Padiglioni lontani di Mary Margaret Kaye. Ritrovare la narrazione antica di un’India non banale.

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Padiglioni Lontani, Cover

Un libro antico, anche se scritto negli anni ’70, questo Padiglioni lontani. Un libro che appartiene tutto alla tradizione del grande romanzo ottocentesco di matrice anglosassone, che ha il sapore delle pagine di Kipling. L’autrice, Mary Margaret Kaye, nipote e figlia di militari inglesi di stanza in India, utilizza come fonti per questo romanzo molto materiale elaborato da suo nonno e da altri protagonisti della colonizzazione dell’India.

Il protagonosta, Ashton (Ash), figlio di uno studioso inglese di botanica, rimane orfano di entrambi i genitori; ignaro delle proprie origini, viene allevato da una serva, Sita, nel piccolo ma ricco regno di Golkote. Ash cresce credendosi figlio di Sita, e stringendo una forte amicizia col figlio dello stalliere di corte e con la piccola Anjuli, l’ultima nata (e molto trascurata) figlia del sovrano. Una congiura di palazzo costringe lui e Sita a fuggire; Sita si ammala gravemente, e poco prima di morire rivela ad Ash la sua vera origine. Per il giovane, rimpatriato suo malgrado, si apre un lungo periodo dedicato al perfezionamento della sua educazione occidentale, terminato il quale fa ritorno in India, dove si arruola nelle Guardie. Qui, nel corso di un servizio come scorta ad un corteo nuziale, incontrerà di nuovo Anjuli, ormai giovane donna, bellissima, e Ashton capirà cosa significa amare.

Nel corso dei vent’anni narrati nel romanzo, le vicende drammatiche che hanno segnato l’occupazione inglese in India e in Afghanistan, le rivolte, le rappresaglie fanno da sfondo puntuale alle vicende private del protagonista che, per quanto ubbidienti a schemi narrativi tradizionali, non sono mai banali. Questa non è un’India solo misteriosa, opulenta, profumata. È un’India in di cui si avvertono anche gli odori forti di sudiciume e degrado, di cui non è taciuta la povertà e l’abiezione dei fuori casta. Di questa India è raccontata con taglio interessante la condizione femminile. Le donne di casta inferiore non possono sfuggire al proprio destino di sottomissione, e di matrimonio precoce. Ma anche le fanciulle di stirpe regale, in una cultura che ammette la poligamia, rischiano di essere emarginate e private di un qualunque ruolo, prigioniere di fatto, e abusate. Donne che non possono sopravvivere al marito e sono di fatto tenute a condividere, da vive, il rogo funebre del marito morto. La protagonista, Anjuli, cresciuta ai margini della propria famiglia, offre una chiave di lettura interessante del ruolo della donna in quella società. Una società ancora profondamente arcaica -seppur con differenze profonde fra i regni del nord e quelli meridionali- nella quale ci muoviamo con sempre maggiore consapevolezza grazie all’occhio del protagonista. Gli avvenimenti sono per quasi tutto il libro filtrati dallo sguardo di Ashton, l’orfano, il bambino dai tratti europei ma dalla carnagione abbastanza scura per essere scambiato per un abitante della regione himalaiana (per lui le grandi montagne evocate dal titolo sono letteralmente sacre). Ashton ha tanti nomi -Ash, Asok- perché è stato educato da persone di etnia e religione diversa, tanto che da grande il suo è uno sguardo sul mondo totalmente laico ma anche profondamente capace di comprendere le religioni altrui. Domina molti dialetti, ma soprattutto matura la straordinaria capacità di stringere relazioni profonde con uomini di culture del tutto diverse, dagli inglesi agli indù ai musulmani.

L’India di oggi ci riporta a cronache di intricati casi giudiziari, dove la parola “pirata” non ha nessuna aura romantica. L’India del romanzo è un paese su cui l’Inghilterra sta faticosamente cercando di consolidare il suo dominio, con difficoltà dovute al particolarismo dei piccoli regni che vogliono mantenere i propri arcaici privilegi, chiusi di fronte alla modernità rappresentata anche dal governo inglese, ma anche alla radicale diversità della visione sul mondo.

La storia di Ashton, come tutte le grandi storie, è una storia d’amore, di amicizia, di morte. Leggere questo romanzo, oggi, non ha affatto il sapore di una evasione in un mondo fiabesco, ma è un esempio di come si possano leggere, con intelligenza e sensibilità, realtà tanto diverse dalla nostra.

M.M. Kaye, Padiglioni lontani
traduzione dall’inglese di Maria Grazia Bianchi
edizioni e/o, Roma 2015

 

Lidia Massari

Lidia Massari

Nasce in una piovosa notte d'ottobre, tenendo desti i genitori per quella e per molte altre notti a venire. Impara a leggere a quattro anni, e nei quaranta (e rotti) successivi non smette di farlo, anche per conto di terze persone. Si laurea con una tesi sperimentale sulla malattia d'amore. Da allora vive tentando di insegnare lingue morte a giovani teste vive ideando curiosi esperimenti (frequenti i fallimenti). Giura alla luna che non scriverà mai niente, ma è una menzogna notturna. Sta attualmente valutando cosa fare da grande.

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