Il Giovane Favoloso. L’umanità del poeta e la sua poesia fraintesa

Il giovane favoloso, il film di Mario Martone sulla vita di Giacomo Leopardi (interpretato da Elio Germano), dopo essere stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, è uscito nelle sale il 16 ottobre. Dopo poco più di tre settimane, è stato visto da quasi 850.000 di spettatori, e gli incassi hanno superato i cinque milioni di euro. Il fenomeno Giacomo -nel senso letterale di ciò che nel film viene rappresentato- ha rinnovato, amplificandolo, l’interesse nei confronti di una personalità letteraria eccezionale la cui vita presenta aspetti potenzialmente morbosi (la malattia, la lunga convivenza con Ranieri, la sessualità): la lettura pop di un mito già di suo nazionale lo trasforma fatalmente in feticcio da consumare.

Storture
Essere storto. Nel corso del film il corpo di Giacomo progressivamente si deforma, contorcendosi fino a diventare grottesco, rivelato dalla aderente marsina color carta da zucchero. La stortura esplicita l’invisibile obliquità dello sguardo, l’attitudine connaturata a cogliere l’oggetto con sguardo divergente, come ai più sfugge. Il poeta, ancora adolescente, gioca a nascondino con l’infinito paesaggio collinare, unico a comprendere che il senso non si cela nella realtà sensibile, ma nell’altrettanto concreta (forse più reale) “finzione” interiore. L’avanzare del male implica difficoltà di ordine fisico che, di nuovo, hanno il loro corrispettivo nella difficoltà a farsi accettare dalla res publica delle lettere simboleggiata dal prestigioso gabinetto Viesseaux. Dopo la delusione di essere stato scalzato da Botta (“Botta chi?”, avranno detto molti spettatori), complice un lungo salto temporale, ritroviamo Giacomo tra Roma e Napoli, sempre più curvo, isolato, sarcastico nei confronti della società che va esaltando le sue “magnifiche sorti e progressive”. A Napoli Leopardi si muove a saltelli, chino a novanta gradi o preso in braccio come un bambino, fratello di gobba di Pulcinella e come Pulcinella libero di dire quello che pensa perché ormai solo di fronte al vuoto cosmico che immortala nella Ginestra. Una maschera che a Napoli è già diventata davvero maschera di cartapesta, e (scommettiamo) un nuovo pupo nelle bancarelle di S. Gregorio Armeno.

Chi guarda il film vede la deformità, per due volte messa crudamente a nudo, vede la sofferenza dell’uomo, vede il corpo incurvarsi verso terra, vede un aitante Ranieri nel ruolo di badante, e fa fatica a a pensare che il grido lanciato al caffè (”non attribuite alle mie malattie ciò che è responsabilità del mio intelletto”) possa essere del tutto sincero, possa essere altro che lo sfogo di un malato a cui riservare pietà. Il rischio, non del tutto evitato, è la ricaduta nel cliché del poeta infelice e perciò pessimista.

Borgo Infinito
Le Marche escono benissimo da questo film. La Regione Marche, che ha finanziato il film con 700.000 euro (a cui si aggiungono le risorse dei comuni nei quali sono state girati interni ed esterni, Recanati in testa) non poteva immaginare uno spot più riuscito. Un paesaggio intatto, mattoni dorati dai raggi del sole al tramonto, palazzi austeri fuori e sontuosi dentro. Una fotografia splendida, capace anche di rendere metafisiche le infilate delle persiane o l’acciottolato delle vie. Chi ha studiato Leopardi a scuola (cioè tutti coloro che oggi in Italia hanno meno di 60 anni), e l’ha odiato, o amato, e ha visto il film, sarà tentato di ritrovare quelle atmosfere, di farsi romantico e magari declamare l’Infinito (come al cinema,in una sala piena di professoresse, mi è accaduto di sentire. I tanti bisbigli innalzavano un’orazione pagana nettamente percepibile). E tuttavia proprio la ricerca della luce perfetta, dell’inquadratura perfetta tradisce una realtà tanto distante e, come dice Leopardi, fatta di un clima umido e poco salubre, di monti azzurri che non sono quinta decorativa, ma l’ostacolo più tragicamente insormontabile. I bellissimi giardini privati, il rigoglio del verde, gli spazi aperti sono la rivelazione di un occhio che rende esteticamente attuale quello che invece per Giacomo sarà un recupero memoriale molto più tardo, che arriverà a Pisa, al termine della stagione delle Operette morali. Silvia, la gallina che chioccia, il passero o i fanciulli chiassosi sono abitanti di un paesaggio che per il poeta esiste ormai solo nella memoria. Nel film quella Recanati favolosa -e, di fatto, inesistente- sembra lo sfondo di ansie bovariane, indulgente verso un adolescente troppo inquieto, e in fondo patetico.

Madre natura (e padre cocchiere)
Circa a metà film, il paesaggio all’improvviso cambia: vediamo alture brulle, e, piccolissimo, Giacomo, terrorizzato. Davanti a lui si erge un’enorme statua d’argilla, ieratica come una kòre arcaica. Questa alza lentamente una mano, e mentre ribadisce la sua indifferenza nei confronti delle sofferenze dell’uomo (Dialogo della Natura e di un Islandese), comincia a sfaldarsi, e mentre si sfalda rivela sotto i suoi tratti austeri quelli, ancora più austeri, della madre Adelaide. Ecco, la scena meno oleografica e più falsa del film è quella che meglio penetra nel senso della poetica leopardiana. L’eternità archetipica della figura materna sotto il decadere cosmico della materia esercita una suggestione profonda anche su chi non abbia simpatia per le letture psicanalitiche.

