Most beautiful island di Ana Asensio. Una regista di talento nella terra delle perdute opportunità.

Mi sembrerebbe di far torto ad una attrice, autrice e regista, così impegnata e di talento come Ana Asensio, parlare di Ken Loach come esempio della sua cinematografia, nelle parti relative alle difficili situazioni di lavoro o far riferimento a Kubrick in quelle parti più morbose, inquietanti e misteriose. Ma così va la critica: niente ormai vale più se non è un omaggio ad un precedente illustre.
Invece il film Most Beautiful Island, un titolo molto banale ma da leggere a contrasto, apre con un impressionante incipit originale che dall’apparente  affascinante multietnico mondo newyorchese (ideale isola felice), scende alla scoperta dei suoi lati più nascosti ed oscuri, esistenziali e sociali.

Dove sta andando quel flusso di persone, tra cui emergono facce, comportamenti,  individualità deboli e forti, ma tutte determinate alla ricerca della occasione, perché sono nella terra delle opportunità?

immagine per Most Beautiful Island
Most Beautiful Island

Un passaggio evanescente di ectoplasmi alieni da fantascienza si materializza in gruppi variopinti di individui-folla che vagano in cerca di fortuna’. Come la protagonista Luciana Alhambra, madrilena, che gira tra cancelli ed inferriate, con i suoi incubi personali (ha perduto un figlio bambino) e cerca soluzioni ai suoi problemi di vita quotidiana di emigrata clandestina. Una vita di sopravvivenza accettando “lavoretti di merda”.

Come molti registi stranieri, che hanno fatto la conoscenza con l’America vera, la Asensio evidenzia situazioni sociali e psicologiche molto negative di quella società opulenta. Con critiche profonde al sistema sanitario in cui si è pazienti solo se si ha una assicurazione o si paga caro tutto.

Si vive in case di convivenza con affitti arretrati di mesi. Si accettano lavori non solo precari ma saltuari di ore. Si ascoltano televisioni con programmi dementi e pieni di parolacce. Si fa il bagno con bacarozzi e blatte, si incontrano persone indottrinate, fanatiche o fuori di testa. E si scopre il potere illimitato dei soldi. 

Due leitmotiv sostengono tutto il film: la paura della perdita di dignità senza il riparo di un tetto per indigenza (diventare homeless), e la vendita del proprio corpo (di ovuli o con sesso a pagamento). E su tutto, appunto, il colore essenziale dei dollari per una tinta, un taxi, un gelato, un semplice leccalecca.

Ma è poi ancora vero, come spiega a Luciana una modella russa, che solo New York offra infinite occasioni e possibilità per tutti? E perché non si torna a casa…? Per vergogna? 

Il sillogismo che la regista Ana Asensio dedica alle opportunità che offre New York inizia dalla perdita di dignità come persona che si traveste da pollo per reclamizzarne la carne fritta, passando per la perdita del rispetto personale come babysitter nelle mani di bambini a dir poco sadici, fino al terrore di giochi morbosi al limite delle sofferenze umane.

Sono queste le opportunità – sembra suggerire la regista –  per le emigranti abusive che cercano lavoro e trovano l’inferno? Fame, medicine senza etichetta, droga, prostituzione e quanto altro. La terra dell’abbondanza è diventata la terra della carestia, che rende schiavi del denaro e dei vizi perversi di coloro che non tengono più conto dell’essere umano. 

Human being? Quante volte ne abbiamo sentito parlare! Un concetto ormai senza più tempo. Gli esseri umani come oggetto da scambiare per soldi e mettere in gabbia come animali, facendoli competere nelle arene.

E soprattutto le donne, di cui la regista ne fa un’ampia esemplificazione: nere, russe, asiatiche, latino americane, europee, sempre più umiliate, più sfruttate, più ridotte ad oggetti da esperimento, da vivisezione come insetti. Sotto un presidio maschile violento ed odioso.

Il traffico di organi o di sesso è solo la punta dell’iceberg di quello che avviene a clandestine che la grande mela con atrocità ingloba ed inghiotte come un mangiafuoco. “Eravamo tre modelle russe – dice una delle protagoniste – le altre due non le ho più viste, ahm, ahm, mangiate da questa città. Chissà dove sono finite.

E’ l’avvio verso quelle civiltà distopiche, in cui le banali competizioni televisive sono salite a livelli di battaglie di sopravvivenza senza scampo, in cui gli individui diventano pian piano ‘gladiatori’ per il piacere di un voyerismo ormai degradato da estetico-erotico a spettacolo di morte in diretta (vedi il cult giovanile della saga di Hunger Games).

Emblematico l’ordine, tra i traffici illeciti dei sotterranei di Chinatown, di cambiare abito, scarpe, abbandonare la propria borsa con gli effetti personali e prenderne una con lucchetto, senza saperne il contenuto. Che è il prodromo della perdita di ogni identificazione personale, denudare le persone per togliere ogni difesa, e poterle poi usare o renderle schiave alla mercé degli aguzzini. 

Impressiva la lunga scena dell’attesa di un evento sconosciuto, con solo inquadrature di facce che si trasformano in smorfie d’attesa, di paura e di rassegnazione, senza scampo, come in un gioco di roulette russa in cui è il caso e non più la volontà personale che gioca il ruolo centrale.

Dopo questa esperienza, si può leggere nel film che rispecchia la realtà, per molte delle vittime è il tempo dell’abbandono di ogni speranza di redenzione. Non si può tornare più indietro!

Una fantastica matura attrice Ana Asensio, brava nel trovare i partner ideali (in parte  con lei produttori) come Natasha Romanova, David Little, Nicholas Tucci, Larry Fessenden, Caprice Benedetti, ecc.) per raccontare una comunità femminile sotto pressione e sotto ricatto di bande di uomini corrotti. Un film distribuito dalla coraggiosa Exit Media, girato in 16 mm con spesso una agile macchina da presa a mano, ed oltre la storia, con una musica discreta ma di alto livello, piena di richiami classici e moderni di Jeffrey Alan Jones. 

Il film

Pino Moroni

Pino Moroni

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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