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Un mondo a parte di Riccardo Milani. Desertificazione dei paesi e voglia di provincia-lismo

di Pino Moroni

Nel panorama italiano attuale il Cinema provinciale e dialettale è quello che va per la maggiore ed Un mondo a parte di Riccardo Milani è uno dei prototipi più riusciti per località, interpreti e tematiche sociali.

Un film che usa la natura nella descrizione della sua parte più arcaica e selvatica, come alternativa ai desiderata dell’umanità inurbata, ma ne mostra molto di più le criticità sempre più evidenti: dalle difficoltà quotidiane di vita per lo spopolamento (fuga dei giovani) alla chiusura degli esercizi commerciali, dal calo delle nascite a quello più essenziale della chiusura delle scuole.

immagine per Un mondo a parte di Riccardo Milani

Nella attuale tendenza cinematografica che, come premesso, va sempre più verso un provincialismo fatto di personaggi semplicistici (cliché e macchiette) e favolistici fuori della dura realtà attuale, si può leggere in filigrana un notevole passo indietro verso film diventati solo distrazione dai problemi reali.

Rimangono fuori solo alcuni autori, ancora impegnati, revival del neorealismo contestualizzato (C’è ancora domani, 2023, di Paola Cortellesi) e storie di migranti nei loro percorsi di salvezza (Io Capitano, 2023, di Matteo Garrone).

Tornando al genere più in voga come quello indicato, va ben distinto quello che usa i comici televisivi (Ficarra e Picone, Pio e Amedeo, Lillo ecc.), quello che usa il trash (Un altro ferragosto, 2024, di Paolo Virzì) e quello che mantiene un livello di professionalità e cultura accettabili.

Il maestro elementare Michele (Antonio Albanese) stanco della scuola di periferia a Roma, ormai degradata (insegnanti aridi, genitori incattiviti ed alunni succubi dei cellulari) chiede l’assegnazione temporanea in provincia e viene mandato in supplenza a Rupe (in realtà Opi) nel Parco Nazionale d’Abruzzo, un paesino di 364 anime, in una scuola di 7 bambini mista tra i 7 ed i 10 anni (tre classi), intitolata a Cesidio Gentile, poeta-pastore del primo novecento.

La sua ideologia fatta di generosità d’animo, di solidarietà, di impegno civile e difesa della natura si scontrerà con una realtà odierna fatta invece di desertificazione dei piccoli borghi, cambiamenti climatici e sociali (non si fa più allevamento, agricoltura e soprattutto figli) ed inutili battaglie burocratiche.

immagine Un mondo a parte di Riccardo Milani. Desertificazione dei paesi e voglia di provincia-lismo

Michele invece crede nella protezione e rigenerazione della natura attraverso nuove generazioni da far ritornare alla terra.

Il sognatore Michele è quello che capisce (Sì capito! Gli gridano i bambini) più di tutti la rassegnazione (“che si mangia a morsi come una mozzarella”) data dal senso di abbandono che ha preso gli abitanti di Rupe e cerca di risolvere i loro problemi, aiutato da Agnese (Virginia Raffaele) la maestra della scuola, con una semplicità, essenzialità e concretezza che, come intellettuale, non sa di possedere.

Aveva cominciato col dire “Salvare il mondo prima di cena”, facendo una pessima figura con i genitori dei ragazzi, ma nel momento del rischio di chiusura della scuola per mancanza di numero legale degli alunni con “Salvare una scuola per salvare un paese”, usando un maggior senso di comunità, proporrà di far arrivare immigrati (ucraini e nord africani) nel tessuto sociale del paese per avere nuovi bambini.

Perché se si chiude una scuola (l’educazione) ed i ragazzi vengono accorpati nel paese più grande (come è già avvenuto alla scuola di Opi passata a Pescasseroli) poi a catena si chiudono tutte le attività del paese, compreso il turismo.

immagine per Un mondo a parte di Riccardo Milani.

C’è ancora in una Italia che pensa solo a consumare prodotti dei Centri Commerciali, un paese più piccolo che non viene considerato, che ha una sua marginalità, non meno importante, che fa ancora in qualche modo del Made in Italy e non solo trasformazione di quello che non è italiano.

A questo paese, anche con la crisi attuale delle idee politico-economiche fondamentali, va data la possibilità e la speranza della “Restanza” (come dice il maestro Michele) in contrapposizione a quanto invece succede ovunque: la “Partenza”.

Alla bravura di Antonio Albanese (un buono che fa ridere) fa da contraltare una bravissima Virginia Raffaele (la maestra locale che lo ispira, lo supporta e di cui si innamora). Gli altri interpreti del film sono abitanti di Pescasseroli, compresi i bambini delle scuole elementari. Un altro esempio di neorealismo con gli attori presi dalla strada.

Riccardo Milani ha sceneggiato insieme a Michele Astori una storia che conosce bene come abruzzese doc. Nel 2003 aveva già girato nel Parco Nazionale d’Abruzzo con Silvio Orlando il film Il posto dell’anima. Ora con questa operazione-nostalgia è tornato nei suoi luoghi parlando a tutti gli italiani che hanno un loro posto dell’anima. Il film da Pasqua è il più veduto.

Anni fa, in un felice periodo ecologico, ho vissuto in un campeggio in val Fondillo, appena sotto Opi ed ho scalato il Monte Amaro tra camosci, cervi e lupi, dentro nebbie e foschie d’Abruzzo, con il sapore buono di rugiada di quella montagna incantata. Ancora nel ricordo ne posso sentire il suo gusto: “La montagna lo fa”, dice nell’ultima scena il maestro Michele (Antonio Albanese).

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Un mondo a parte di Riccardo Milani, manifesto
immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

2 risposte

  1. Un bellissimo articolo per un bellissimo film. Purtroppo, quando si torna al “paese”, non si trova piu’ quello che si viveva nell’infanzia: la zia che preparava il cacio che veniva dal latte appena munto dalle pecore e lo lasciava nella cantina umida perche facesse i vermi che poi si spalmavano sul pane casareccio, insieme al cacio. I viaggi con l’asino – il “buro”- che trasportava le bisacce piene di grano dopo la trebbiatura. La raccolta delle “marrocchie” per abbrustolirle sul fuoco a legna. Le cugine piu’ grandi che si recano alla fontana del paese a raccogliere l’acqua e a portarla a casa, con l’anfora di rame piena d’acqua fresca sulla testa. Il cugino Osvaldo che porta le pecore a pascolare e sta attento che qualche lupo non le azzanni. Il sabato, la nonna prepara la gallina per la festa della domenica. Pero’, i rapporti con la gente che e’ rimasta sono veri, sani, senza tanti interessi. Si respira aria buona , in tutti i sensi. Grazie, Pino

  2. Grazie Pino molto interessante anche la tua analisi del nuovo provincialismo del cinema.
    Che brutta piega ha preso Virzì negli ultimi film: con la sua rappresentazione quasi compiaciuta dello squallore e della volgarità.

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