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Ian Anderson, la persistenza dei Jethro Tull

Sull’onda del non lontano passaggio a Roma (alla fine di giugno 2013), al Centrale Live del Foro Italico del leggendario leader dei Jethro Tull Ian Anderson, impegnato nel presentare Thick as a brick 2, il sequel (a quarant’anni di distanza) di uno dei loro album-capolavoro, uscito nel 1972, ci appare irrinunciabile rendere omaggio alla storica band britannica che, dal lontano esordio nel 1968, ha superato l’impressionante cifra dei 60 milioni di album venduti in tutto il mondo.

È arcinota la derivazione del nome da quello dell’agronomo vissuto tra ‘600 e ‘700 che inventò la prima seminatrice meccanica, così come è risaputa la matrice folk-blues del gruppo, ben presto evolutasi, ai danni della componente blues pura, verso un folk-rock-progressive estremamente suggestivo, equilibrato e raffinato, che includeva anche spunti più heavy e influenze classiche, con un mood che, facendosi carico della tradizione sonora della Vecchia Inghilterra fino alle sue radici celtiche, si poneva come estremamente caratterizzato anche nella dimensione scenica live, mantenendo – forse proprio per questo – una invidiabile presa sul pubblico anche in un’era in cui erano ben presenti anche formazioni come i Led Zeppelin, i Rolling Stones ed i Pink Floyd, per non dire di altre band Progressive.

L’elemento stilistico di distinzione era dato dalla eccezionale capacità di Ian Anderson al flauto, che suona ancora oggi impareggiabilmente, su una gamba sola, tenendo l’altro tallone poggiato sul ginocchio della gamba poggiata a terra, nella posizione tramandata in foto d’epoca e magliette, mentre la mise era caratterizzata da un vecchio cappottone a quadretti e stivali di foggia cinquecentesca, facendo apparire il musicista come un incrocio tra un capitano di ventura ed un cacciatore di folletti, ma quel che più conta era la tecnica, mutuata da quella del flautista jazz Roland Kirk, nel senso che il leader dei Tull, nell’alternare l’interpretazione canora anch’essa molto calda e personale, al flauto, finiva col soffiare in esso dei vocalizzi, ottenendo un risultato impressionista che lo spinse orgogliosamente non solo a smentire qualunque influenza, ma ad affermare:

“Canto e strimpello chitarra, tastiere o altro, ma il mio strumento è il flauto, e lo suono con la stessa furia con cui Jimi Hendrix o Eric Clapton usano le loro Stratocaster”

(ascoltare, per credere, ad esempio, la Bourèe, rivisitazione rock-jazz della originale composizione di Bach). In più, come un invasato amico degli elfi che raccontasse le sue visioni boschive con l’aria di saperla lunga anche sulle implicazioni meno chiare della vita sia medievale che moderna, Anderson, sotto la sua massa di capelli rossicci da bizzarro mastro di bottega, mulinava le braccia ed il flauto stesso disegnando ghirigori cor-rispondenti a quelli musicali che i Tull producevano, e li accompagnava con marcati ammiccamenti quasi folli con gli occhi e tutta l’espressione facciale. Proprio il rapporto con il brand Progressive fu al tempo un tema su cui il gruppo fu quasi costretto ad interrogarsi, forse sin da quando il loro primo chitarrista Mick Abrahams, dopo l’esordio con This was, a forte matrice blues, lasciò dopo essersi reso conto che il gruppo, sulla scorta della straripante creatività di Anderson, cercava nuovi territori su cui espandersi. L’avvento di quel Martin Barre che sarebbe diventato la fidata spalla di Anderson per tutto il resto della vita del gruppo sino agli ultimi sviluppi rinforzò infatti la determinazione del leader a fare ricerca musicale, e presto si arrivò alla pietra miliare Aqualung, un album straordinario che, focalizzato sul rapporto tra Chiesa anglicana e vera spiritualità, vissuto attraverso il tramite di una esemplare figura di emarginato, il clochard chiamato Aqualung proprio per la presenza di umidità nei suoi polmoni a causa delle notti passate all’addiaccio, spinse tutti i critici specializzati a parlare di concept album, cioè di album “a concetto”, tipico prodotto complesso di quel progressive rock che sbandierava orgogliosamente i suoi propositi di vibrante intellettualismo musicale. Ebbene, Aqualung non fu in realtà tanto concepito programmaticamente come concept album quanto il successivo Thick as a brick, che Anderson e soci (rilevante il contributo compositivo anche del tastierista John Evans) crearono piuttosto furbescamente raccogliendo la sfida lanciata da parte della critica (con cui Anderson intrattenne spesso un rapporto polemico) e sposando quindi ufficialmente la causa progressive mantenendo però un atteggiamento ironico verso di essa e quindi verso se stessi qualificando attraverso il suo stesso titolo il lavoro come “Pesante come un mattone”. Il pubblico, che non era ancora quello ostile del punk fine anni ’70, amò invece profondamente quell’unica suite (divisa necessariamente nelle due facciate) piena di idee, di stimoli, ed estremamente fluida. La copertina, poi, resta geniale, un caso unico nella storia degli artworks rock, perché riproduce perfettamente la prima pagina del settimanale (ma nell’interno c’erano anche altri articoli) “St. Cleve Chronicle”, in cui campeggia la notizia di un bambino prodigio Gerald Bostock, autore di un poema a cui era stato assegnato e poi revocato ingiustamente un premio, forse perché “il piccolo Milton” era stato accusato di avere una virilità altrettanto precoce dato che, in basso, un altro articolo riportava che la quattordicenne Julia Fealey lo accusava di averla ingravidata! Altri articoli fake ispirati a piccoli fatti di cronaca e corredati da foto in cui membri della band e il loro tecnico del suono venivano raffigurati sorpresi in situazioni giuridicamente poco cristalline, costituivano altrettanti esempi di humour britannico. Gerald Bostock, in realtà una figura di fantasia, veniva spacciata invece da Anderson come coautore dei testi del disco, che conteneva versi come I may make you feel but I can’t make you think, alludendo alla spinta che l’arte moderna – ed anche il rock più avanzato – esercita nei confronti dello spettatore/ascoltatore: quella a non essere passivo ma a partecipare egli stesso nella elaborazione del senso, sulla scorta della nota tesi di Umberto Eco, espressa in Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, concetto poi esteso ad altri ambiti comunicativi anche col nome di interattività.

