11:37. Allo Spazio Diamante sei personaggi incerti prima della rivoluzione.

Chi siamo? Perché in una attesa nervosa e spasmodica attendiamo che una rivoluzione, sempre rimandata, cambi sia noi che il mondo? Qual è il tarlo che corrode la nostra anima?
Allo Spazio Diamante, sotto l’esperta regia di Filippo Gili un gruppo composto da sei attori (quattro uomini e due donne) si interrogano, ognuno con la sua esperienza di vita personale, sulla politica, sulle regole e non regole, sulla determinazione ed il libero arbitrio, sul potere ottuso e la forza dirompente della rivoluzione, sulla voglia di maturare per non cambiare mai.

Mostrando come sempre i limiti dell’uomo e le costanti prove nei confronti delle grandi e piccole scelte sui problemi universali ed individuali. Prigionieri delle loro piccole beghe personali fatte di storie dolorose di fratelli uccisi, di ragazze amate e perdute, di segreti ignobili, di amori impossibili, di mancate realizzazioni di sé e tante paure di dire si o no a tutto.

Dove chi (Nalo) è capo o si atteggia tale, non sa prendere decisioni perché gli ordini vengono da poteri occulti tecnologici (un telefono), dove chi (Amber e Tropi), vivendo un rapporto ambiguo fatto di amore e rigetto non sa più esprimersi, dove chi (Rica) ha sofferto una grave mancanza e vive solo e sempre nella vedovanza, dove chi (Joner) ha commesso un delitto ed è oppresso dalla sua colpa, dove chi (Quwer) si è chiamato fuori dai problemi del mondo e fa fatica a rientrarci.

Questo avviene in una società distopica in cui per vincere le leggi crudeli della natura occorre a 18 anni saper correre i 100 metri in meno di 11 minuti e 37 secondi altrimenti si viene giustiziati. E chi combatte contro questa legge crudele ma accettata da tutti, in armi, in attesa di un irrealistico golpe, si piega poi ad una votazione il cui scopo sia solo quello di poter aumentare il numero dei minuti sopra i quali si viene eliminati fisicamente. Senza rendersi conto di quanto sia ridicolo fare gli eroi che vanno a mettere una bomba nel cervello tecnologico pulsante del potere, solo con lo scopo di guadagnare qualche secondo sulla propria fine. Non fisica ma mentale.

Forse su tutto riecheggia un grande nulla che sta invadendo le coscienze e dal quale bisogna sfuggire non appena si è in grado di capirlo. E muoversi più veloci, non andare lenti ma reagire, combattere per la propria vita. Nella loro spasmodica reazione contro la oppressione delle regole folli di una società ormai marcia (sembra di leggere Orwell in cui tutti sono spiati e tutti sono traditori o delatori), credendo di anelare ad alti ideali di libertà e di indipendenza personale i personaggi di questa pièce teatrale mostrano invece le piccole crepe delle loro personalità individuali, incapaci dei grandi compiti che sembrano loro assegnati.

Solo alla fine quando riusciranno ad uscire, ormai comandati e condannati, dallo stato di sospensione e di attesa prima della rivoluzione, usciranno dalla galleria delle loro piccole angosce ma come dice un protagonista “andando a combattere con la talpa nel taschino”. Potrebbe essere il significato di una  più cosciente maturità  sempre condizionata dalle questioni private che tutti portano rintanate dentro.

Una recitazione essenziale quanto basta per far scaturire dalla scena caratteri forti eppure incerti, tormentati ed equivoci, violenti e dolenti, in un dramma esistenziale, presente ogni momento, che crea la giusta tensione di uno spettacolo ‘moderno’.

Iniziando da Enrica Nizzi, immagine di una fissazione al dolore senza fine accompagnata da movimenti di fisicità ferina. Giovanni Bonacci un personaggio equivoco che armeggia con pistole e bombe e racconta verità inqualificabili sempre di sguincio, di trequarti o di schiena. Luca Di Capua troppo incerto ed in fuga da tutto (responsabilità e sentimenti) un essere senza troppo futuro. Ambra Quaranta forse l’unica persona normale e allineata, compagna-moglie, cuciniera-madre, maestra-tutrice. Pierpaolo De Mejo, un debolissimo sotto-capo tutta apparenza, travolto dagli eventi dal basso e dall’alto. Ed infine Matteo Quinzi forse il personaggio più articolato, solitario, intellettuale, nostalgico e quando determinato in errore.

  • La scrittura: Alberto Nucci Angeli, Giovanni Bonacci, Matteo Quinzi.
  • La regia: Filippi Gili. Aiuto regia: Giuditta Vasile.
  • Disegno Luci: Fabrizio Cicero.
  • Scenografia: Picaro Spazio Creativo.
  • Supporto produttivo: Fabio Romanelli.
Pino Moroni

Pino Moroni

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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