In generale, Martone sembra molto interessato alla ricostruzione della rete affettiva della famiglia: la sorella, rappresentata sempre e solo nell’atto di studiare, e che in effetti seguirà le orme del fratello, abbandonando la casa paterna ed eleggendo Pisa come sua residenza, dove morirà. E soprattutto il padre, conservatore politicamente ma educatore innovativo, per quanto la sua generosità nei confronti del figlio si trasformi presto in castrazione. Tenera la scena in cui aiuta il figlio ad urinare; agghiacciante la sorpresa del padre che si sostituisce al cocchiere nella notte in cui Giacomo tenta di fuggire a Roma; esplosiva la ribellione silenziosa di Giacomo di fronte ai rimbrotti dello zio: Germano appare ascoltare rassegnato e in silenzio, ma dentro di lui l’altro Giacomo, il ribelle, alza la voce e spacca una sedia.

La ginestra recisa
Il poeta è l’abitante più assiduo del linguaggio. La poesia è violazione rivoluzionaria della nostra casa comune, apre brecce, distrugge e restaura permettendoci di essere attuali. Un ruolo difficile, oggi in crisi profonda. Il post moderno fatica a riconoscere un senso se non nelle forme del pastiche o del distacco ironico. Leopardi non è moderno, in questo, perché vive in un tempo in cui ancora si chiede ai poeti quella parola che nel giro di un secolo perderanno. La parola di Leopardi è in continua tensione fra rispetto della tradizione e ricerca di una lingua nuova, che plasma (soprattutto nelle prose) e che non sarà capita, presto (nei trent’anni successivi alla sua morte) surclassata dall’opzione manzoniana. Leopardi è un grande teorico del linguaggio, e la sua sensibilità si affina con gli anni anche grazie alla sua attività di filologo e traduttore dei classici, oltre che con il confronto con i contemporanei. Lo Zibaldone è prova evidente del percorso di ricerca del poeta, a cui il regista non rende giustizia quando ce lo mostra impegnato a declamare i propri versi come se fluissero spontaneamente evocati dalla suggestione del paesaggio. Basterebbe guardare i tormentati manoscritti per comprendere quanto siamo lontani da qualunque forma di ispirazione del genius loci. Manoscritti che, nel borgo selvaggio, nei giorni della presentazione del film si sono trasformati in decorazioni per portavasi, miracolosamente emendati di ogni cassatura (e con una inedita scansione metrica). A Recanati, anche i mattoni recitano Leopardi a memoria.

Che nel film, dunque, la poesia sia così maltrattata o fraintesa, dispiace. Sopratutto se si considera che Leopardi non è stato altro che un intellettuale: fraintenderne la poesia fa declinare il film verso la biografia del giovane infelice. E dispiace soprattutto che nella scena finale venga tagliato dalla Ginestra, la sintesi poetica più alta del pensiero leopardiano, proprio il riferimento alla “social catena”: la solidarietà fra gli uomini contro la Natura solo in nome della loro umanità costituisce la vera eredità del pensiero leopardiano, e giustifica quella lettura di Leopardi in chiave progressiva e agonistica cui Martone sembra ispirarsi.

Lidia Massari

Lidia Massari

Nasce in una piovosa notte d'ottobre, tenendo desti i genitori per quella e per molte altre notti a venire. Impara a leggere a quattro anni, e nei quaranta (e rotti) successivi non smette di farlo, anche per conto di terze persone. Si laurea con una tesi sperimentale sulla malattia d'amore. Da allora vive tentando di insegnare lingue morte a giovani teste vive ideando curiosi esperimenti (frequenti i fallimenti). Giura alla luna che non scriverà mai niente, ma è una menzogna notturna. Sta attualmente valutando cosa fare da grande.

2 commenti

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  • Un commento meraviglioso!
    Una critica precisa degli aspetti leopardiani distorti nel film che aiutano a comprendere, a chi si lascerebbe altrimenti persuadere da ciò che vede, la totalità della personalità complessa del giovane.
    Non avrei saputo trovare parole più adatte.

  • Bella recensione. Grazie. È un film che, nonostante indubbie suggestioni, ha molto di sbagliato. L’elemento principale è l’assoluta mancanza dell’elemento centrale: Leopardi è uno scrittore che nella scrittura consuma se stesso, egli negò il corpo a favore della parola. “Le sudate carte” non sono un’espressione casuale…per lui la scrittura era il corpo. Non si acquattò per determinare visivamente “L’infinito”, lo riscrisse otto volte integralmente. I manoscritti di Leopardi mostrano la tragedia, il titanismo della lotta con la determinazione di ogni singola parola. Sarebbe stato bello vedere materializzarsi questa immane fatica, perché è in questa che risiede anche la modernità di Leopardi.
    Ultima cosa, visto che siamo su pagine d’arte: la Napoli post caravaggesca, anzi tardivamente “bambocciante” che vediamo nel film è visivamente tutta sbagliata, benché a suo modo rutilante. Se si vuole camminare anche sul limitare di una filologia visiva, oltreché metaforica, non bisogna scivolare nello stereotipo visivo. Napoli era quella del colera e dei bassifondi baluginanti, certo. Ma era anche quella che aveva fatto l’unica, vera rivoluzione illuminista italiana e nonostante l’epilogo tragico non si può far vedere che tutto era tornato come ai primi anni del’600. suvvia, Martone, non facciamo sempre i flagellanti!