Le tre storie del film Father, Mother, Sister, Brother sono imprescindibili, come molte altre storie dello stesso autore-regista, Jim Jarmusch, dagli spazi naturali e dagli ambienti privati, riflessi significativi degli stati d’animo degli individui che li attraversano o abitano.
Tutti i protagonisti del film diventano parte essenziale, ripresi in primo piano in macchina o in casa, delle cornici di fondo di luoghi differenti, naturali o umanizzati, sempre funzionali al racconto. Fatto di silenzi, di pause, di tempi morti per evidenziare meglio il disagio, l’imbarazzo, la vacuità dei rapporti dentro l’indifferenza cosmica della natura e delle cose.
Sotto questa superficie sottile, in cui le conversazioni sembrano casuali, convenzionali, ripetute, prive di riflessioni e la recitazione è fatta di piccoli accenni, mosse lente e gesti controllati, si nascondono invece le profonde rivelazioni sugli ‘universali’ rapporti umani, nella fattispecie quelli familiari.
Per tre volte Jarmusch fa entrare nelle sue storie, skateboards veloci per le strade, ripresi poi in ‘ralenti’, simbologia di un film che si prende i suoi tempi, anche i più lenti, pur di approfondire quello che in passo normale non si vede, ma esiste come sospensione della realtà troppo veloce.
Come, dettagliando altri particolari importanti, per tre volte da parte dei vari protagonisti si pone il quesito effimero se si possa fare un brindisi con acqua di pozzo, tè inglese o caffe francese. Un nonsense formalistico, che va ben aldilà del ritrovarsi negli affetti, con tocchi di vetri o ceramica! Altra notazione essenziale è quella su un rolex, che compare in tutte le tre storie e si riduce poi a confutazioni su vero falso o falso vero. Quando la verità rimane sempre equivoca come i sentimenti.
Nel primo atto, in una macchina di lusso, un fratello Jeff (Adam Driver) ed una sorella Emily (Mayon Bialik) attraversano per strade boschive, semi innevate e deserte, il New Jersey, con casette malandate e laghetti struggenti. Stanno andando a trovare il padre (Tom Waits, coautore di colonne sonore dei film di Jarmusch), che dopo la morte della moglie si è relegato in questo altro deserto americano (le foreste abbandonate dell’East Coast, vista la grande importanza che hanno assunto le città ed i terreni della West Coast, n.d.r.)

I due non si frequentano molto e non si conoscono affatto. Comunicano solo sul piano formale cercando di non scoprirsi troppo. Emily sembra preoccupata che il padre abbia pochi mezzi per sopperire alle spese quotidiane, mentre Jeff sembra che lo aiuti segretamente. Ha infatti portato una cassetta di prodotti alimentari costosi (causa l’importazione selvaggia, l’inflazione e la perdita di potere di acquisto del dollaro, negli Stati Uniti è diventato tutto molto, molto caro, n.d.r.).
L’incontro è quanto di più formale, con complimenti reciproci sull’aspetto, sui vestiti, le macchine e gli arredi di una casa modesta e disordinata. Un vuoto assoluto di comunicazione, con scambi di sedute su una seggiola davanti ad una vetrata che affaccia su un laghetto, simile ad uno stagno di acqua morta.
In una tale sconfortevole situazione la visita non arriverà nemmeno ad una pasta e pomodoro. I figli ripartiranno mentre il padre farà presto a rimettere a posto il disordine in casa, vestirsi bene ed organizzare una cena con un’amica. Con i dollari lasciati da Jeff, il quale riflettendo dice ad Emily: “Ma papà è stato sempre un eccentrico”.
Da questo primo segmento si può dare atto a Jarmusch, nel dirigere magnificamente i suoi interpreti, che il focus del film viene fuori da elementi minimi, da piccoli dettagli. Jarmusch è sempre stato il cantore critico dell’ipocrisia e dell’indifferenza dell’individuo medio, che si nasconde dietro una patina di falsa solidarietà, senza dare nulla di umano agli altri, compresi i familiari più vicini.
Il regista ha narrato in tutta la sua carriera le emarginazioni che nascono dalla vanificazione, oggi ancora più evidente, del sogno americano. Tutto lo sfrenato individualismo proiettato ad un profitto personale (di qualsiasi tipo), senza cura dei rapporti interpersonali, si è trasformato ora in una solitudine sociale, in cui il massimo è la sopravvivenza. Il ‘Down by law’ (Dounbailò film del 1986) in cui Jarmusch credeva, come liberazione di sé stessi dalle limitazioni con cui si nasce e poi si impara dalla vita, sembra oggi cancellato.
Nel secondo atto due figlie in macchina lungo le strade deserte di una Dublino vecchia, con le casette di mattoni rossi a schiera o piccoli villini con scalinate esterne, si recano a trovare una volta l’anno la madre per prendere insieme il tè. Ma anche qui con tre vite completamente diverse, le tre donne non si capiscono e mantengono un rapporto formale, con sobbalzi di stile inglese o punk.
Una anziana madre elegante ed in forma, famosa scrittrice (Charlotte Rampling), ancora autoritaria e tradizionalista conduce la cerimonia del tè con pasticcini, quasi come un rito da preservare. Le due figlie, una Thimothea (Cate Blanchett) seriosa ed acculturata (è stata promossa nel Consiglio per la conservazione degli edifici storici di Dublino), l’altra Lilith (Vicki Krieps), capelli viola, fuori da ogni regola ed emozione, sboccata ed ignorante, libera sessualmente, si farà vanto di essere una crescente influencer.

Jarmush racconta il loro pomeriggio da tè all’inglese, in cui una vera comunicazione non ha luogo, con inquadrature dall’alto sul magnifico tavolo, pieno di arredamento prezioso, pasticcini e movimenti delle interpreti. Un silenzio imbarazzante, quasi assordante, sulle scale di casa nel loro commiato. Il regista Jarmusch annota solo, non giudica, non vuole criticare la tradizione o la vita libertaria senza ideali. C’è nei suoi protagonisti l’accettazione dei rapporti di convenzione in un lungo inverno dei sentimenti.
Nella terza parte la macchina con due gemelli sui 30 anni, di sangue misto, Skya (India Moore) e Billy (Luka Sabbat), rimasti orfani di due genitori molto particolari, morti in un incidente su un aereo personale nelle Azzorre, attraversa una Parigi affascinante (Montmartre e Pigalle con i suoi quartieri bohemiens). I gemelli si ritrovano per chiudere la casa dei genitori, dove hanno avuto una infanzia felice, e per immagazzinare tutti i mobili e le piccole cose preziose, piene di tanti ricordi.

In un appartamento vuoto lo riempiranno con la loro semplicità, affetto e calore umano, rendendolo, aiutati dalle fotografie e dalle loro memorie, ancora vivo di una vita in comune con i loro genitori. Due genitori strani, amanti ed amati (una cantante bianca ed un nero artista creativo), scoprendo anche documenti falsi (passaporti, certificati di nascita e di matrimonio, ecc.) ad indicare una vita originale e fuori dalle regole e convenzioni sociali. Sono questi i personaggi che Jarmusch ama di più da sempre. Ma sono ormai morti!
La colonna sonora è dello stesso Jarmusch, coautore insieme alla cantante Annika. Jarmusch è stato anche sodale per molto tempo con il compositore-cantante Tom Waits (nel film solo attore), considerato uno dei più grandi musicisti viventi, con cui ha spesso lavorato e fatto concerti, essendo anche lui un musicista famoso.

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.









