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Una faccia, una razza. La Grecia, l’Italia e la passione per l’umanità

Il detto popolare “una faccia, una razza” accomuna greci e italiani evidenziando le similarità tra i due popoli ed anche se l’associazione più appropriata sarebbe, probabilmente, tra i Greci e gli abitanti della Magna Grecia, quel sud d’Italia che con la Grecia scambiò saperi e cultura, le origini di questa frase sono tutt’ora incerte. Molti ritengono che l’espressione sia di radice italiana, anche se sono i greci ad usarla più frequentemente. Si tratta di una detto molto diffuso, entrato a far parte del patrimonio popolare che definisce la comunanza di principi, valori, intenti e cultura. Peraltro, recenti studi del DNA mitocondriale dimostrano che l’eredità materna dei greci moderni è distinta da quella degli slavi ed è simile agli italiani e che le madri del popolo greco riflettono un comune patrimonio greco-romano antico.

La mia esperienza personale e le risultanze storiche confermano quanto il detto “una faccia, una razza” che suppone l’esistenza di una stessa matrice per greci e italiani sia attuale. Malgrado le lingue diverse e le limitazioni che pone il comunicare attraverso una lingua terza, la comprensione con i greci è immediata, empatica e gradevole e, parlando, ti accorgi che sta avvenendo quasi una magia: mentre tu vorresti parlare ai greci nella loro lingua, scopri che i greci vorrebbero parlarti in italiano.
Scopri che greci e italiani hanno una storia comune quando il tassista che fa la spola tra Argostolis e Sami sull’Isola di Cefalonia, mentre attendi di prendere il traghetto per Itaca, si ricorda “dell’americano che vive a Perachori” e ti racconta che anche lui è americano, ma che alla fine è tornato alla sua terra, una terra che ama.
Ti rendi conto che un’altra fondamentale caratteristica di greci e italiani è stata -ed è tuttora- la necessità di emigrare. Perduti potenza e splendore, i due popoli sono andati a trovare fortuna altrove, senza dimenticare il forte legame con il proprio paese e i suoi valori.
La diaspora accomuna i due popoli.

Ospitalità, rispetto del passato e delle generazioni che ci hanno preceduto costituiscono i capisaldi della cultura greca che ritrovi in ogni luogo. La proprietaria del ristorante “Dolphins” di Sami, ad esempio, ti accoglie a braccia aperte sorridendo e la mattina dopo, prima ancora che il gallo canti, Niki con un sorriso grande e un Calimera! squillante ti porge un vassoio di uva, limoni e marmellate locali e di fronte a tutto questo non puoi fare altro che balbettare il tuo Parakalò.
E mentre guardi la faccia anziana, ma sana e rassicurante, della mamma di Niki, seduta sotto il portico, ti viene un immediato desiderio di dirigerti verso di lei, abbracciarla, ritrovarla e baciarla rendendo omaggio alle generazioni che ci hanno preceduto ed a tutte le cose che ci hanno tramandato.

Intanto i funzionari della Capitaneria di Porto di Vathi, con una gentilezza innata, chiamano l’operatore della compagnia telefonica e ti spiegano quanto credito è rimasto nel tuo cellulare e, mentre scendi da Perachori a Vathi, ritrovi la familiarità dei rapporti che, ancora una volta, ha il sorriso della proprietaria del bar–panetteria che ti accoglie porgendoti una ciambella: “L’ho lasciata per lei” dice.  La assaggi pensando all’Italia e bevendo il caffè greco bollente come fosse un espresso, un caffè che non si può consumare in piedi e di fretta, un caffè che è quasi un rito e va sorseggiato seduto al tavolo, come d’altronde fanno tutti i greci.
Ma non solo: entrare nella Banca Alpha diventa un piacere anche perché puoi interloquire -spesso in italiano- con i funzionari, soprattutto con quello più intraprendente che si avventura a dire: “Noi greci e italiani abbiamo tante cose belle in comune, dovremmo valorizzarle meglio!”. E perfino la visita al presidio della polizia locale per ottenere il permesso di residenza diventa rilassante quando scopri che l’ufficiale greco interpreta perfettamente i documenti italiani e pertanto non c’è necessità di affannarsi a tradurli.
La simpatia che ti circonda è evidente se il proprietario di uno dei ristoranti dove si va a vedere le partite di calcio ti ricorda: “Domani c’è la partita della Lazio!”  e lui rimane aperto, anche d’inverno, fino a mezzanotte per lasciarti vedere la partita, anche se spesso non è entusiasmante; mentre la comunanza di principi e valori la verifichi direttamente quando il farmacista rammenta – come se avesse vissuto quell’esperienza- che Cefalonia e Itaca facevano parte della Repubblica di Venezia, oppure quando entri nel negozio di alimentari dove l’anziano militare ricorda i suoi viaggi e le avventure con le navi italiane, mentre, in uno stentato italiano, mostra orgoglioso le sue foto e quelle della sua famiglia.

