Easy to love. La vera storia di Massimo Urbani è un bel documentario firmato da Paolo Colangeli e prodotto dalla RAI. Non illudetevi però di vederlo in onda anche solo su un qualche canale tematico per adepti, ve lo dovrete andare a cercare su Rai Play. Sorvoliamo su ogni considerazione negativa e vediamo la metà piena del bicchiere: ve lo potrete riguardare ad libitum, scandagliandolo scena per scena, perché merita.
Il documentario jazzistico è un genere pressoché sconosciuto nella nostra ridente Italia, che pure potrebbe fornire ampia ed insondata materia al filone.

Aggiungiamoci che i pochissimi volonterosi che vi si sono cimentati hanno dovuto fare i conti con povertà francescana di mezzi (soprattutto difficoltà di inserire clip musicali di un certo rilievo per i cospicui costi dei diritti) e con l’abbandono e le lacune degli archivi audio e video nostrani, particolarmente quando si risale a quel periodo a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80 del secolo scorso in cui si sviluppa la meteorica carriera di Massimo Urbani (Roma, 8 maggio 1957 – Roma, 23 giugno 1993)
Il lavoro di Colangeli ha poi una caratteristica singolare: è una sorta di fenice che nasce da spezzoni girati nel 1993 dallo stesso regista, ma rimasti incompiuti a causa della morte di Urbani nel bel mezzo delle riprese.
Ma spesso nel cinema le gestazioni più problematiche e anomale portano a risultati difficilmente raggiungibili con pianificazioni minuziose e scrupolose: nella cornice della narrazione al giorno d’oggi risultano incastonati frammenti di grande suggestione, come l’intervista – performance in solo di Urbani in una fabbrica deserta e abbandonata, riempita dal suono del suo sax alto.
E qui si arriva al punto cruciale: quel miracolo che ha fatto nascere dal nulla jazzistico di una Monte Mario popolare (e già allora piagata da un’epidemia dimenticata, quella dell’eroina, che ha decimato una generazione al pari di una guerra) un talento straordinario, uno che sta alla storia del jazz in Italia come Charlie Parker sta a quella del jazz americano. E questo, in assenza di una qualsiasi preparazione teorica e tecnica, con il solo aiuto di qualche disco suonato fino alla consumazione e forse della banda, chissà.
Urbani (è stato grande anche il fratello Maurizio) è il paradigma, il portabandiera di un’intera generazione di jazzisti italiani che “si sono insegnati da soli”, come mi è venuto da dire tempo fa, ma così facendo hanno attinto a quella che è l’anima del jazz, una pratica da costruirsi insieme, quotidianamente, spinti dall’urgenza e dalla necessità di dire qualcosa per cui non ci sono ancora parole, o quantomeno non ci sono quelle giuste, fresche, non logorate dai cinismi retorici: i “Nuovi sentimenti” dell’album di Giorgio Gaslini, appunto. Nulla che possa esaurirsi in un dotto trattato o in una serie di canoni accademici uniformi e cristallizzati.
Urbani eccelle nella dimensione live, fortunatamente testimoniata da alcuni album postumi.
Il punto è che nei deprecati anni ’70 ed ’80, quelli dell’apprendistato dei selvaggi, la musica non stava negli iperurani del web, ma nei luoghi di tutti i giorni.
* Merita un’aggiunta a fine articolo, il ricordo di prima mano del grande pianista milanese, Gaetano Liguori:
“Verona 17 Luglio 1973 Teatro Romano. Arrigo Polillo dopo averci sentito a Milano ci invita a suonare al Festival Jazz; messi insieme, raggiungiamo 80 anni, al mio trio, con Roberto al piano, e Filippo Monico, si era aggiunto un giovane sassofonista romano, Massimo Urbani, con il quale avevamo già fatto un viaggio in pulmino a Parigi e suonato in alcune situazioni per così dire alternative.
Noi suoneremo per secondi perché il concerto sarà aperto da Miles Davis.
Potete immaginare che alle parole di Polillo, che fu chiaro (“Miles mette in contratto che deve suonare per primo”), ci venne il sacro terrore, ma poi con l’audacia e la sfrontatezza dei nostri venti anni, pensammo: lui suonerà la sua tromba ma noi suoneremo le nostre campane!
Così, a mezzanotte, dopo un travagliato concerto di Miles, salimmo sul palco e “si scatenò l’inferno”. Miles era in un periodo no, non lo vedemmo proprio, chiuso nel camerino con una corte dei miracoli uscì, fece due solenni note su una base funky e andò via. Noi invece – non dovrei dirlo – facemmo un figurone non solo per la nostra giovane età, ma perché suonavamo un free esplosivo.
Ho ancora i giornali dell’epoca. Fu un biglietto da visita importante si aprivano gli anni 70 al Jazz e noi c’eravamo!”.
Massimo Zanasi è regista, performer, direttore artistico del Teatro ARKA di Cagliari (Assemini).


