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EDIT a Napoli. L’eterna giovinezza del pane. Quando il design d’oltralpe incontra il sacrilegio partenopeo

di Luigi Del Prete

Sia detto con tutto l’affetto e la devozione gastronomica possibili: tra noi e i cugini d’Oltralpe c’è di mezzo più di una semplice catena montuosa. C’è un intero universo di pensiero, un abisso culturale che si manifesta nell’enigma della freschezza di una baguette rispetto alla memoria secolare del nostro pane. ​L’occasione per questa divagazione tra pane e memoria è stata l’edizione di EDIT Napoli 2026, la straordinaria fiera internazionale dedicata al design editoriale e d’autore, ideata e curata con visione illuminata da Domitilla Dardi ed Emilia Petruccelli.

Un appuntamento ormai diventato punto di riferimento imprescindibile nel panorama globale dell’architettura e delle arti applicate, capace di scardinare le logiche commerciali tradizionali per promuovere una cultura del progetto slow, sostenibile e a misura d’uomo.

La kermesse non è soltanto un’esposizione commerciale, ma una vera e propria piattaforma di ricerca che sceglie di colonizzare con rispetto ed energia contemporanea i luoghi storici della città partenopea, innescando un dialogo potente tra il patrimonio monumentale di Napoli e i linguaggi d’avanguardia del panorama internazionale.

​La manifestazione ha trovato la sua dimora d’eccezione all’interno del grandioso Complesso de La Santissima Trinità delle Monache, una delle strutture monastiche più vaste e suggestive dell’intero centro storico napoletano.

Arroccato sulle pendici della collina, all’imbocco dei Quartieri Spagnoli, questo luogo maestoso fondato nel XVII secolo da Vittoria de Silva custodisce secoli di spiritualità, arte e trasformazioni urbane.

Attraversando i suoi chiostri monumentali e percorrendo i corridoi altissimi che un tempo ospitavano le monache di clausura di regola francescana – e in seguito l’ex Ospedale Militare –, lo sguardo spazia verso un panorama mozzafiato che si apre a picco sul Golfo, abbracciando in un solo colpo d’occhio il Vesuvio, Spaccanapoli e il mare.

È un luogo carico di contrasti, dove il silenzio della pietra secolare incontra la linfa vitale di una città in perenne fermento, offrendo la cornice ideale per una manifestazione che fa della stratificazione culturale il proprio punto di forza.

​Passeggiando tra gli allestimenti dislocati con cura sartoriale nell’ala de La Santissima Trinità delle Monache, immerso tra prototipi di marmo policromo, installazioni tessili, ceramiche concettuali e illuminazioni d’avanguardia, a un certo punto sono stato improvvisamente distratto.

Nell’aria rarefatta e solenne dell’antico complesso si è diffuso un fragrante profumo di pane. Seguendo quell’effluvio d’istinto – esattamente come un cane da tartufo che fiuta nel bosco – mi sono lasciato guidare dalla scia fino a varcare la soglia di una stanza che, al primo impatto, mi ha lasciato francamente disorientato.

​L’olfatto richiamava a gran voce una panetteria di quartiere o un forno di paese alle prime luci dell’alba, ma la vista raccontava tutta un’altra storia. L’allestimento della stanza ricordava in tutto e per tutto la bottega di un falegname cuneese d’altri tempi.

Ho strabuzzato gli occhi e mi sono fermato a mezz’aria: stavo forse assistendo a una dimostrazione di ebanisteria ecosostenibile per interni o a un cantiere d’avanguardia per l’edilizia bio?

​Niente affatto. Quella che pareva un’officina di restauro del legno era in realtà il quartier generale dello Studio CoPain, un vulcanico collettivo d’Oltralpe che si è inventato un’opera e un workshop dal titolo emblematico: «Brick after Brick, Bread after Bread» (Mattonella dopo mattonella, pane dopo pane).

La loro missione? Prendere il pane invenduto e raffermo, privarlo della sua umidità e trasformarlo in un materiale da costruzione rigido, da levigare, incidere, intagliare e assemblare per edificare piccole architetture e complementi d’arredo.

immagine per Studio CoPain. Courtesy Edit Napoli
Studio CoPain. Courtesy Edit Napoli, Studio Copain

​Ora, diciamocelo con estrema franchezza. Va fatta una doverosa premessa sulla vita utile del pane in Francia, baguette e formati tradizionali compresi: sfornati all’alba, già al tramonto dello stesso giorno perdono ogni loro funzione alimentare, trasformandosi in reperti rigidi da destinare irrimediabilmente al cestino.

La prima riflessione che sorge spontanea è quindi anche squisitamente numerica: quale immensa mole di pane deve mai avanzare Oltralpe per spingere dei giovani designer a piallare la crosta come fosse legno di recupero? Una produzione così copiosa che, finita la degustazione dei formaggi, finisce inevitabilmente per travalicare i confini della tavola.

​Da napoletano, confesso, la prima reazione emotiva di fronte a montagne di pane ammassate su un bancone da falegnameria o in un sacco di plastica sul pavimento oscilla pericolosamente tra lo smarrimento e la tentazione istintiva di chiamare le autorità.