Il proprietario del negozio di ferramenta, invece, l’italiano lo parla perfettamente e ti conforta dicendo: “Questo va bene e costa di meno… la crisi colpisce tutti, d’altronde”, poi ti guida nello scantinato, buio e pieno di ragnatele, mostra un pertugio e dice orgoglioso: “Qui, durante la guerra, mio nonno nascondeva i soldati greci e quelli italiani che giocavano a carte…”.
Cenare nei ristoranti locali dove c’è abbondanza di carne di capra, maiale e pecora, insalata greca e cipolla fresca è come andare a mangiare a casa di tua madre. La cucina greca e quella italiana, specialmente se meridionale, hanno molte somiglianze perchè le due aree del Mediterraneo condividono climi e terreni simili e pertanto usano prodotti simili: olive e olio d’oliva, melanzane, zucchine, peperoni, aglio e pomodori che si trasformano in piatti e ricette analoghi, come la “parmigiana”, piatto napoletano (Napoli è una città fondata dai greci dove si è parlato greco fino al nono secolo d.C.) che si avvicina alla greca moussaka: stratificazione di melanzane, salsa di pomodoro e formaggio.

Certamente esistono anche molte diversità tra greci e italiani. L’esperienza quotidiana, ad esempio, fa emergere due importanti fattori, forse collegati: la Grecia, diversamente dalla Magna Grecia, non ha un Nord industriale e produttivo, ma in Grecia sono assenti pratiche e associazioni mafiose e camorriste.
Inoltre, mentre i nomi greci che ricorrono, come Andreas, Dimitri, Eleni, Krystos, Yannis, rievocano l’attaccamento a un passato intenso, i nomi ormai sempre più spesso usati dagli italiani, Jessica, Deborah, etc. propongono una evasione esotica che non ha grandi riscontri nella realtà. Insomma, i greci preferiscono mantenere i loro caratteri originali, diversamente dagli italiani che si avventurano in nuove esperienze.

Gli accadimenti quotidiani confermano che le similitudini tra greci e italiani si basano soprattutto sull’espressione del viso, sulla voce e sull’accento che richiamano un patrimonio comune. Aggirarsi per Vathi fa bene al cuore e alla mente perché si può osservare che la vita scorre uguale e non è turbata, bensì arricchita dalla presenza dei turisti. Consola la facilità di relazionarsi con persone che conosci e che ti conoscono e ti rassicura sapere che i greci di Itaca ti considerino uno di loro. Un appagamento dei sensi, come quando si viaggia da Vathi verso Kioni, a sinistra il mare e Cefalonia, a destra le rocce di Itaca, ed anche se l’esperienza personale non può essere generalizzata (può darsi che altri individui non ritrovino le stesse sensazioni e non facciano le stesse esperienze), anche la storia assicura che tra greci e italiani esiste una solida comunanza di valori e attesta quanto entrambi i popoli e le culture abbiano contribuito all’arte, alla letteratura, alla democrazia ed alle istituzioni convalidando ancora una volta il motto “una faccia, una razza”.

Una faccia, una razza” perchè i greci sono fondatori e parte integrante della civiltà occidentale e, nonostante abbiano sofferto ben quattro secoli di dominazione ottomana (un’egemonia che ha separato la Grecia dall’Europa proprio nel periodo del Rinascimento, l’epoca che ha celebrato la cultura greca nelle arti) mantengono ancora oggi una profonda volontà di rimanere legati al vecchio Continente. Un modo di essere ed un sentimento che non meritano l’espressione sdegnata di alcuni incauti leader europei e, soprattutto, di stolti e ignoranti politici italiani:“Non finiremo come la Grecia!”.

