Precede di qualche giorno l’Art Week l’inaugurazione di Seconda Soluzione, la nuova galleria nel centro torinese di Riccardo Costantini, personalità già nota nel panorama cittadino per il suo precedente spazio espositivo, la Riccardo Costantini Contemporary.

Il progetto espositivo di lancio della neonata galleria, Turning Time Around, gravita attorno al concetto di tempo, chiave di lettura imprescindibile per le opere che si caratterizzano anche per cronologie distanti tra loro, ma pur sempre contemporanee.
Il fulcro della mostra è il dialogo tra i lavori della seconda metà del Novecento, appartenenti a figure storicizzate, e quelli di artisti più recenti; un confronto che punta a scardinare la consueta lettura temporale lineare assimilata già a partire dall’istruzione scolastica.
Il prima e il dopo sono acque che si confondono in un ambiente che neutralizza le gerarchie cronologiche: è proprio l’immagine di un girotondo attorno al tempo a riportarci alla canzone di Lou Reed da cui la mostra prende il titolo.



L’accostamento delle diverse opere si sviluppa attraverso l’analisi delle loro caratteristiche formali, concettuali e linguistiche, generando, a seconda dei casi, richiami più immediati ed echi più evanescenti. La mostra progredisce infatti attraverso un susseguirsi di punti interrogativi che suggeriscono letture pluridirezionali e acroniche.
La selezione delle opere segue un rigore filologico: per i maestri storicizzati, la galleria ha infatti proposto lavori emblematici, appartenenti ai nuclei storici più incisivi della loro ricerca.
Si va così dalla pittura analitica dei primi anni Settanta di Giorgio Griffa alla serie dei televisori di Mario Schifano inaugurata al principio degli anni Settanta, presente in mostra con un’opera del 1973-74 e ancora a due opere di Gianni Piacentino: una degli anni Sessanta e una più recente, tributo al lavoro degli anni Settanta quando inizia a lavorare sulla serie dei veicoli.
Un contrappunto storico che, nello spazio della galleria, si specchia costantemente nei lavori di artisti di generazioni successive, chiamati a dialogare senza necessariamente soluzione di continuità.
A completare l’apertura della galleria si affianca Seconda Soluzione Project, un’iniziativa parallela che intende accendere i riflettori su un panorama artistico sperimentale ancora da scoprire. Lo stesso Costantini definisce questa ricerca di talent scouting una vera e propria «necessità»: termine che per etimologia indica qualcosa a cui è impossibile sottrarsi.
Come nasce il nome Seconda Soluzione, scelto insieme ai due amici che ti affiancano in questa avventura? Prendendo liberamente ispirazione da Seconda soluzione di Immortalità di Gino De Dominicis, di cui c’è anche un’opera in mostra, cosa vi ha spinto a scegliere questo riferimento per dare un’identità al nuovo spazio?
Ci sono stati vari eventi che ci hanno portato a questa scelta del nome, che non è casuale. Inizialmente avevamo pensato all’ipotesi di mantenere il mio nome, Riccardo Costantini, come per la mia precedente galleria, però poi ho voluto optare per una proposta nuova. A ispirarci è stata anche una curiosa coincidenza: lo spazio in cui ci troviamo portava già il nome De Dominicis per via dello studio legale che ha sede qui.
È stato proprio questo accostamento a farci convergere su Gino De Dominicis, un maestro che stimiamo e di cui riconosciamo l’importanza, presente peraltro anche in questa mostra inaugurale.
Inoltre, era nostra intenzione trovare un riferimento volutamente colto e non semplicemente un nome facile da ricordare. Seconda soluzione d’immortalità è un’opera che ha scosso la Biennale del ’72: un lavoro forte, provocatorio e concettuale alla maniera di De Dominicis, i cui molteplici aspetti rimandano alle nostre passioni.
Infine, era divertente l’ironia insita nell’idea stessa di una “seconda soluzione”, intesa come un nuovo capitolo dopo quello della mia precedente galleria.
La mostra inaugurale Turning Time Around mette in relazione maestri del secondo Novecento e artisti di generazioni successive al di fuori di un rigido ordine cronologico, proseguendo così una riflessione sul tempo già avviata nella tua precedente galleria con il progetto Achronos. Come si svilupperà questo progetto espositivo e qual è la logica con cui avete costruito il dialogo – o il contrasto – tra le opere?
Qui c’è una scelta strategica della galleria: Turning Time Around avrà una durata di circa tre mesi, ma vivrà di aggiornamenti nel corso dell’esposizione con la sostituzione di opere degli stessi artisti o addirittura con l’inserimento di nuovi nomi, sia storici sia più recenti, per dare nel tempo anche il senso di quello che è il cambiamento.
Condividiamo infatti l’idea secondo cui l’arte è sempre contemporanea; il tempo è sempre l’elemento portante di queste collettive, che ovviamente non sono costruite casualmente ma si basano sempre su una logica stilistica e contenutistica.
Il nostro intento però non è quello di ricercare affinità a tutti i costi: non ci interessa proporre delle risposte, ci piace porre delle domande. Il pubblico poi troverà il significato in ciò che facciamo.
A volte ci sono dei riferimenti più cronologici, a volte ci sono dei contrasti molto forti, proprio perché è di questo che comunque alla fine vive l’arte: non pensare a qualcosa che sia strettamente legato al proprio tempo, ma a qualcosa che abbia un filo logico che ci porta fino ai giorni nostri.
Ci sono dei lavori di artisti storici che sono probabilmente più contemporanei di quelli attuali, ed è anche il momento in cui viviamo che ci fa percepire il lavoro di un artista in un modo decisamente nuovo, indipendentemente dall’epoca in cui è stato creato.
