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Il tempo differito di Bernd Alois Zimmermann

«così come Agostino ha descritto l’anima umana, che attraverso la contemplazione spirituale afferra l’istante fuggitivo e integra il passato e il futuro al presente – questa idea, al tempo stessa moderna e molto antica, apre nuove prospettive alla musica, prospettive che noi dobbiamo innalzare a principio unificatore di tutte le relazioni presenti in una composizione»
(B. A. Zimmermann, Intervall und Zeit in Frankfurter Allgemeine Zeitung, 23 maggio 1957)

Il desiderio di sottrarsi al divenire della storia e alle sue lacerazioni è stato un sentimento comune a molti intellettuali di cultura tedesca usciti dalla catastrofe della seconda guerra mondiale. Dai proclami cultural-politici del Gruppo ’47 alla poesia dell’esilio di Ingeborg Bachmann e Paul Celan, dal furore iconoclasta del Wiener Gruppe e di Peter Handke fino al cinema di Fassbinder, Kluge e Herzog (senza dimenticare la generazione successiva con Wim Wenders e Edgar Reitz) il concetto stesso di storia e patria tedesca viene rimesso totalmente in discussione.

Un rifiuto delle «magnifiche sorti e progressive» ancora più pregnante se, a contestare il divenire, sono gli artisti che fanno del tempo l’elemento fondante della propria arte: i musicisti.

E alla figura del musicista Bernd Alois Zimmermann (1918 – 1970) e al suo concetto di tempo circolare, l’Accademia Tedesca di Roma ha voluto dedicare un concerto che, come tutti gli anni a ridosso delle festività natalizie, vuole offrire una sintesi tra le esperienze dei musicisti del passato e le prospettive future rappresentate dalle nuove generazioni di musicisti-borsisti di Villa Massimo.

Il Concerto per oboe e piccola orchestra (1952) di Zimmermann, posto a chiusura del programma concertistico e magnificamente interpretato da Christian Hommel insieme all’Ensemble Modern diretto da Erik Nielsen, è composizione tra le più libere e fantasiose del musicista: nonostante la struttura generale del brano sia tra le più classiche possibili (tre movimenti e due cadenze al II e III movimento), in essa ritroviamo tutta l’esuberanza vitalistica, l’ironia, il gusto del paradosso e degli accostamenti inconsueti che saranno il marchio di fabbrica del musicista tedesco e che lo porteranno a sviluppare, negli anni successivi, una personale poetica del collage basata su una tecnica di citazioni multiple – dal canto gregoriano al serialismo, dal corale luterano al jazz – sovrapposte in un puzzle surreale, il cui capolavoro assoluto è un’opera lirica irrappresentabile, Die Soldaten (1958-63). Una scelta stilistica che lo condannerà all’incomprensione da parte dei musicisti e critici a lui contemporanei, ma che, oggi, appare profetica se riesaminata alla luce degli sviluppi successivi della storia musicale.

Presenti nel programma anche musicisti a lui culturalmente vicini: l’italiano Luca Lombardi (1945) con Infra (1997) per undici esecutori e Psalmus VI di Josquin Desprez (prima parte) (1991) per nove strumenti, che di Zimmermann è stato allievo, e i borsisti del 2013 Birke J. Bertelsmeier (1981) con Giromaniaco (2013) per ensemble e Stefan Johannes Hanke (1984) con About Happy Animals (not in the Score) (2013) per ensemble.

«È a partire da questa immagine sferica del tempo che, appoggiandomi al termine filosofico, ho sviluppato la mia tecnica di composizione che si può denominare “pluralistica”, e che porta la memoria di innumerevoli strati della nostra realtà musicale. Il pluralismo compositivo nega l’abituale rappresentazione unidimensionale del tempo e cerca, attraverso l’utopia di un legame tra processi temporali finora considerati come separati, un’effettiva corrispondenza spirituale con le realtà musicali dei nostri tempi»
(intervista televisiva a B. A. Zimmermann, WDR, 1968).

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2 commenti

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  • Come troppo spesso accade in Italia, i titoli degli articoli promettono molto, ma poi, quando si vanno a leggere, la delusione è grande perché gli argomenti trattati sono superficiali, banali e irrelati a quanto annunciato.

  • Gentile Walter Bianchi
    mi spiace che abbia trovato l’articolo pieno di argomenti banali anche se, a quanto pare, rientro nella casistica della superficialità italica.
    Quanto da me scritto origina da un concerto organizzato da Villa Massimo e si propone come “segnalazione” di un evento artistico che tutti gli anni si svolge a metà dicembre. Sono perfettamente consapevole che rispetto a persone musicalmente competenti i miei semplici accenni possano irritare ed essere considerati non soddisfacenti sul piano critico, ma ritengo che la funzione di un articolo di questo tipo sia quello di informare, in modo breve e sintetico, lettori che, molto spesso, conoscono poco o male la musica (soprattutto quella contemporanea). Quello che scrivo può aiutare le persone ad avvicinarsi a mondi artistici in apparenza ostici? Se sì, la mia scrittura è funzionale agli scopi di divulgazione. In caso contrario, sono colpevole di aver celebrato un matrimonio bianco e Lei ha tutte le ragioni di lamentarsene.

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