Nico è un bambino intelligente, scontroso e cellulare dipendente. Vive al nord, ma quando arriva l’estate, per una serie di circostanze – i genitori che non possono lasciare il lavoro e la baby-sitter Violetta che ha deciso di sposarsi – è costretto a traslocare in Sicilia, ospite dell’anziana zia Gela.
La convivenza tra i due si rivela subito complicata, non solo per la differenza di età, ma anche e soprattutto per una serie di credenze, usanze e costumi diversi.
Nel nuovo ambiente Nico si sente estraneo e stenta persino a fare amicizia con i suoi coetanei. Solo con il passare dei giorni e grazie a una serie di incontri-scontri, scoperte e nuovi affetti, riuscirà a ritrovare il sorriso e la gioia di vivere.
La semplicità della storia narrata da Margherita Spampinato in Gioia mia (David di Donatello 2026, Premio Speciale della Giuria a Locarno Film Festival 2025) non tragga in inganno.

In realtà, la regista siciliana, in questo suo film di esordio che sembra nascere da ricordi personali, pone domande a catena ed evitando di salire in cattedra invita gli spettatori a scegliere le risposte che credono più opportune. Accettiamo l’invito, soffermandoci su quattro interrogativi.
Tecnologia: pro o contro?
Quando Nico arriva in casa della zia, la sua prima domanda è se lì c’è il wi-fi. La risposta è fredda e non ammette replica: «Nessun wi-fi.»
Da qui una riflessione sull’importanza, il valore e l’utilizzo della tecnologia.
È utile o no per la crescita di un bambino?
Viene spontaneo collegare l’immagine di Nico sdraiato in modo scomposto su una poltrona con il cellulare in mano ad altre immagini alle quali abbiamo fatto da tempo abitudine: un tavolo di ristorante occupato solo da bambini che, invece di consumare i pasti, ridere, conversare, sono intenti a digitare sui telefonini; alunni che guardano il cellulare mentre il docente spiega o scrive alla lavagna; pedoni con cuffie e telefonino che attraversano la strada ignorando l’arrivo di auto e mezzi pubblici; motorini, bici, monopattini elettrici che non si fermano al semaforo rosso…
Come comportarsi? Gela sceglie il “sequestro” del mezzo. Ha ragione o esagera?
In macchina, a Nico che le aveva chiesto di mitigare l’afa con l’aria condizionata, aveva risposto, porgendogli il ventaglio: «Prendi questo!» Se in quella occasione è sembrato eccessivo il suo attaccamento alla tradizione, ora ci sarà di certo qualcuno pronto a condividere la sua scelta e a sostenere che si può vivere tranquillamente anche senza correre dietro al continuo e spasmodico avanzare della tecnologia.
Superstizione o religione?
Nico non sa nemmeno come si fa il segno della croce; Gela è religiosa, forse troppo a giudicare da crocifissi, angeli, statuine, quadri di Madonne e santi che pendono dalle pareti di casa sua.
La domanda che ci si pone, però, è se quella professata da Gela e dalle sue amiche è vera religione o superstizione. E ancora: che attendibilità attribuire al responso di una cartomante?
Per le comari del cortile, non benedire il palazzo in cui si vive significa lasciarlo in preda agli spiriti; per i bambini, andare a curiosare in un appartamento misterioso è un modo come l’altro di rendere più affascinante e stuzzicante il gioco.
Lo scontro ragione-religione ha radici profonde e l’inconciliabilità invita sempre a fare ricorso alla fede, ovvero a quella virtù che Dante, nel canto XXIV del Paradiso, definisce sostanza di cose sperate e argomento di ciò che non appare.
Terminologia troppo complicata per chi non conosce la Divina Commedia e tramanda racconti e credenze popolari di generazione in generazione. Ciò che non appare diventa per molti uno Spirito (Spiddo) che si diverte a fare ondeggiare lampadari e tende, a disturbare il sonno con rumori notturni, ad anticipare disastri e morte. Meglio tenere due piedi in una scarpa e ricorrere a “scongiuri”, sacri o profani che siano. Non si sa mai!

