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L’esteta è tornato: Oscar Wilde nell’epoca dell’algoritmo

di Silvia Argento

Oscar Wilde è forse l’autore più “social” che esista: le sue citazioni spopolano da tempo come didascalie, associate alle immagini più disparate, spesso senza particolare correlazione; i suoi paradossi vengono saccheggiati e, non di rado, fraintesi per dare una patina di brillantezza all’egocentrismo di chi posta; il suo personaggio, anche grazie al legame con la comunità LGBTQA+, è riconoscibile persino a chi non è propriamente un appassionato di letteratura.

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Mentre saccheggiamo le opere wildiane alla ricerca della frase più accattivante da sistemare sotto la foto di un tramonto, però, rischiamo di non accorgerci che l’attualità di Wilde va ben oltre la sua capacità di fornire caption.

Il mondo sta diventando quella vetrina di apparenza, maschere e ostentazione che Wilde, per certi aspetti, ha promosso e, per altri, ha aspramente condannato.

Perché l’estetismo, se nel suo progetto originario voleva sottrarre l’arte alla morale e la vita alla tirannia dell’utile, oggi sembra essersi trasformato in qualcosa di diverso: una vita che non deve soltanto essere vissuta, ma continuamente mostrata, composta e desiderata da un pubblico.

Il dandy non è un influencer

Wilde promuoveva la ricerca di ordine, bellezza e arte con un passaggio che sicuramente passava anche dall’esterno: “o si è un’opera d’arte o la si indossa”, quindi nessun dettaglio nell’abbigliamento era mai trascurato, l’estetica era curata, l’eleganza la faceva da padrona.

Questo non va collegato ai nostri contesti radical chic così patinati, vuoti e superficiali (per Wilde la superficialità era “il vizio supremo”), in quanto ogni dettaglio di questo genere aveva un senso e ragion d’essere.

Un esempio: il garofano verde, non era semplicemente un accessorio elegante, ma piccolo gesto di riconoscimento. Wilde e alcuni suoi amici lo indossavano all’occhiello, nel 1892, alla prima di Lady Windermere’s Fan, Wilde e un gruppo di giovani uomini si presentarono con garofani verdi.
Per alcuni, era un gesto eccentrico, mentre chi sapeva, capiva.

Ancora, Wilde era un dandy, cosa che prevede un classico abbigliamento elegante da “damerino”, ma il dandismo ottocentesco nasce anche come atteggiamento estetico e sociale: fare della propria persona una composizione deliberata, distinguersi dalla massa, trasformare l’apparenza in una forma di espressione.

La personalità è un’opera d’arte, il vestito stesso è una forma di dichiarazione e con esso tutto: fiori, colori, oggetti, profumi diventano parte di un universo in cui la sensibilità estetica conta più della funzionalità, per opporsi a una società che invece vendeva l’apparenza che celava crimini orribili, il perbenismo per nascondere le proprie perversioni, il guadagno come valore assoluto al posto dell’arte, per antonomasia “inutile”.

Il dandy, quindi, non è un influencer: se Wilde avesse vissuto i social non avrebbe pubblicizzato il prodotto più in voga in quest’epoca e promosso il consumismo sfrenato, inseguendo l’algoritmo per accumulare consensi.

Tutta l’estetica wildiana si basa, anzi, sull’anticonformismo. È triste che un autore così contro la massa sia diventato, grazie ai social, mainstream, in quanto nella sua opera non lo era: condannato per “gross indecency” (grave indecenza), ha trascorso la sua vita a smascherare la società vittoriana, a metterne in evidenza contraddizioni e ipocrisie.

Se fosse vissuto adesso, avrebbe forse fatto dell’immagine una forma d’arte ancora più radicale, ma proprio per questo avrebbe guardato con sospetto alla trasformazione dell’estetica in merce.

È qui che il nostro presente sembra aver rovesciato Wilde.
Abbiamo preso l’idea di trasformare la vita in un’opera d’arte e l’abbiamo trasformata in una vetrina, abbiamo sostituito l’eccentricità con la tendenza, l’unicità con il brand, il gusto con il consumo.

Non ci vestiamo più soltanto per essere belli o per esprimere qualcosa di noi: sempre più spesso scegliamo ciò che indossiamo, mangiamo o addirittura i posti che visitiamo e vediamo in funzione di come apparirà agli altri.

L’estetismo è stato privato della sua componente di provocazione e di libertà e rischia così di diventare il suo contrario: non più la possibilità di costruire autonomamente la propria immagine, ma l’obbligo di costruirla secondo modelli già pronti.

Una vita in vetrina, Salomè e gli altri

L’esteta è tornato, quindi, ma in maniera pericolosa e omologata, quasi in vendita. Se entriamo nelle opere di Oscar Wilde, scopriamo che aveva già intuito questo meccanismo e quanto l’apparenza potesse essere potente, ambigua e persino pericolosa.

