Nouvelle vague: senza toccare l’importanza e la validità di questo film, la domanda che ci si pone è:
“quanti conoscono e realizzano cosa ha cambiato questo movimento durante la lunga storia del cinema?” E ancora “quanto stimola una riflessione sul produrre film, fuori dagli schemi sempre più omologati del cinema d’oggi?”
Richard Linklater (un cinefilo d’essai; e Premio alla carriera alla Festa del Cinema di Roma) ha fatto un film originale su un altro film (A bout de souffle) di Jean Luc Godard e su un movimento geniale per improvvisazione e libertà creativa. Sarà visto e compreso da una platea che vuole solo disimpegno ed effetti speciali? Con i cambiamenti epocali in atto (“La fine della Storia”, come dice Fukuyama) quali settori dell’opinione pubblica lo potranno andare a vedere e lo apprezzeranno?

È sintomatico che all’epoca della fine anni ’50 (e non fine anni ’60, maggio francese, come ho già sentito dire) si potesse fare un film (come dice Godard nel film di oggi dentro un film di ieri) solo con una ragazza ed una pistola, quando ora soltanto i titoli di coda sono affollati di cast, addetti, effetti speciali e produzioni.
Allora, come dicevano i registi, critici dei Cahiers du Cinema, e frequentatori della Cinémathèque Francaise, si poteva fare film su qualsiasi cosa (non solo sulle grandi storie), girare ovunque con una macchina da ripresa leggera, usare ambienti piccoli e stretti e strade trafficate.
Prima di iniziare una analisi più approfondita del film Nouvelle Vague (una operazione di nostalgia del regista Linklater, di cinema sul cinema, in una delle sue migliori realizzazioni) occorre ricordare che il regista con l’aiuto del direttore della fotografia David Chambille, ha girato seguendo i codici e lo stile del tempo: in francese, in bianco e nero, fotografia luminosa e controluce, formato in 4:3, come girava l’operatore di Godard, Raoul Coutard, con una macchina da ripresa di guerra, che aveva già usato nel suo lavoro di inviato (una fotografia da guerriglia rivoluzionaria). Certo, ci sono anche gli effetti speciali per le ricostruzioni d’ambiente!
Linklater nel raccontare la genesi di Fino all’ultimo respiro ha descritto la Nouvelle Vague, solo ricordando con i nomi a schermo ed inquadrature centrali i suoi più importanti rappresentanti (altrimenti gli spettatori giovani non li avrebbero potuto nemmeno riconoscere).
Ma lo scopo più profondo di questo anomalo regista di Hollywood è sempre quello di far apprezzare un cinema pensato, libero, diretto ed intelligente, con una importanza e vitalità dei dialoghi mai ripetuti ma ispirati e di una pregnante immediatezza della messa in scena, per destabilizzare quanto possibile lo status quo, oggi decadente e senza idee.
Linklater ha realizzato un film come lo avrebbe voluto Godard, un film colto, pieno di aforismi e citazioni, con tanta libertà e leggerezza. Film metacinematografico in tutto e per tutto. Celebrazione di un cinema indipendente, sia di allora di Godard sia ora di Linklater.
C’è qualcosa di magico, di fantastico, di misterioso in questo film. A tratti sembra di vivere uno sdoppiamento tra realtà e sogno (che è poi lo scopo del cinema), senza capire più se si sta assistendo alle originali riprese del film del 1959 o a quelle che lo stesso Linklater ha girato nel 2025. E questa sensazione è la più bella, per un amante del cinema, che possa provenire da un racconto cinematografico. Allora ci accorgiamo che siamo veramente fatti della ‘sostanza’ di cui sono fatti i sogni, pur nella trama invisibile della nostra concreta esistenza. E Linklater questo lo conosce bene!
Siamo a Parigi nel 1959 alla redazione dei Cahiers du Cinéma, dove le migliori penne scrivono critiche su film che escono nelle sale. Jean Luc Godard a 29 anni ha realizzato solo corti, mai un lungometraggio. Mentre invece i suoi colleghi ed amici (Chabrol, Rivette, Rohmer e Truffaut) hanno già realizzato le loro opere, che non sono andate poi così male. Lo stesso Truffaut è a Cannes a presentare “I 400 colpi”, che prenderà la Palma d’oro.
Godard non è un grande sceneggiatore, ma più un pensatore, un filosofo, un realizzatore innovativo. Ha un rapporto conflittuale con il produttore George de Beauregard, che gli propone film il cui soggetto è di altri. Alla fine si accorda (pur di dirigere il suo primo film) sulla realizzazione di un progetto di Truffaut. Una storia di cronaca su un piccolo gangster in fuga per Parigi, ricercato dopo aver anche ucciso un poliziotto. Finalmente riuscirà a girare un film con le sue idee, in cui le regole non valgono se non si infrangono.
Ne è venuto fuori un film sincero, vero, nello spirito del tempo, con un affresco ben delineato del gruppo e della società circostante (Jean Cocteau, Juliette Greco, Jean Paul Melville, Robert Bresson, ecc.). Con una prima parte di preparazione fatta d’incontri con le maestranze e gli attori.
Un pugile, con le physique du role (Jean Paul Belmondo) ed una attrice americana dell’Iowa (Jean Seberg), che ha già girato Bonjour Tristesse, dal romanzo di Francois Sagan, diretto da Otto Preminger. Con tanti invisibili, come assistenti, segretarie di edizione, fotografi di scena, giornalisti dei media, montatori, stuntmen, ecc..
Poi 20 giorni di riprese, con tutte le follie di uno stravagante, lunatico intellettuale, senza fogli di lavorazione giornaliera, che gira quando si sente (non più di due riprese per scena). Si ferma a mezzogiorno per mangiare, si dà ammalato, gioca a flipper, siede ai bistrot per avere l’ispirazione creativa ed arrivare all’autenticità.
Senza regole, senza pianificazioni, senza curarsi della continuità, girando per strada senza comparse, senza stunt o in luoghi angusti come camere d’albergo. Pretende che l’attrice non reciti (abituata a ben altra disciplina) la quale malvolentieri si adegua ma vorrebbe andarsene. Si azzuffa con il produttore con la spocchia di un genio che pensa di cambiare il mondo (almeno quello cinematografico).
Sempre con gli occhiali scuri, la sigaretta in bocca, intriso della sua glacialità, dando ordini e contrordini ai tecnici della sua ridotta troupe, spaesati nel seguirlo nella sua follia, improvvisando inquadrature dai balconi dei palazzi od usando un carretto per la posta per nascondere la macchina da ripresa. Con lunghe camminate, continui siparietti nelle strade, tra le macchine, nei bar, nelle camere e nei bagni degli hotel.
Ed infine con il materiale girato, rivoluzionando anche il montaggio. Con un finale nella saletta di proiezione ironico ed autoironico: uno per volta ripetono tutti “ma che schifo!”. Un film che è entrato invece da sempre nella storia del cinema!
Molto bravi (per la grande pratica di recitazione del regista) Guillaume Marbeck nel ruolo di Godard, Zoey Deutch (Seberg), Aubry Dullin (Belmondo), Bruno Dreyfurst (Beauregard), Mattieu Penchinat (Coutard) e tutti gli altri protagonisti del movimento. Tutti attori, anche sconosciuti, che non hanno fatto i personaggi, ma ci hanno messo se stessi.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.











