Confidenza di Daniele Luchetti è un film che parte dall’assioma che se una coppia in confidenza si rivelasse il più nascosto dei segreti, il rapporto d’amore si trasformerebbe come contraltare in paura.
La dialettica del binomio amore-paura, scritto anche alla lavagna di un liceo di periferia dal professore di lettere Pietro Vella (Elio Germano), serve comunque a creare una suspence, destinata a durare tutta una vita tra un uomo ed una donna.
Ma quello che fa più riflettere in questo film molto complesso, pieno di sottotesti nascosti, sono le stratificazioni (da scoprire man mano) derivanti dalla nostra condizione umana, in cui sentimenti, emozioni, stati d’animo, conflittualità, patologie sociali, guidano le nostre vite. In una indagine corrosiva su quanto sappiamo diventare impostori impietosi nel nascondere con maschere mistificatorie il peggio di noi stessi.
Pietro Vella è un professore moderno, umano, con un metodo di insegnamento vicino ai suoi studenti di un ultimo anno di liceo, che lo stimano e lo amano molto. Il professore la chiama La pedagogia dell’affetto e ne fa una disciplina didattica vincente. Con una lettura più profonda il personaggio che sta interpretando non è quello che si vede ma quello che corrisponde alle sue nascoste aspirazioni. In fondo Vella soffre sempre di un disagio per non sentirsi all’altezza delle altre persone.
Del resto i rapporti che l’essere umano intrattiene con le persone più vicine di famiglia o quelle sociali sono sempre pieni di mistificazioni e manipolazioni. E le crisi di insicurezza ed i nostri conflitti interiori derivano dalle nostre rappresentazioni esterne di credibilità. Per cui Vella sa bene di ricevere più di quello che realmente dà e come lui stesso dice alla fine su tutti decide lui. Una lezione efficace di sana ipocrisia.
Teresa Quadraro (la incredibile newcomer Federica Rosellini) invece è una sua studentessa molto brava in matematica, che potrebbe fare carriera con le sue evidenti capacità. Ma dopo un anno dal diploma ha mollato l’Università e fa la cameriera in una trattoria di borgata. Il professore la va a trovare e, anche grazie alla stima ed all’amore che lei prova per lui, le ridà la fiducia che lei ha perduto. Ma lui è molto più ambizioso di lei, ed in fondo non fa altro che decidere in ogni senso per lei.
La stessa Teresa, che è allo stesso tempo attraente ed urticante e soprattutto intelligente aveva detto: l’amore fa schifo. Non è mai alla pari, è sempre sopraffazione. Ma l’amore è anche una trappola, ed entrambi ci sono caduti. Quando Teresa si laurea e la felicità per il professore si comincia ad identificare con una posizione sociale, il film diventa il racconto di una meschinità dalla quale si vuol fuggire (che poi costituisce la fuga dalla vera vita).
Purtroppo siamo quello che gli altri vogliono. Viviamo in funzione degli altri, vogliamo ritenerci migliori, abbiamo quasi il terrore della mediocrità. E Pietro lo sente in maniera particolare.
In un momento di crisi del rapporto Teresa spinge Pietro a raccontarsi a vicenda il segreto più nascosto, di cui potrebbero aver paura una volta rivelato. Teresa un giorno lascia Pietro, che faceva fatica a stare con lei in una società performativa, con la voglia di lasciare un segno, avere un consenso della società.
A dire la verità, l’approfondimento di questo racconto sentimentale giovanile è frutto di un lungo flashback. In realtà il tema principale del film è Pietro, ormai vecchio, che aspira, dopo la pubblicazione dei suoi innovativi metodi didattici ad essere insignito da parte del Presidente della Repubblica della medaglia ai benemeriti della scuola. A questo punto servirebbe la raccomandazione di Teresa ormai illustre affermata matematica al MIT di Boston. Come dire che saranno sempre in qualche modo legati.
La complessità del film di Luchetti, oltre al rapporto totalizzante ed ossessivo tra un professore ed una ex allieva, si allarga anche al successivo rapporto matrimoniale in cui il discorso confidenza-paura si trasforma in fiducia-tradimento.
Qui l’ipocrisia del maschio – e Germano è stupendo a calarsi in questa equivocità – raggiunge il suo apice nella vita imborghesita ed in ambienti altolocati (sottosegretari ed editori). La coscienza dell’inadeguatezza già trapelata nell’amore (Pietro non si è mai lasciato andare al desiderio, perché sempre all’erta per rumori di fondo del mondo) si allarga agli altri rapporti, con urla soffocate e paure del vuoto.
Pietro aveva sostituito il tratto determinante e l’intransigenza di Teresa con l’insicurezza della professoressa Nadia Labaro (Vittoria Puccini), una perdente, che voleva una famiglia borghese e viveva in funzione del marito. A questo punto però i rapporti di forza quando rimangono durevoli a senso unico sono opprimenti. Entrambi perderanno la stima l’uno dell’altro e tradiranno. Ed il disagio del non sentirsi all’altezza degli altri sarà ancora più evidente.
Il problema di chi non ha mai voluto tener conto delle svolte della sua vita, e continuare a vivere con una insicurezza di fondo, una fragilità costante (per Pietro pensare al suicidio, per Nadia avere oltre la sua routine da professoressa qualcosa di proibito).
Per Luchetti sotto la favola dell’amore e dei tradimenti corre una indagine psicosociale dell’umanità priva di qualità. Il tema centrale è quanto siamo impostori e come possiamo coprirlo (lo vediamo ogni giorno con la verità che attrae meno della menzogna, mentre le Fake News dilagano). I rapporti sono sempre meno trasparenti nel grande gioco delle parti.
Nel film i gesti, gli sguardi, i cambi di espressione non rivelano solo le paure di spazi angusti e vuoti, il buio e le vertigini, ma la deriva di un personaggio negativo che ha professato falsamente non la pedagogia dell’affetto (che non ha saputo mai dare) ma la pedagogia dell’angoscia.
Daniele Luchetti e Francesco Piccolo hanno adattato il romanzo Confidenza di Domenico Starnone, facendo affiorare molto del non detto nello stesso romanzo ed il film non è affatto consolatorio, ma pieno di tensione che la musica di Thom Yorke (Radiohead) sottolinea costantemente, e stimolante per gli spettatori, anche per quelli ai quali non è piaciuto.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.