I suoi personaggi non si limitano a mostrarsi: vogliono essere guardati, desiderati, ammirati. E spesso, nel momento in cui conquistano quello sguardo, ne diventano prigionieri.

immagine per La toeletta di Salomè, illustrazione di Aubrey Beardsley per l'edizione inglese del 1894 della tragedia Salomè di Oscar Wilde.
La toeletta di Salomè, illustrazione di Aubrey Beardsley per l’edizione inglese del 1894 della tragedia Salomè di Oscar Wilde.

È il caso di Dorian Gray, ma di lui si è parlato fin troppo.

È il caso, invece, anche di Salomè. Tragedia in un atto, scritta da Wilde in francese nel 1891, riprende la storia biblica di Salomè, figlia di Erodiade e figliastra di Erode Antipa, ma in maniera molto originale.

Il centro diventa il rapporto fra Salomè e Jokanaan (Giovanni Battista) e la prima è protagonista assoluta. Salomè vuole appropriarsi dello sguardo dell’altro, quello di Giovanni, ma non riesce a ottenerlo. Ne diventa quindi ossessionata, in una vicenda che mostra quanto il desiderio di essere guardati possa essere potente e produrre effetti assurdi.

Tutta la tragedia, soprattutto il momento in cui Salomè danza per Erode è una sorta di società dello spettacolo in miniatura. La principessa ha un’ossessione non soltanto erotica: la sua è anche una lotta per il controllo dell’immagine, del desiderio e dello sguardo altrui.

Oh! Perché non mi hai guardata, Jochanaan? Hai coperto i tuoi occhi con la benda di colui che vuol vedere il suo Dio. E dunque hai veduto il tuo Dio, Jochanaan, ma me, me non mi hai mai veduta. Se avessi veduto me, mi avresti amata! Ho sete della tua bellezza. Ho fame del tuo corpo. Né vino né mele possono appagare il mio desiderio.
[Salomè, Oscar Wilde]

È difficile non pensare ai nostri social. Non perché Instagram sia una moderna corte di Erode, né perché ogni selfie nasconda una Salomè, sarebbe una semplificazione piuttosto banale. Piuttosto perché viviamo in un sistema nel quale essere visti è diventato quasi inseparabile dall’esistere, e nel quale il nostro rapporto con gli altri passa sempre più spesso attraverso la costruzione di un’immagine di noi stessi.

È rassicurante in quanto ci sembra di controllare le nostre vite, eppure ci pone sempre di più alla mercè degli altri, dentro un conflitto che era anche degli esteti: se la mia vita è un’opera d’arte, dove finisce il personaggio e inizia la persona?

Ne Il critico come artista, saggio di Wilde in forma dialogica, i due protagonisti Ernest e Gilbert riflettono proprio su questo.

L’arte è più importante della vera e propria esperienza di vita e secondo Gilbert l’atteggiamento estetico conta più di quel che si vive. Anche la nostra vita attualmente sta diventando una costante performance estetica, ma in maniera diversa.

Se Wilde voleva liberare la vita dall’utilità attraverso bellezza ed estetica, i social l’hanno resa protagonista, ma tristemente anche utilissima, perché ogni frammento può diventare contenuto, capitale sociale, pubblicità.

immagine per Il principe felice di Oscar Wilde, Illustrazione di Walter Crane per la fiaba pubblicata nella raccolta del 1888 Il Principe Felice e altri racconti.
Il principe felice di Oscar Wilde, Illustrazione di Walter Crane per la fiaba pubblicata nella raccolta del 1888 Il Principe Felice e altri racconti.

Forse è questo il paradosso dell’esteta contemporaneo: abbiamo imparato a trasformare tutto in immagine, ma abbiamo dimenticato che l’arte, per Wilde, era proprio ciò che non aveva bisogno di essere utile. E così rischiamo di diventare come il Principe Felice: statue bellissime, costruite per essere ammirate, il cui valore sembra dipendere soltanto dalla superficie. Ma quando gli ornamenti vengono meno? Cosa rimane di noi quando non siamo più in vetrina?

«Com’è diventato malridotto il Principe Felice» disse il Sindaco. «Il rubino è caduto dalla sua spada, gli occhi sono scomparsi e non è più dorato. È poco più che un mendicante.»
«Non essendo più bello, non è più utile» disse il Professore d’Arte.
[Il principe felice, Oscar Wilde]

 

immagine per Silvia Argento
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Silvia Argento è docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale. Autrice di due saggi dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e "La fedeltà disattesa" e della raccolta di racconti "Dipinti, brevi storie di fragilità".

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