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Sri Pancami: il potere della conoscenza e dell’arte

Il primo febbraio gli induisti celebrano Sri Pancami, dea di conoscenza, saggezza e raffinatezza, protettrice di Belle Arti, scienza e tecnologia. In molte parti dell’India (Gujarat e Rajasthan, ad esempio), il governo indiano sta incoraggiando il rispetto di questo culto nelle scuole. Sri Pancami é la dea dello studio, protettrice degli istituti educativi di tutti i livelli, università compresa. Così, in India, il primo febbraio è il giorno perfetto in cui inaugurare le nuove scuole e gli istituti di formazione in genere. Una tendenza resa famosa dal noto pedagogista indiano Pandit Madan Mohan Malaviya (1861-1946), fondatore nel 1916 della Banaras Hindu University.

Nel Vecchio Continente (prima della brexit si sarebbe potuto dire semplicemente “Europa”), la dea viene celebrata nel Regno Unito, sotto l’egida del gruppo socio-culturale Jhankar-Nica. Di questi tempi, in tutta Italia, sarebbe bello che, per celebrare la dea, si cominciasse a far piazza pulita di chi ha dimostrato di non essere in grado di gestire gli interessi della didattica. Gli interessi di studenti e docenti vanno messi prima di tutto. Edilizia fatiscente, acqua che manca, riscaldamento inadeguato, tasse di iscrizione gonfiate, stipendi indecorosi e bloccati. Per non parlare delle scuole spazzate via dal terremoto che per essere ricostruite (presto) hanno bisogno di donazioni private. E meno male che siamo un Paese industrializzato. E meno male che la tassazione è tra le più alte in Europa.

In India come in tutto il mondo, chi adora Sri Pancami lo fa per raggiungere l’illuminazione attraverso la conoscenza e per liberarsi di letargia, lentezza e ignoranza. Il culto di Sri Pancami promette di dare gli strumenti per attingere con consapevolezza ad un’illimitata riserva di energia, intelligenza e creatività che non vanno cercati altrove, ma sono già ora nel profondo di noi stessi. Una volta attivata questa fonte, si può innalzare la propria esistenza al massimo livello, caratterizzato da libertà, salute, felicità perfetta, totale assenza di problemi. Uno stato che non è eccezionale, ma naturale. Il fatto è che l’essere umano reincarnato tende a dimenticarlo.

Buon per lei, l’India non ha mai avuto bisogno di un corrispettivo della Rivoluzione Culturale Cinese. Non è mai stata fatta una tabula rasa. Nessun taglio netto con il passato, ma un movimento fluido da ieri ad oggi, un morphing. Il 70% della popolazione vive nelle campagne circostanti i grossi centri come Chennai (quarta metropoli del Paese), Bangalore (la Silicon Valley indiana), Kolkata (sede di prestigiose Università) e infine Bombay, città che ispirò a Pier Paolo Pasolini il documentario I colori dell’India, oggi capitale economica e finanziaria. Come in occidente, anche nelle metropoli indiane si è sempre immersi nel flusso massmediale. Nessuno sa stare senza televisione perennemente accesa, anche in automobile, in metropolitana, sull’autobus.

Dice Shilpa Gupta, una delle più note artiste indiane contemporanee, che:

«grazie ai media, le multinazionali e i gruppi di potere educano la gente a rispettare una serie di codici di comportamento che forniscono loro la capacità di addomesticare le masse. Questo porta ad un consenso prefabbricato, fatto che può avere pericolose implicazioni in una democrazia».

Come darle torto? Per Shilpa Gupta, la televisione, in particolare, è una droga che depersonalizza e conduce la coscienza all’annichilimento, priva del senso della storia, sradica il senso delle nostre azioni. Da qui, la passività della gente che accetta di essere programmata, che invece di agire in prima persona, ama essere agita.

Attraversiamo città bellissime e guardiamo news che ruotano su se stesse. I cellulari di nuova generazione sono costantemente connessi. Abbiamo bisogno di social network a cui comunicare ogni nostro spostamento o pensiero, a cui affidare la nostra intimità. Siamo scannerizzati, classificati, ingabbiati dalle nostre stesse curiosità. I motori di ricerca ci includono paternalisticamente nei loro elenchi, ma al tempo stesso ci tagliano fuori da interi pianeti di informazioni senza che noi ce ne rendiamo conto. Tutto questo è rumore attraverso cui i mass media inquinano lo spirito umano.

Qual è il ruolo dell’artista, che funzione ha l’arte e, di conseguenza, che rapporto ha l’arte con lo spettatore in questo contesto storico, un’epoca in cui le vecchie gerarchie sono quotidianamente messe in discussione e rimpiazzate dal dominio dei media?

La tecnologia digitale permette allo spettatore di accedere a informazioni che altrimenti non sarebbero disponibili, ma al tempo stesso lo incastra nel suo stesso destino. Ognuno è prigioniero dei propri “like”, delle proprie scelte sui motori di ricerca, dei propri gusti, dei propri meandri mentali che la rete ci ripropone tali e quali, senza vera possibilità di esplorare e di crescere, cambiare.

Siamo il backup di noi stessi. Viviamo nel terzo episodio di Matrix.

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