Guardando qui intorno le opere esposte, c’è qualche dialogo o accostamento specifico a cui tieni in modo particolare? Magari qualche esempio concreto di lavori vicini che, secondo te, spiegano a colpo d’occhio lo spirito di questa mostra ai visitatori?
Sicuramente interessante è il dialogo tra la tela di Mario Schifano del ’73, appartenente al ciclo delle televisioni, e l’opera più recente di Saverio Todaro, che parla invece dei social. Si tratta di lavori di due epoche differenti, ma che affrontano lo stesso tema dei media e di come questi vadano a incidere e modificare la società.
Un altro esempio emblematico è la lapide di Piergiorgio Colone, che cita in termini temporali la vita di Alighiero Boetti. Il giovane artista privilegia il marmo per il suo lavoro, provenendo anche da famiglia che si è sempre occupata di questo materiale.
Di fianco abbiamo Ashes to ashes di Nicola Ponzio nella cui ricerca il tempo è continuamente citato. Affiancare la lapide di Colone a un lavoro che parla a sua volta del tempo – e che, come le altre opere di Ponzio, quasi mai si presenta come pittura pur parlando di elementi che la caratterizzano quali luce, forma, colore e materia – ci è sembrato particolarmente stimolante.
Inoltre, nell’opera di Ponzio c’è sempre più spesso l’utilizzo della parola: su fogli di carta vengono nominate le sostanze chimiche contenute nella combustione di una sigaretta, e le bruciature provocate dall’artista sulla superficie, formando veri e propri fori, vanno a loro volta a evocare l’artista che si trova subito di fianco, Emilio Isgrò.
Se infatti pensiamo alle bruciature di Ponzio come a una cancellatura – medium tra i più noti associati a Isgrò –, il rimando è immediato, e in mostra a completare il dialogo abbiamo Il libro della mano del 1981.
Oltre alla galleria più centrale di via Mercantini avete previsto una seconda sede dislocata in via Menabrea, Seconda Soluzione Project, dedicata al talent scouting, ai giovani artisti e agli incontri culturali. Come mai avete scelto di separare fisicamente le due sedi, come dialogheranno tra loro questi spazi e puoi già anticiparci qualcosa sulle prime iniziative in programma?
Le due sedi separate sono più che altro frutto di necessità logistiche e burocratiche. La sede più centrale di via Mercantini 5 ha una destinazione commerciale, mentre quella di via Menabrea 1 nasce per un uso puramente espositivo.
Abbiamo scelto di stabilire la sede principale nei pressi di piazza Solferino anche per il fervore culturale che si respira in questa zona, grazie alla presenza di altre importanti gallerie nelle vicinanze, inserendoci così in un circuito già consolidato.
Per quel che riguarda il talent scouting, si tratta di una scommessa sul futuro che una galleria deve potersi permettere per evitare di essere uno spazio esclusivamente commerciale; credo rientri a tutti gli effetti nei miei doveri da gallerista.
Questa visione ha trovato la piena approvazione dei due miei soci che mi affiancano: nati come miei collezionisti e oggi compagni di percorso, partecipano attivamente alla ricerca, acquistando opere di artisti con un approccio che non è speculativo, ma profondamente mecenatistico.
Seconda Soluzione Project è un’iniziativa non solo rivolta ai giovani, ma aperta anche ad artisti più maturi che abbiano un modus operandi più sperimentale e meno istituzionale. Lo spazio è costituito da una grande stanza con pareti molto alte, e siamo curiosi di scoprire in che modo gli artisti ci proporranno di utilizzarla.
Senza fare troppe anticipazioni posso dire che l’idea è quella di partire con una giovane artista che frequenta ancora l’Accademia Albertina, allieva di un artista che insegna lì e che collabora con noi. Da quel momento in poi saremo aperti alle sperimentazioni, per avere anche la possibilità di divertirci.
L’iniziativa è rivolta esclusivamente ad artisti del panorama torinese o è previsto uno sguardo più ampio?
Sicuramente vorremmo dare molta attenzione a quello che è il territorio torinese, ma non in via esclusiva. Ho sempre pensato che l’arte non debba avere limiti geografici o di confine.
È ovvio, però, che dare attenzione a ciò che succede nel nostro territorio resta fondamentale: credo che la parte più interessante del nostro lavoro sia proprio collaborare a stretto contatto con gli artisti, ed è naturalmente più facile che questo succeda con chi è attivo in città.
La vostra apertura anticipa di pochi giorni la Torino Art Week e le iniziative di TAG – Torino Art Galleries – a cui aderite. Cosa significa per una nuova realtà come Seconda Soluzione inserirsi oggi nel tessuto delle gallerie torinesi e cosa vi aspettate dal pubblico che attraverserà la città in questa settimana?
Grazie all’esperienza della mia precedente galleria Riccardo Costantini Contemporary, ho avuto il privilegio di entrare nel circuito di TAG. La scelta di inaugurare la settimana prima di Artissima è stata strategica perché aprire nei giorni stessi della fiera, già densi di appuntamenti, può rivelarsi un po’ svantaggioso.
Dalla settimana di Artissima, ci aspettiamo un’ottima affluenza, soprattutto in occasione dell’evento Art Coffee Breakfast. Il mattino del fine settimana, infatti, i collezionisti hanno più tempo a disposizione: le fiere non sono ancora aperte e non si è ancora stanchi.
Devo dire che, nel tempo, queste occasioni mattutine si sono rivelate spesso proficue anche dal punto di vista commerciale, intercettando ovviamente un pubblico che non è esclusivamente torinese.
Mi appassiona raccontare le opere e i percorsi espositivi, esplorando anche le realtà meno note e indipendenti per restituire una narrazione personale che stimoli lo spirito critico del lettore. Torino mi ha accolta da fuorisede e mi ha subito conquistata con il suo dinamismo culturale.