Proprio qui a Napoli, il concetto stesso di “pane non più commestibile dopo un giorno” suona come una barzelletta venuta male. All’ombra del Vesuvio il pane raffermo non è mai stato un problema sociologico, né tantomeno un rifiuto industriale da gestire con il design circolare: è un’opportunità sacra.

A Napoli il pane semplicemente non muore mai; al massimo compie un percorso di purificazione spirituale e gastronomica.

​Se la pagnotta ha un giorno o due, diventa la merenda preferita con pomodoro, origano, olio e sale, oppure una croccante bruschetta strofinata con aglio fresco, o ancora si tuffa felice nel latte caldo della colazione.

Se ne ha tre o quattro, compie il miracolo supremo di finire dritta nell’impasto divino delle polpette al sugo, o a fare da scarpetta al ragù della domenica, assorbendo il condimento e diventando, per paradossale magia, tre volte più buona di quando è uscita dal forno del panettiere.

Vedere tutto quel pane sacrificato all’altare dell’arte contemporanea, incorniciato, tagliato a parallelepipedi e piallato come multistrato di pioppo – solo perché per i cugini francesi dopo ventiquattr’ore è da considerarsi uno “scarto” – in un primo momento suona quasi come una velata provocazione. Un’eresia laica, un piccolo “sacrilegio” per la memoria dei nostri nonni.

​È stato proprio mentre vagabondavo smarrito in questo strano limbo tra il panificio e la falegnameria, incerto se mettermi a urlare, che è venuta in mio soccorso un’ancora di salvezza intellettuale: un’artista e critica di rara caratura che comunica il suo profondo amore per l’arte prima ancora che con le parole, attraverso la passione calda, acuta e luminosa degli occhi, Jessica Lo Bianco.

​Guardandomi  per una frazione di secondo, la dottoressa ha intercettato al volo il turbine di pensieri che mi affollava la mente. Essendo del Sud anche lei, c’è stato un lampo di tacita intesa tra noi: mi ha fatto chiaramente comprendere che sapeva benissimo cosa mi stesse frullando in testa in quel momento.

Forse, proprio mentre riflettevo su quel contrasto, anche lei stava ripensando con un pizzico di nostalgia al pane fragrante del suo territorio, a quell’insuperabile pane di Stefanaconi nel Vibonese, che a distanza di giorni non solo resta delizioso, ma mantiene intatto il sapore sacro della terra e della famiglia senza essere mai buttato.

​Con una sensibilità empatica straordinaria, una grazia innata e un’eloquenza impeccabile, la critica si è inserita con garbo in quel blocco emotivo, prendendo per mano me e i presenti per condurci dentro la vera anima concettuale dello Studio CoPain.

In un attimo, attorno alla sua figura carismatica si è raccolto un folto capannello di persone, rapite dalla sua rara capacità di fare da ponte critico, dosando ironia e profonda competenza per dare valore a ciò che a prima vista poteva sembrare soltanto una provocazione per pochi.

​Ci ha così ricollocato l’opera nella sua giusta ed esatta prospettiva: non si tratta affatto di uno spreco edonistico o di un divertimento fine a se stesso. Quello raccolto, essiccato e lavorato dai ragazzi dello Studio CoPain è pane recuperato che ha già esaurito ogni sua parabola alimentare nel contesto d’Oltralpe, destinato altrimenti all’inceneritore o alla discarica.

Se non fosse diventato materia prima per l’ingegno e per il design d’autore, sarebbe diventato semplicemente un rifiuto inerte in un cassonetto.

​Ecco che allora, grazie a questo intervento magistrale, il quadro è cambiato del tutto. La prospettiva si è ribaltata e quello che a primo impatto pareva un sacrilegio si è rivelato per ciò che è réellement: un’operazione straordinaria di design circolare, di etica del recupero e di rigenerazione poetica della materia.

Guardando con attenzione le opere e i piccoli mattoni disposti nel laboratorio, si scopre una bellezza inaspettata: le venature della crosta essiccata ricordano la tessitura delle pietre naturali, i toni caldi della mollica ricordano la terracotta e le superfici levigate restituiscono una dignità tattile a un alimento che fino a ieri era considerato uno scarto.

​Certo, resta divertente notare come la distanza culturale e gastronomica tra Italia e Francia continui a rimanere siderale persino quando ci si ritrova davanti allo stesso sacco di farina.

Lì dove noi vediamo un’immensa opportunità culinaria, i francesi vedono una sedia, un mattone d’arredo, un vaso o una scultura minimalist-chic da esporre in galleria.

Sono due modi diametralmente opposti, ma ugualmente affascinanti, di intendere la sostenibilità: noi italiani la risolviamo felicemente a tavola, in un tripudio di calorie, sapore e convivialità; loro la sublimano nello spazio espositivo, regalandoci l’illusione di poter un giorno arredare un salotto a impatto zero.

immagine per Luigi Del Prete
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Sono un contadino appassionato di gastronomia, che dedica il proprio lavoro quotidiano a valorizzare l’eccellenza delle materie prime. Attraverso la cura della terra, cerco di preservare il legame storico e culturale con il territorio, portando in tavola il valore di una tradizione autentica e rispettosa della natura.

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