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Boccaccio e il Grande Fratello

Chi è convinto che “Il Grande Fratello“, “L’isola dei famosi” e altri reality shows impostati sulla segregazione di un gruppo di persone all’interno di una casa, di un palazzo, o di un’isola siano un’invenzione dei nostri giorni, non conosce o ha dimenticato la letteratura italiana, giacché tutti questi programmi hanno un illustre precedente che risale addirittura al secolo XIV°.

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Boccaccio e il Grande Fratello

Tra il 1348 e il 1353, infatti, Giovanni Boccaccio,  scrivendo il “Decameron“, anticipa di oltre seicento anni l’idea di isolare un gruppo di persone all’interno di una villa. Il pretesto glielo offre la peste del 1348, quella – per intenderci – che si portò via Laura, il grande amore di Petrarca.

Siamo a Firenze. Tre giovanotti e sette pulzelle, tutti tra i 18 e i 28 anni, decidono di sfuggire all’epidemia lasciando la città e andandosi a rifugiare in collina, presso uno di quei casali che oggi praticano l’agriturismo. È un’allegra brigata che passa dieci giorni a tre chilometri da casa,  lasciandosi alle spalle il mondo con i suoi dolori e le sue tristezze.

Per ingannare il tempo, i dieci giovani decidono di cantare, di ballare e soprattutto di raccontare delle novelle. A turno, ognuno di loro diventa autore, regista e interprete di storie, vere o inventate poco importa. I loro racconti, come sappiamo, diventeranno capolavori della nostra letteratura e, ancora oggi, li leggiamo, li apprezziamo, ci ridiamo sopra, ci riflettiamo.

Il suggestivo accostamento tra il “Grande Fratello” del Boccaccio e quello che ci viene riproposto sul piccolo schermo fa nascere alcune considerazioni. Ne proponiamo tre, ma chi legge può, ovviamente, ampliarle a proprio piacimento.

La prima è di ordine generale e riguarda il riciclaggio di vecchie idee adottato per nascondere l’inflazione dei programmi televisivi.

La produzione in serie e la moltiplicazione delle reti hanno prosciugato la fantasia degli autori. Non si spiega altrimenti questo copiarsi a vicenda da un’emittente all’altra: i giochi a quiz, le telenovelas, i telegiornali, i programmi di intrattenimento e di approfondimento, le riprese e i commenti sportivi, gli spot pubblicitari…

Fare lo zapping è ormai inutile, perché tutto ciò che si vede in un canale lo si può vedere, talvolta addirittura contemporaneamente, in un altro. Forse è inutile anche accendere il televisore, quando qualcosa di meglio si può trovare in un libro.

Non sarebbe una cattiva idea, pertanto, evitare di vedere il “Grande Fratello” e dedicare le stesse ore a leggere, o rileggere  il “Decameron”, sostituire il voyeurismo della TV guardona con la lettura di un testo classico.

Una seconda considerazione – questa volta legata allo show in argomento – riguarda le diverse motivazioni che stanno alla base dell’autosegregazione.

I giovani del Boccaccio fuggono da Firenze per non morire. Sotto un certo aspetto, anche i protagonisti dei reality shows “non vogliono morire”, ma è necessario completare la frase precisando che “non vogliono morire nell’anonimato”.

Il loro desiderio di salire sulla ribalta dei media (o di un palcoscenico), di diventare o di rimanere famosi non è voglia di vita “tout court”, ma di vita apparente e appariscente. Ancora una volta, per dirla con Pirandello, la scelta è tra l’essere e l’apparire.

Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile, Elissa, Panfilo, Filostrato e Dioneo scelgono di vivere; e vivono ancora. Ai reclusi del nostro secolo interessa apparire. Il problema della durata passa in second’ordine. C’è chi ama le grandi fiammate e chi sceglie un più duraturo focherello; in queste due diverse ottiche, è coerente anche la scelta del mezzo: la TV ai primi, il libro ai secondi.

La terza considerazione riguarda il modo di passare il tempo.

È risaputo che, quando si forma un gruppo, scatta immediatamente il problema dell’emergenza del leader. Ciò porta a contrasti e malumori, isolamenti e ripicche, amori e odi. I giovani del “Decameron” risolvono il problema con l’elezione – a turno – di un Re o di una Regina che “per un giorno s’attribuisca e il peso e l’onore” della signoria.

È uno splendido esempio di democrazia e di alternanza, che gli eredi del “Grande Fratello” non potranno mai attuare, soprattutto perché il meccanismo del gioco televisivo, puntando sull’eliminazione progressiva dei partecipanti fino alla vittoria finale di uno solo di essi, incita più alla lotta che alla pacifica convivenza.

C’è dell’altro. L’isolamento dilata le ore e la comunicazione verbale diventa una medicina indispensabile. Nel “Decameron”, Pampinea, la regina della prima giornata, propone di “diletto pigliare” riunendosi in un luogo fresco, dove “né altro s’ode che le cicale su per gli ulivi” e di passare il tempo “novellando”. Non è solo il trionfo della parola, ma anche il riconoscimento ufficiale della nascita del racconto in lingua italiana.

Anche i protagonisti dei moderni programmi televisivi fanno discorsi, raccontano barzellette, organizzano giochi, scherzi e balli, ma tra loro e i 10 giovani del “Decameron” c’è un abisso culturale. Le battute stupide, le allusioni volgari, le feroci liti e gli improvvisi amori sono prerogative dell’era televisiva.

Eppure – ma guarda un po’ come va il mondo – il capolavoro del Boccaccio è stato additato per anni come un libro “sporcaccione” e da non fare leggere ai giovani; il “Grande Fratello”, che va avanti da anni tra litigi, offese, e maleducazione, viene riproposto a milioni di telespettatori, neonati compresi.

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Nato in Acireale (CT), vive a Roma. Giornalista pubblicista, critico teatrale e cinematografico, ha conseguito il Diploma in Scienze e Tecniche delle Opinioni Pubbliche all'Università Internazionale degli Studi Sociali "Pro Deo" di Roma e la laurea in Lettere Moderne all'Università "La Sapienza" di Roma.
Ex Docente e Dirigente Scolastico presso Istituti di Istruzione Superiore, ha insegnato "Linguaggio audiovisivo" nella Scuola di Giornalismo "Dante Alimenti" di Roma, Letteratura Italiana all’Università Telematica Internazionale “Uninettuno” e "Scienza della comunicazione audiovisiva" nell'Università "Seraphicum" di Roma.
Responsabile dell'Ufficio Studi e Ricerche del Comitato per la Cinematografia dei Ragazzi (C.C.R.) di Roma, ha ideato il Premio “Lanterna Magica” alla Mostra del Cinema di Venezia e organizzato e diretto corsi nazionali di aggiornamento per educatori e docenti sull'educazione audiovisiva nella scuola.
Autore di saggi, racconti, romanzi, sceneggiature collabora con la rivista “Quaderni di Pediatria” dell’Associazione Culturale Pediatri (ACP) ed è Direttore responsabile della rivista “Pagine Giovani” del Gruppo di Servizio della Letteratura Giovanile (GSLG).

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