Pioveva, la sera in cui, per la rassegna Il canto del pendolo, è stata presentata in anteprima la nuova silloge di Nicola Argenti Ingannevole più di ogni altra cosa pubblicata dalla nascente Connessioni Editore. A dialogare con l’autore c’erano Maria Franzè e Giorgio Galli.
Era una di quelle piogge romane che svuotano le strade e scoraggiano i programmi. Eppure alla Libreria Ubik di via Tiburtina le sedie si sono riempite, a conferma che la poesia, quando trova un luogo e un’occasione, sa ancora chiamare a raccolta il suo pubblico.
L’appuntamento, parte di Letterature senza esercito, festival eco letterario diffuso, ideato dal Centro Culturale Connessioni (APS Mondoscrittura) che fino al 21 novembre attraversa quindici luoghi di Roma tra università, biblioteche, librerie, piazze, centro e periferie. Con l’ambizione di restituire alla poesia il ruolo di spazio pubblico e dare voce a ciò che abita «il giardino sul retro»: lingue regionali, comunità migranti, territori e storie rimaste ai margini del canone.
Cuore poetico del festival, i quattro incontri de Il canto del pendolo a cura di Pier Paolo Di Mino e Veronica Leffe. Un titolo che rende omaggio al saggio di Iosif Brodskij sulla capacità della parola di evocare, con una sola immagine, grandi narrazioni.
Nel segno dell’ut pictura poesis, ogni serata si è svolta accanto alle opere figurative di Veronica Leffe, con un filo conduttore dichiarato: il femminile come fondamento della realtà.
Il cuore ingannevole di Nicola Argenti
Il titolo porta con sé un’eco antica, quella del profeta Geremia: «Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa». Da qui muove un libro intenso e profondo, che fa dell’inganno non un tema morale ma una condizione della sensibilità umana.
Negli incontri, negli affetti, negli sguardi che ci raggiungono c’è sempre una quota di finzione, e la più insidiosa è quella che rivolgiamo a noi stessi.

L’autoinganno, più che l’inganno subito, attraversa i testi come una finzione inevitabile: forse non sapremmo stare al mondo senza.
La poesia di Argenti non la smaschera con durezza; la rende visibile. È qui che la silloge incontra la linea del festival, quella di una poesia che «non fa da cornice alla realtà, ma la interroga, la contraddice, le dà memoria».
Spazio Dialoghi in Poesia: il ritorno della mano
Accanto al libro, la serata ha ospitato la presentazione del Premio letterario Spazio Dialoghi in Poesia 2026 promosso da Services4Media, azienda di stampa digitale che lavora per diversi marchi editoriali che, con questo premio, festeggia i suoi dieci anni di attività. Il premio ha il patrocinio del Salone Internazionale del Libro di Torino, dove è stato presentato lo scorso maggio, del Consorzio Sistema Castelli Romani e del Parco Regionale dei Castelli Romani e i suoi partner editoriali sono S4M Edizioni, Edizioni Ensemble e RP Libri.
Le sezioni sono quattro, tutte a tema libero: raccolta inedita, libro edito, poesia singola inedita e una quarta che in sala ha suscitato più di una curiosità, la poesia scritta a mano.
Si tratta di un componimento inedito di cinque-dieci versi, scritto in corsivo dall’autore su un foglio o un cartoncino. La sezione sostiene la campagna per il riconoscimento della scrittura manuale corsiva come patrimonio immateriale dell’UNESCO, di cui l’OSSMED è capofila.
Le ultime due sezioni sono aperte anche alle scuole di ogni ordine e grado, con iscrizione gratuita per minori e istituti: un invito agli insegnanti a riportare in classe la penna e il verso.
Nome e spirito del premio vengono da un luogo fisico. Spazio Dialoghi di Albano Laziale, pensato per far dialogare le persone, tra incontri informali in una sorta di «teatro delle relazioni».
Un’idea che si lega anche con la mostra che accompagnerà la premiazione, prevista al Salone del Libro di Torino nel maggio 2027, quando le poesie vincitrici saranno incise o stampate su legno, plexiglass, alluminio e carta, diventando così oggetti da guardare oltre che da leggere.
Musa, un consiglio che parte dalla pancia
L’ultima parte dell’incontro ha spostato lo sguardo dalla scrittura alla lettura, con la presentazione di Musa, un’applicazione che consiglia libri.
Un meccanismo a dir poco controcorrente: Musa pone al lettore alcune domande su come si sente, su cosa cerca, sulla curiosità del momento, e alla fine propone un solo titolo. Niente classifiche, niente liste infinite, e non serve conoscere autore, genere o titolo.
È un rapporto «di pancia» con il libro, è stato detto, pensato soprattutto per avvicinare le nuove generazioni, più abituate allo schermo che alla conversazione con un libraio. Dall’altro lato ci sono gli editori: caricano i propri libri, che vengono analizzati e approvati da una giuria prima di entrare nel catalogo di Musa. L’obiettivo è indicizzare i titoli per qualità e per rispondenza alle domande del lettore, non per volumi di vendita.
Musa lavora online, sui siti degli editori aderenti, come un libraio digitale che guida gli acquisti. Ma esiste anche fisicamente: nelle librerie con l’Area Musa, un tablet accanto a un espositore con i libri selezionati, e nelle fiere con un totem.
Resta aperta una domanda, ed è una domanda fertile: un algoritmo può davvero fare le veci del libraio, o il suo compito migliore non è piuttosto quello di far venire voglia di provare a parlarci.
Chi scrive, chi stampa, chi legge
Un libro di poesia, un premio, un’applicazione: tre mondi che sulla carta sembrano lontani. Alla Ubik Tiburtina si sono rivelati anelli della stessa catena, quella che unisce chi scrive, chi stampa e pubblica, chi legge. Non per caso Spazio Dialoghi e Musa figurano tra i sostenitori del festival.
Il canto del pendolo si è chiuso con Storia Aurea di Pier Paolo Di Mino, raccontata attraverso le immagini di Veronica Leffe.
Letterature senza esercito prosegue fino al 21 novembre.
Il prossimo appuntamento poetico è il 31 ottobre alle 17.30, nella Sala degli Affreschi della Sapienza, con Resistenza, patria interiore. Scritture migranti, scritture in rivolta: Michele Pane, Salvatore Toma, Assunta Finiguerra, Ali Podrimja e Mahmoud Darwish rivivono nella voce di altrettanti interpreti.
Claudio Marrucci ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università Complutense di Madrid. Poeta, traduttore e interprete, ha collaborato con case editrici romane tra cui Elliot, Castelvecchi e Fandango, e ha diretto la rivista letteraria «Ciclostile» insieme ad Antonio Veneziani. Tra le sue opere: Ammettiamo che l’albero parli (Fahrenheit 451, Roma, 2016), Fantasme (Fefè, Roma, 2022), Madonna licenziata (Croce, Roma, 2026). È incluso nell’antologia di poesia italiana contemporanea della casa editrice Phoenix di Nanchino (Cina).
Foto di Dino Ignani


