del lettore di vederlo trionfare.

È qui che comincia davvero Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas. Non nella vendetta, il concetto che lo ha reso celebre, ma nell’ingiustizia:

Ma oggi è un’altra cosa. Ho perduto tutto ciò che poteva farmi amare la vita.
Il conte di Montecristo

Un uomo contro il sistema

Dantès è il protagonista di un romanzo d’avventura, con un intreccio interessante, uno stile classico da feuilleton, una trama fatta per intrattenere. Lo conoscono tutti: ne hanno tratto diversi film e serie, anche di recente.

È superfluo ribadire l’ovvio sul perché sia una lettura avvincente; mentre è interessante chiedersi come mai una storia scritta nella prima metà dell’Ottocento continui a parlare con tanta forza ai lettori contemporanei e possa farlo anche ai più giovani.

L’epoca di Dumas è certamente lontana. Eppure, Dantès è facilmente vittima non di un destino, ma di una combinazione di interessi di altre persone che, chi per gelosia, per invidia o per salvarsi il posto, hanno deciso di rovinargli la vita e, insieme a loro, è il sistema che permette tutto questo. Basta pochissimo: una denuncia, un arresto immediato, nessun processo, nessuna giustizia.

Questo non succede perché Dumas vive in un’altra epoca, succede da sempre e a chiunque di scontrarsi contro un sistema, contro un potere e, anche se le istituzioni ormai ai nostri tempi sono molto più sofisticate, è impossibile anche adesso che non si possa fallire almeno una volta o finire vittime di un sistema corrotto.

Allora la prima riflessione che le avventure di Dantès ci regalano è proprio quella sul rapporto tra l’individuo e il potere, ma anche tra l’individuo e se stesso.

Perché da questa ingiustizia Dantès uscirà estremamente trasformato.

Mi sembra che l’uomo non sia fatto per essere così semplicemente felice. La felicità è come quei palazzi delle isole incantate le cui porte sono guardate dai draghi: bisogna combattere per conquistarli.
– Il conte di Montecristo

La metamorfosi di Dantès e la costruzione dell’identità oggi

Quando Dantès esce di prigione, anni dopo, non è più lo stesso. Non può tornare nel mondo e non può tornare a essere se stesso: deve reinventarsi, deve reinventare l’aspetto, il passato, la vita stessa e quello stesso mondo. Il giovane marinaio scompare e al suo posto compaiono una marea di altre figure, fra le quali la più importante: il conte di Montecristo.

A questo punto quello che costruisce con il suo alter ego è molto specifico: in una combinazione brillante tra linguaggio, aspetto fisico e conoscenze, costruisce qualcosa che nella nostra epoca è più di tutte fondamentale, ovvero una reputazione. La crea da capo attraverso una narrazione sempre più sofisticata, perché ha capito molto prima di noi che in questo mondo più che chi sei, conta come appari.

La trasformazione del protagonista non è, quindi, solo uno degli elementi più famosi e particolari del romanzo di Dumas, ma è anche terribilmente attuale in quanto riflette la costruzione dell’identità che ognuno di noi opera di questi tempi. Chiaramente, l’autore non sapeva nulla di identità digitale né della “narrazione” che noi tutti facciamo di noi stessi sui social, tuttavia anticipa moltissimo questi temi e può consentire anche a un giovane di rivedersi nella metamorfosi come veicolo per il prestigio sociale.

Il fascino oscuro della vendetta

Ma non è la costruzione dell’io quello che il lettore sta aspettando mentre legge Il conte di Montecristo. Il narratore ti induce talmente tanto in empatia con il protagonista, che ciò che aspetti più che mai è la sua vendetta, il suo trionfo.

