Salone del Libro di Torino #12 Oltre il confine: parole

Ebbene sì, il Salone, che si chiude proprio adesso che sto scrivendo, è stato un enorme successo di pubblico: quasi 166mila i visitatori. Una festa anche popolare e “calda”, piena di libri ma anche di non libri, fra patate e insalata, magneti per il frigo e bustine di tè che si possono leggere. E c’erano pure i Kolors, che non so chi siano ma ieri c’erano orde di ragazzine con un CD rosa fuxia in mano. Al Salone c’è anche questo, ma il Salone non è questo. La sua materia è la passione di chi fa editoria di qualità anche se è piccolo e produce libri bellissimi, come quelli di Hacca. Ed è la passione di chi legge, di chi scrive, è la vita che sa tradursi in parola.

RUMORE – C’è una costante, a Torino, ed è il rumore di fondo: incessante, invadente, capace di penetrare anche dentro le grandi sale degli incontri. Un brusìo che si abbassa per poi di nuovo impennarsi, che sembra piovere dal soffitto per poi condensarsi in parola. E le prime che mi sono arrivate alle orecchie, distinte, sono apparse luccicanti ma vuote come bolle di sapone. I giochi di parole di Bergonzoni sfidano la nuova traduzione della Finnegans Wake (di Enrico Terrinoni e Fabio Pedone), e perdono, facendo emergere dal rumore nonsense che spostano il tiro dallo scavo nel linguaggio a battute micidiali (in senso etimologico: che ti ammazzano), e non rendono un buon servizio al lavoro traduttori (cinque anni per settanta pagine).

BACCANO – Questo non è rumore. In una sala strapiena (ma cosa non è strapieno al Salone?) un Eraldo Affinati ispirato parla di don Milani. “Fate baccano”, sussurra morendo alla ex fidanzata. Fare baccano, sfondare i cancelli del ricco. Affinati parla con partecipazione commossa delle sue origini, figlio di borgata, così simile agli ultimi che frequentavano Barbiana. E in risposta alle polemiche sorte negli ultimi mesi sugli effetti deleteri del donmilanismo si scaglia contro la scuola dei test INVALSI, a cui oppone la propria esperienza di docente nella “Penny Wirton”, la scuola da lui fondata per insegnare l’italiano ai migranti. Parla di lingua, Affinati, e della letterarietà della scrittura di don Milani, lucida e rigorosa.

STORYTELLING – Per questo “fare baccano” non è un invito al caos, ed è l’esatto contrario di quella trasgressione a cui la politica degli ultimi venticinque anni ci ha abituato. Giuseppe Antonelli dedica all’argomento il suo Volgare eloquenza. Tra analisi di slogan e turpiloqui, Antonelli spiega come la demistificazione del politichese, successivo alla crisi di Tangentopoli, abbia generato un linguaggio che non si pone più ad un livello superiore a quello dell’ascoltatore medio, ma ne diventa rispecchiamento mimetico. Un modo per attirare consensi e fiducia in una dimensione in cui lo scambio tra pari sembra essere alla base di ogni rapporto fiduciario. Si colloca in questo quadro la riflessione sullo storytelling, sulla narrazione. Chi racconta, chi dà una lettura dei fatti, instaura con l’interlocutore un rapporto unidirezionale, in cui ciò che importa è la credibilità del raccontato, non la sua verità, né, tanto meno, un’analisi condotta con gli strumenti del pensiero critico.

Francesco Piccolo e Walter Siti p u

TABÙ – La sala attende Walter Siti con curiosità, anche perché in coppia con un autore, Francesco Piccolo, che sembra lontano dalle corde dello scrittore modenese. Non è facile parlare di un libro (Bruciare tutto) di cui si è detto tutto, negli ultimi mesi, e la conversazione per un po’ rimane su toni da salotto del Settecento, fra un Siti febbricitante e un Piccolo gattesco. Ma poi si comincia a parlare di verità, e cita Bonhoeffer quando afferma che la verità umana deve tenere conto della nostra fragilità, del nostro bisogno di essere autentici. Il romanzo permette di dire la verità proprio perché rifugge dalla astrazione. E come nella realtà, i personaggi hanno in sé tante anime diverse. La letteratura non deve diminuire il male che è nel mondo, casomai questo è il compito della politica, o della religione. E la pedofilia, per Siti, è il limite moderno dell’indicibile, persino più dell’omicidio o dell’incesto. È una cosa che esiste. Così come esistono i desideri, ed esiste il desiderio carnale del bambino verso l’adulto. Questo è il tabù scandaloso, che poi -spiega Siti con quel modo lieve che ha di dire cose tremende- non è la tragedia del libro. Tragedia che sta nel fatto che don Leo, reprimendo la sua pulsione pedofila, e frustrando il desiderio di Andrea, lo porta al suicidio. È strano vedere Siti parlare dell’incapacità dell’uomo di distinguere il bene dal male sorridendo sotto i baffoni, mentre implacabile spoilera un libro uscito da poco più di un mese.

COMMISERARE – Domenico Quirico, reporter della Stampa tenuto prigioniero in Siria per cinque mesi, ha una fisicità asciutta che non è solo frutto di allenamento. Lo spiegherà fra poco: frequentare il male penetra nella carne e, poco a poco, intossica e deforma. Non parla di libri, e nemmeno del documentario che, senza sonoro, scorre dietro di lui (Ombre dal fondo, di Laura Piacenza). Vuole testimoniare un fallimento: il fallimento di chi, da giornalista, non è riuscito a raccontare in modo efficace quanto è accaduto in Siria e quanto sta ancora accadendo. Non accusa noi che ascoltiamo irretiti: accusa sé stesso, e la categoria cui appartiene. Se i giornalisti avessero saputo fare il loro mestiere, idee “balorde e lerce” come quelle propagate dai partiti e dai movimenti xenofobi e razzisti non avrebbero diritto di cittadinanza. Usa parole forti: “bisogna stroncare chi non comprende la realtà della migrazione”, e il portato di sofferenza e di ricchezza umana che reca con sé. Le parole hanno fallito. Noi non possiamo capire il dolore di chi per la guerra ha perso tutto, dall’oggi al domani, non capiamo la guerra. Abbiamo perso qualcosa: la capacità di commiserare, di sentire proprio il dolore dell’altro, facoltà di cui Quirico sottolinea la valenza politica. Su questo chiude il suo intervento, di fronte a una platea inchiodata dalle parole ad una assunzione di responsabilità difficilmente eludibile.

Ecco, anche questo è il Salone, fra bicchieri di vino che negli stand regionali non mancano quasi mai, baci e abbracci di gente che vedi solo su Facebook e dal vivo sì e no due volte l’anno, stanchezza da digiuno prolungato e muscoli dolenti. Parole che, differenziandosi dal brusio, ti si appiccicano addosso, e che ti porti a casa, sperando che rimangano vive.

Lidia Massari

Lidia Massari

Nasce in una piovosa notte d'ottobre, tenendo desti i genitori per quella e per molte altre notti a venire. Impara a leggere a quattro anni, e nei quaranta (e rotti) successivi non smette di farlo, anche per conto di terze persone. Si laurea con una tesi sperimentale sulla malattia d'amore. Da allora vive tentando di insegnare lingue morte a giovani teste vive ideando curiosi esperimenti (frequenti i fallimenti). Giura alla luna che non scriverà mai niente, ma è una menzogna notturna. Sta attualmente valutando cosa fare da grande.

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