E, a proposito di aspetti visivi, non va dimenticato che spesso, nei loro live acts, i Jethro Tull includevano, a sorpresa, siparietti di cabaret dell’assurdo alla Monthy Python, come quando un membro della band si fermava per rispondere ad un telefono porgendo poi la cornetta al pubblico, o recitava delle previsioni atmosferiche (classico tormentone britannico), o saltellava per il palco travestito da coniglio. Performances concettualmente meno ingombranti di quelle messe in atto dai Genesis, ma più ironiche, sul tono del pastiche a sfondo satirico o semplicemente surreale. Al contrario, per espressa volontà di Anderson, per favorire la concentrazione praticavano una disciplina rigorosa che escludeva sia l’uso di droghe sia il sesso spensierato con le roadie durante i tour. Lo sviluppo armonico dei brani, più o meno complessi ma sempre fantasiosi, l’eleganza decisamente old style della proposta anche se di frequente rinvigorita dagli strappi, perfettamente funzionali all’insieme, della chitarra grassa di Martin Barre (“Tanti personaggi e musicisti hanno contribuito al nostro lavoro ma, se levi Martin, i Jethro Tull diventano irriconoscibili”, ha dichiarato qualche anno fa Anderson), ebbene, tutto l’impasto strumentale, percorso dalla personalità vocale del leader, si prestava soprattutto per parlare di emarginati, giullari e menestrelli, motociclisti-rocker-cani sciolti, vita rurale con notevoli accenti bucolici dati da arpeggi ricamati, e, di contro, mordenti e ironici j’accuse nei confronti della società inglese e delle sue convenzioni prive di autenticità. La sofisticatezza della formula tulliana si è poi tra anni ’90 arricchita di pieghe jazzy precedentemente sottotraccia, e perfino di qualche venatura orientaleggiante nei lavori del ’95 e del ’99. La discografia, a proposito, è vasta e ricca di episodi memorabili ma comprende anche un periodo di tentativi di adeguamento, negli anni ’80, all’imperante synth-oriented pop-rock del decennio (è comunque apprezzabile, mentre al contrario è evitabile Under wraps, con formazione rimaneggiata e una temperatura insolitamente fredda); per motivi di spazio, oltre ai già citati Aqualung (con la classicheggiante ma grintosa title-track, la rabberciata Cross-eyed Mary – Maria dagli occhi storti, e My God e l’immortale e arrembante Locomotive breath, col suo preludio gravemente chiaroscurato al piano) e Thick as a brick, consiglieremmo Benefit, Minstrel in the gallery (oscuramente suggestivo il brano Cold wind to Walhalla), della trilogia folk, Songs from the wood (autentico manifesto pastorale con squarci mistici o commossi su un tessuto compositivo insieme tradizionale e vibrante) e Stormwatch, grande lavoro, intenso, lirico e a tratti un po’ cupo, sulle minacce ambientali sul Mare del Nord, e contenente la tesa e ipnotica ballad Dun ringill, Flying dutchman, sul leggendario battello fantasma, due ottime gighe scozzesi ed una struggente, indimenticabile Elegy), inoltre, Crest of a knave e Rock Island.

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Gli stessi critici che riconoscono la sostanziale ed ammirevole coerenza dei Jethro Tull per tutto o quasi l’arco della loro carriera ormai sono concordi nel sostenere la presenza di segni di stanchezza nella più recente produzione: l’album natalizio del 2003 e forse anche questo secondo Thick as a brick che dovrebbe illustrarci cosa ne è stato del piccolo Gerald Rostock nel prosieguo della sua vita (e cosa è toccato in sorte ad ognuno di noi); intanto, ora la copertina imita la home page di un magazine on line; probabilmente non troviamo in questi ascolti spunti da volo pindarico, ma per altro verso non è sradicabile per chi ha orecchio per la musica davvero buona, la coscienza che i Jethro Tull sono da molto tempo un classico di grande rispettabilità e che il carattere e l’immenso talento di Ian Anderson lo tengono ancora in vita, tanto che alla annosa e decisamente retorica domanda se i Jethro Tull insomma, siano Progressive o no, il front man ha risposto:

“Beh, in realtà le band di rock progressive fanno concept albums!..”

Appunto!!

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