Ed effettivamente le soddisfazioni che attendi le ricevi: uno dopo l’altro, gli uomini che lo hanno tradito cominciano a pagarne il prezzo attraverso una serie di stratagemmi ideati proprio dal protagonista, che non colpisce a viso aperto, ma creando situazioni dannose per i suoi nemici da lontano. Malgrado la vendetta tocchi anche innocenti (parenti e amici di coloro che Montecristo punisce), il lettore si muove a metà tra la giustificazione di tutto e il continuo sentore che forse qualcosa sta per cambiare.

Qui ritorna il problema attuale della giustizia e del sistema: sappiamo che viviamo in una società dove farsi “giustizia da soli” è sbagliato, ma non possiamo ragionare per giusto e sbagliato o bianco e nero quando parliamo di e con Montecristo.

Con il tempo, lui stesso si accorgerà di qual è il prezzo da pagare per la vendetta, ed è qui che la vicenda diventa moderna: Dumas non celebra semplicemente i giusti e decreta la punizione dei malvagi, mostra lentamente e palesemente il costo morale della vendetta.

Se il romanzo continua a essere letto dopo così tanto tempo dalla sua pubblicazione non è, allora, solo per l’efficacia della trama; ma perché racconta qualcosa di profondamente riconoscibile: un tradimento, una caduta, l’illusione di rialzarsi, la comprensione che la rinascita sperata non passa per quello che si credeva.

immagine per Il Conte di Montecristo oggi: giustizia, identità e potere in una società contemporanea, copertina del libro
Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Non è solo la vendetta, ma l’idea che da una sconfitta totale si possa sparire, riapparire con un altro volto, e dimostrare che il mondo non ha vinto.

Montecristo nell’era dei social

Per molti probabilmente suonerà come una blasfemia, ma se il conte di Montecristo esistesse oggi, non si muoverebbe tra salotti aristocratici e banche e neppure salperebbe.

Avrebbe un campo di battaglia ben preciso, quello dove oggi passa la vera reputazione e la narrazione sociale: quello dell’informazione.

Nel romanzo, Montecristo manipola con maestria ciò che gli altri pensano di lui, le vite dei nemici, sfrutta i segreti che conosce per smascherarli davanti agli occhi della società.

Trasportata nel presente, una strategia simile passerebbe probabilmente attraverso altre armi che riguardano la società della comunicazione, con vere e proprie “macchine del fango” strutturate tramite fughe di notizie e campagne mediatiche. Sarebbe stato assai più semplice per lui dedicarsi alla propria reputazione, così come complicato gestire la velocità con cui le informazioni girano sui social in quest’epoca.

Montecristo sarebbe in grado di appartenere a questa società e forse saprebbe ancora di più che oggi il potere non appartiene solo alle istituzioni, ma anche a chi controlla le narrazioni pubbliche.

Il fatto che possieda un’enorme ricchezza sarà poi per lui essenziale: non è fondamentale oggi controllare solo le informazioni, ma anche avere il potere finanziario per influenzare la realtà.

Quindi, la figura del conte di Montecristo non appare affatto antiquata, ma il prototipo narrativo di aspetti della vita che ancora oggi conosciamo assai bene, un prototipo che però non resta cristallizzato nella sua vendetta, ma si evolve. Perché dopo intrighi, travestimenti e stratagemmi, la storia torna a una domanda semplice: cosa resta quando la vendetta è finita?

La risposta la conosciamo.

Il Conte non ci ha lasciato scritto che l’umana saggezza sta tutta intera in queste due parole: Aspettare e sperare?

immagine per Silvia Argento
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Silvia Argento è docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale. Autrice di due saggi dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e "La fedeltà disattesa" e della raccolta di racconti "Dipinti, brevi storie di fragilità".

Una risposta

  1. Un taglio nuovo e contemporaneo che questa giovane scrittrice è riuscita a “cavare” da un ormai vecchio classico, ci fa capire la ricchezza e profondità intellettuale sia del Dumas che dell’Argento, in questo imperscrutabile duetto separato da decenni.
    Complimenti?
    No, di più.
    Ringraziamenti.

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