Ne Il mandolino del Capitano Corelli, un film che racconta gli eventi di Cefalonia della fine della seconda guerra mondiale, ma non rappresenta una testimonianza della verità storica dell’epoca, c’è una scena che mi rimane scolpita nella memoria: quando il Capitano Corelli, l’Ufficiale dell’esercito italiano magistralmente interpretato da Nicholas Cage, si reca al Municipio di Cefalonia per chiedere la resa dell’esercito greco che stazionava nell’isola. Dopo il colloquio, Corelli esce dal Municipio e racconta ai soldati italiani in attesa che, alla richiesta di resa il comandante greco gli aveva risposto con orgoglio: “Non ci arrendiamo a chi abbiamo sconfitto!”. In questo caso, oltre ad essere verità storica, l’episodio dimostra l’integrità e la dignità dei greci, che peraltro si ritrova nei loro comportamenti quotidiani. In quella scena il significato di “una faccia una razza” diventa evidente: i greci non si aspettano che gli italiani chiedano loro di arrendersi, lo reputano un controsenso, come chiedere la resa a sé stessi! E ricordano agli italiani di non dimenticare che le origini e i valori sono comuni e che Roma li ha arricchiti e diffusi.

Una faccia, una razza” per i due popoli che hanno posto le radici della civiltà occidentale. Ciò che Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, Cicerone hanno scritto oltre 2000 mila anni fa è ancora attuale. Non è un caso che gli Stati Uniti -dove la Costituzione e la democrazia durano da oltre 200 anni, e hanno favorito progresso e sviluppo- abbiano voluto ispirare il loro sistema ai valori che greci e romani hanno tramandato: libertà, giustizia, democrazia, anche se, accanto ai valori universali però, greci e italiani non hanno mai cessato di avere mali e difetti che li hanno condotti alle sofferenze presenti.

Una faccia, una razza” per invitare greci e italiani a rinascere sui valori della libertà dell’individuo, della giustizia e della democrazia che hanno per primi elaborato. Valori che non debbono costituire una vuota affermazione, ma essere alla base della vita quotidiana, alimentare progresso e benessere e permettere a greci e italiani di utilizzare il loro grande potenziale nella loro terra.

Allora il cerchio sarà proprio chiuso.

6 commenti

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  • Quello che ho letto l’ho sperimentato personalmente recandomi in Grecia per ben tre volte, è proprio così siamo “fratelli di latte”!
    Grecia sei nel mio cuore!

  • bell’articolo con tante verità, vivo d’estate la grecia ormai da 40 anni e la loro filosofia di vita penso si possa sintetizzare proprio nel bere il caffè, cioè con pazienza e calma, lo devi far posare e assaporarlo pian piano, sigha’ sigha’, non puoi avere fretta.

  • Ciao.
    Questa frase propagandistica fu inventata dal governo fascista italiano nell’ epoca dell’ occupazione durante la Seconda Guerra Mondiale per convincere i greci che i due popoli siano fratelli e favorire la loro collaborazione. Malgrado il brutto ricordo che i greci hanno di quegli anni, la frase a avuto successo e paradossalmente decenni dopo la usano i greci che si vogliono fare simpatici ai turisti italiani, come ho visto tante volte durante gli anni che ho vissuto in Grecia. Invece, la frase è completamente sconosciuta in Italia, per cui è buffo vedere la faccia del greco convinto che stia dicendo qualcosa di celebre in Italia, e quella dell’italiano che non capisce di che cosa gli stiano parlando. Nonostante ciò, la frase è storica e fu creata in italiano, ma solo per essere usata in Grecia.

  • Quel che dice Aqui non è proprio esatto. Io ho sposata una italiana nata in Grecia all’epoca delle colonie del Dodecanneso ed ho frequentata la Grecia dal 1970 in poi fino al 2010. Gli italiani e greci andavano d’accordo fino a che era governatore del Dodecanneso Mario Lago,ma quando Mussolini installò governatore De Vecchi,il quadrunviro,avvenne il contrasto tra etnie,perché De Vecchi ha chiuse le scuole greche,le chiese ortodosse,ha proibiti i colori bianco e celeste delle loro case,ha tolti i passaporti per studiare all’Università ad Atene. I ragazzi han dovuto cominciare dalla prima italian di nuovo e quei pochi che volevano studiare ha dovuto abbandonare. Ma prima che subentrasse De Vecchi tutto andava bene. Io ho tanti amici greci e sono stato per 10 anni a Leros ogni anno quasi due mesi. I ragazzini dell’epoca della guerra erano ben voluti e aiutati dai soldati italiani e ne hanno conservato buon ricordo,mentre dei tedeschi no. Sono stato in Grecia anche all’epoca dei colonnelli e ho trovato che degli italiani avevano una certa simpatia. Bisogna viverci un certo tempo per poter giudicare bene.

La frase della settimana…

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