Il gioco: nascondersi o apparire?
Giocare è la cosa più naturale che un bambino possa desiderare. Non per Nico. A casa sua, viveva da solo, ma si sentiva in compagnia; a casa di Gela, vive in compagnia, ma si sente solo. Non capisce quel mondo alla rovescia: lui che non ha voglia di giocare e la zia che passa interi pomeriggi con le amiche e le carte di briscola in mano.
Nessuna intenzione di leggere oltre le intenzioni della regista, ma solo un suggerimento: prestare attenzione a quello che fa la piccola Rosa per inserire Nico nel gruppetto e nei giochi dei coetanei. Sia quando lo coinvolge nella ricerca degli spiriti della casa abbandonata, sia quando lo incita ad aprire una scatola contenente vecchie foto e un segreto inconfessabile della zia, sia quando fa coppia con lui nel classico gioco del nascondino, è come se volesse dirgli (e dirci) che «nascondersi e apparire fa parte del comportamento umano».
Chi ha tempo e voglia, si rilegga Pirandello e mediti su quel Così è (se vi pare) che riassume un’intera lezione sulla certezza assoluta che va in crisi quando affiora l’opinione personale.
L’amore è amore: si o no?
Quando muore Frank, l’adorabile cagnolino di Gela, Nico stenta a capire il motivo per il quale la zia si chiude nella sua camera, non mangia e non intende alzarsi dal letto. Non è esagerato soffrire tanto? In fondo, si tratta solo di un cane.
La risposta gliela dà una donna che fa parte dei componenti del “consòlo”, l’antica e sentita tradizione siciliana messa in atto da parenti, amici e vicini di casa che, subito dopo il decesso, portano cibo ai familiari del defunto. «L’amore è amore – gli dice – e non importa se è un cane».
Tra zia e nipote ci saranno altre disquisizioni sull’amore e su pettegolezzi e cattiverie che, a volte, lasciano il segno. In una confidenza esclusiva (Mai parlato con nessuno, solo con te) Gela rivela a Nico quello che si è portato dentro da anni: il suo amore per un’altra donna, l’allontanamento forzato perché amare una persona dello stesso sesso non è normale, è contro natura, la morte della svergognata e del suo bambino, l’invettiva del fratello (è la maledizione di Dio per i nostri peccati!).
Lo scontroso bambino imparerà la lezione? A giudicare dal primo bacio della sua vita si direbbe di sì. Ma, per esserne sicuri, bisognerebbe chiederlo a Rosa.

Gioia mia
- Regia: Margherita Spampinato
- Con: M. Fiore, A. Quattrocchi, M. Ziami, C. Dugay
- Italia, 2025
- Durata: 90’
Nato in Acireale (CT), vive a Roma. Giornalista pubblicista, critico teatrale e cinematografico, ha conseguito il Diploma in Scienze e Tecniche delle Opinioni Pubbliche all'Università Internazionale degli Studi Sociali "Pro Deo" di Roma e la laurea in Lettere Moderne all'Università "La Sapienza" di Roma.
Ex Docente e Dirigente Scolastico presso Istituti di Istruzione Superiore, ha insegnato "Linguaggio audiovisivo" nella Scuola di Giornalismo "Dante Alimenti" di Roma, Letteratura Italiana all’Università Telematica Internazionale “Uninettuno” e "Scienza della comunicazione audiovisiva" nell'Università "Seraphicum" di Roma.
Responsabile dell'Ufficio Studi e Ricerche del Comitato per la Cinematografia dei Ragazzi (C.C.R.) di Roma, ha ideato il Premio “Lanterna Magica” alla Mostra del Cinema di Venezia e organizzato e diretto corsi nazionali di aggiornamento per educatori e docenti sull'educazione audiovisiva nella scuola.
Autore di saggi, racconti, romanzi, sceneggiature collabora con la rivista “Quaderni di Pediatria” dell’Associazione Culturale Pediatri (ACP) ed è Direttore responsabile della rivista “Pagine Giovani” del Gruppo di Servizio della Letteratura Giovanile (GSLG).
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