Cicciottella. Cicciottelle. Il potere inarrestabile delle parole.

Le Olimpiadi sono il baccanale della perfezione fisica e offrono allo sguardo indagatore di un pubblico planetario i corpi delle donne. Corpi che devono dimostrare forza e abilità, non appeal erotico. Così, sintetizzando, scrive la blogger Lindy West. Lindy West sente la necessità di parlare di donne e sport, donne e politica, e vive a Seattle, una delle città più colte degli USA. Nella provincia italiana la questione non si pone, se Giuseppe Tassi, ex direttore di Quotidiano sportivo, intende “cicciottella” come un appellativo affettuoso.

Nella seconda metà degli anni ’70, e lo avrebbe fatto per molti anni ancora, Elisa Penna rispondeva alla posta di Topolino. La rubrica si intitolava Qui…Paperino quack!. Chi allora faceva le medie e leggeva ancora Topolino (ma anche Il corriere dei ragazzi e i gialli di Nancy Drew, e assaggiava Flaubert e Poe, di nascosto) se ne vergognava un po’ -oggi si direbbe che temeva di apparire sfigato. Eppure quelle due paginette con equilibrate riflessioni su cose banali agli occhi di un adulto, centrali nella vita di un (pre)adolescente, erano la parte più succosa del giornalino (le coste gialle impilate tocco di colore in tante camerette).

Estate del ’77, o giù di lì. Un sentiero, Dolomiti. Pomeriggio caldo, fase di discesa di una camminata in alta quota, con mamma, papà e fratellino. Rituale consueto in ossequio alla passione paterna per la montagna (quella con le rocce e la neve a Ferragosto). Stanchezza, acqua fresca di un ruscello. Sosta, e la scoperta delle fragole. La ragazzina di allontana di qualche decina di metri. Fiori da sottobosco estivo, fairy garden in versione extra large. Lei non ha idea di cosa sia un nordico giardino delle fate, ovviamente. Alla radio si parla di tensioni fra universitari e la polizia, di terrorismo (non ancora di anni di piombo, Casalegno è ancora vivo). Bologna, la città del Padre, è diventata un luogo ostile e nemico da cui la famiglia si esilia. Incertezze, paure. Non sa ancora del punk, le arrivano in sordina canoni estetici neo hippy. Al massimo, un paio di zoccoli e le fantasie strane di Fiorucci. Alle quali comunque preferisce l’estetica Holly Hobbie. E infatti, sudata e puzzolente, coi calzettoni calati sugli scarponi e le braghe alla zuava, avverte nel suo momento perfetto l’ebbrezza di essere una leggiadra fanciulla catapultata lì dal mondo di Heidi, da un disco di Branduardi, da chissadovenellasuatesta, e si sorride da sola. «È così carina, peccato che sia cicciottella», le porta il vento, ed è la voce di Padre.

Non c’è redenzione per cicciottella, non c’è approvazione né affetto, lei pensa. Non c’è voto alto a scuola che faccia dimenticare i pessimi risultati in qualunque sport abbia tentato. D’altronde, lei nei jeans bianchi delle amiche, col suo bacino largo e le coscione, fatica a entrare. Dunque Padre ha detto la Verità.

Si sentiva un’idiota mentre scriveva a Qui…Paperino quack! ma non riusciva a fermare la biro sulla carta da lettere con Snoopy che si tuffa in un mare azzurro, complice la pioggia di settembre e la malinconia di un altro anno di scuola da cominciare con tutto il contorno di noia e le offese -oggi si direbbe bullismo. Sperava che nessuno leggesse, pregava che nessuno pubblicasse: Padre leggeva Topolino in bagno, a volte. Pioveva sempre quando spediva le sue lettere (lo faceva con poca costanza ma aveva corrispondenti un po’ dappertutto, il suo preferito una vecchissima zia che viveva in un posto esotico dal nome strano, Nervi, a picco sul mare, diceva, ma non c’era mai stata e mica poteva googlare casa sua su Maps, allora). Di nascosto spediva le lettere sotto la pioggia che amava, con la scusa di fare la spesa o di andare a trovare la nonna. Negli anni ’70 eravamo tutte un po’ cappuccettirossi, noi delle medie. Poi le settimane di attesa e timore.

L’inverno fu freddo e caldissimo insieme. L’Italia sembrava sul punto di esplodere. Dopo Natale Paperino quack rispose. Due volte. Prima ci fu una pagina sul corpo delle ragazzine. Sul corpo che cambia e diventa grande. Sulla “ciccia dell’infanzia” ( ma non c’era scritto così) che a volte indugia sui fianchi, il ventre, la faccia paffuta da bimbo, e poi sparisce (o magari no). Forse non era per lei, ma a lei piacque crederlo. Qualche giorno dopo arrivò anche una lettera di carta, e lì non c’erano dubbi. Paperinoquack ci metteva una pagina intera a dirle con tutto il calore del mondo che lei era perfetta così, e sarebbe stata bellissima, dopo -o questo lei volle capire.

Nessuno lesse la lettera, inghiottita dal trasloco che disperse tante tracce dell’infanzia. Rimase la parola a definirla anche dopo, quando la profezia di Paperinoquack si rivelò inesorabilmente sbagliata. Parola che traspariva non detta negli occhi delle commesse che propongono la 44. Parola scritta da un titolista uomo per fare il simpatico.

Una parola, appunto.

Lidia Massari

Lidia Massari

Nasce in una piovosa notte d'ottobre, tenendo desti i genitori per quella e per molte altre notti a venire. Impara a leggere a quattro anni, e nei quaranta (e rotti) successivi non smette di farlo, anche per conto di terze persone. Si laurea con una tesi sperimentale sulla malattia d'amore. Da allora vive tentando di insegnare lingue morte a giovani teste vive ideando curiosi esperimenti (frequenti i fallimenti). Giura alla luna che non scriverà mai niente, ma è una menzogna notturna. Sta attualmente valutando cosa fare da grande.

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