Non tutti i film iniziano con la prima inquadratura.
A volte, per creare il clima giusto, basta una nota, un rumore, il buio, una frase. Come ne I bambini di Gaza, tratto da un racconto lungo di Nicoletta Bortolotti e scelto da Loris Lai per il suo debutto nella regia.
Dopo i titoli di testa, rimbombano spari ed esplosioni e le didascalie ci proiettano su quello che avveniva nel 2003 nella Striscia di Gaza, dove era in corso la rivolta popolare con lanci di pietre (Intifada), insediamenti israeliani stazionavano in prossimità di Gaza City e il 43% della popolazione aveva meno di 14 anni. Storia di ieri che, dopo oltre venti anni, non smette di essere anche cronaca di oggi.
È in questo teatro di guerra che vivono l’undicenne palestinese Mahmud e la sua giovane madre Farah, vedova di un martire della resistenza. Per sopravvivere ad allarmi, bombardamenti e coprifuoco, i due sbarcano il lunario tenendosi lontani dalla politica e vendendo mazzi di timo, ma i conflitti sono ciechi e non tengono in considerazione il sesso, l’età, le condizioni di vita.
Mahmud, a differenza di altri suoi coetanei, non ama “giocare alla guerra” e al calcio; preferisce andare a mare e cavalcare le onde con la tavola da surf. L’incontro con chi condivide la stessa passione potrebbe diventare amicizia se non ci fosse qualcosa di strano nel comportamento di quel ragazzo sconosciuto: il suo veloce allontanarsi dalla spiaggia dopo aver surfato. Mahmud si incuriosisce e lo pedina.
Scopre che vive in un stanziamento vicino ai posti di blocco, che si chiama Alon ed è figlio unico di una coppia di ebrei. Come dire un pericoloso “nemico” da tenere lontano. Tutto cambia con l’arrivo di Dan, ex campione di surf che ha subito un infortunio e si trova temporaneamente a Gaza per riportare a casa il corpo della sorella, morta sotto i bombardamenti mentre prestava servizio come medico volontario.
Grazie ai consigli di Dan, Mahmud e Alon apprendono i segreti dello sport che li accomuna e, soprattutto, un’importante lezione di vita: nel mare della libertà e dell’amicizia non esistono differenze etniche e bastano la volontà e una seria applicazione per riuscire a cavalcare le onde dell’odio.
Questa «storia di pace e di speranza», come l’ha definita il regista, invita a non dimenticare una tragedia che va avanti da decenni. L’attacco terrorista di Hamas del 7 ottobre del 2023 e la feroce risposta di Israele hanno complicato la pacifica convivenza tra due stati e moltiplicato distruzioni e vittime.
Più di quarantamila morti e centomila feriti gravi nella sola Striscia di Gaza, ospedali, scuole, edifici e campi profughi distrutti, milioni di sfollati, emergenza alimentare e sanitaria, bambini orfani e mutilati, traumi psicologici… Allarghiamo la panoramica per inquadrare altre parti del mondo: Myanmar, Sudan, Etiopia, Nigeria, Burkina Faso, Libano, Iran, Libia, Yemen, Birmania, Ucraina, Russia…
Enti come l’ACLED e lo IED ci informano che «attualmente nel mondo sono in corso 56 conflitti – il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale – che coinvolgono direttamente o indirettamente almeno 92 Paesi e hanno costretto oltre 100 milioni di persone a migrare. Negli ultimi cinque anni, gli episodi o eventi violenti associabili a situazioni di conflitto sono quasi raddoppiati, passando da oltre 104.000 nel 2020 a quasi 200.000 nel 2024 (di cui metà rappresentati da bombardamenti). Questi eventi hanno causato oltre 233.000 decessi nel solo 2024, una stima che, purtroppo, è molto probabilmente al ribasso.»
«Le guerre – ha detto Gino Strada – appaiono sempre inevitabili, specialmente quando per anni non si è fatto nulla per evitarle.»
Loris Lai – pur esagerando con la ripetizione di momenti visionari, metafore, retorica – ci dice che, per fare qualcosa, non è indispensabile ricoprire rilevanti ruoli politici. Dan, Mahmud e Alon, ognuno a modo proprio, suggeriscono gesti semplici per non annegare nell’indifferenza e sopravvivere.
C’è un litorale facilmente raggiungibile da tutti dove incontrarci, dialogare, tenerci per mano, superare gli ostacoli, costruire la pace, amare veramente il prossimo come noi stessi: la nostra coscienza. È Mahmud, a nome di molti altri bambini dentro e fuori lo schermo, a indicarci la strada e a pronunciare la frase conclusiva di questo racconto di formazione: sulla terraferma “ti sembra di vivere in prigione, in acqua non ci sono più confini”.
Frase conclusiva? Alt!
Non tutti i film finiscono con la parola FINE e i titoli di coda.
Prima di lasciare la sala leggiamo: «Questo film con le voci piene di speranza dei bambini palestinesi e israeliani sarà un grande contributo alla formazione nella fraternità, l’amicizia sociale e la pace. Firmato: Papa Francesco.»
Non capita spesso leggere una minirecensione filmica firmata da un Papa. Lo immaginiamo nei giardini vaticani, sull’altare, nella cappella privata, affacciato al balcone per benedire i fedeli, con il breviario e il rosario in mano… Pensarlo davanti a uno schermo mentre vede un film – bisogna ammetterlo – è una novità.
Chi glielo ha consigliato? Con chi l’ha visto?
Non abbiamo elementi per rispondere alla prima domanda; sappiamo, però, che l’ha visto con tutti gli spettatori che riflettono su tutto quello che sta accadendo e sono d’accordo con lui quando afferma che «con tutte le guerre che ci sono nel mondo si può parlare di una terza Guerra Mondiale a pezzi.»
Lo sappiamo perché, davanti allo schermo e al suo fianco, ci siamo anche noi.
Informazioni
- I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà
- Regia: Loris Lai
- Musica di Nicila Piovani
- Con: M. Hamdan, M.Fridel, T. R. Harries, L. Khoudri, Q. Gdeh
- Italia, Belgio, USA 2024
- Durata: 113’
Ex dirigente scolastico, Italo Spada ha insegnato “Scienza della comunicazione audiovisiva” presso l’Università Seraphicum di Roma, critico cinematografico, direttore responsabile della rivista “Pagine Giovani” del Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile, responsabile dell’Ufficio Studi del Comitato per la Cinematografia dei Ragazzi. Autore di saggi di cinema e di letteratura, romanzi, racconti, poesie. Nato in Acireale (CT), vive a Roma.









