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La parola al Teatro #100. Chilometro 42. La maratona di Boston del 1967 simbolo dell’inclusione delle donne nello sport.

di Pino Moroni

Al Cometa Off uno spettacolo ideato e scritto da Giovanni Bonacci, diretto ed interpretato da Angela Ciaburri, con la musica dal vivo di Munendo (Armando Valletta).

Una prova fisica della protagonista con tempi serratissimi, in un rapporto ginnico con le parole (una impressionante fisicizzazione del testo), con continui scatti e moltiplicazione dei ruoli narrati con voci e posture.

immagine per Chilometro 42. La maratona di Boston del 1967 simbolo dell’inclusione delle donne nello sport.

La storia romanzata di Kathryn Virginia Switzer, prima donna al mondo a correre una maratona ufficiale (Boston 1967). Un testo prettamente performativo, creato non per essere letto, ma per essere raccontato con il corpo dell’attrice (‘agire le parole’ come ha detto lei stessa).

E non solo un monologo, ma una recitazione in dialogo e contrappunto con un ‘coro’ (il corifeo Munendo), costituito da musiche, parole, suoni, rumori, respiri ed altri richiami sonori alla vita ed ai media degli anni ’60, periodo di grandi cambiamenti, attraverso soprattutto la musica e lo sport. Ritrovando le basi della nascita del teatro antico.

La rappresentazione in due parti inizia con un urlo di rabbia di una teenager americana anni ’60. La adolescente Kathryn vive in una famiglia che l’ascolta, padre, madre, fratello (che la Ciaburri rappresenta in scena) mentre nel suo disagio femminile è alla ricerca di una identità, cercando dei modelli, in un contesto storico di crisi profonda di un paese intero.

Il percorso di Kathryn nella sua giovinezza, fino all’Università, è condizionato dalle convenzioni culturali che stabiliscono modelli rigidi (stereotipi) per la realizzazione di personalità maschili e femminili. Anche se alcuni cambiamenti sono in atto, sembra sempre che ‘tutto cambia per non cambiare niente’.

In quegli anni è considerato contro natura che una donna possa soltanto desiderare  di prendere parte ad uno sport considerato per vocazione maschile. Le ragazze infatti possono solo fare le cheerleader, vengono considerate fragili ed acculturate nel ruolo di donne di casa.

Kathryn che va e torna da scuola a piedi percorrendo circa un miglio sente una vocazione diversa. Quando avrà le sue scarpe rosse da corsa inizierà a curare la sua passione: correre. E malgrado continui a vivere male nel linguaggio, nei comportamenti di quel tipo di approccio ai ruoli imposti dalla società, non appena arriva all’Università (20 anni) si sente libera di svestirsi dei vecchi panni e di usare la sua volontà e forza per il raggiungimento dei suoi ideali.

Mentre si allena sulle cinque miglia in sempre minor tempo conosce il postino della scuola, Arnie Briggs, un uomo ormai maturo, che ha già partecipato a 15 maratone. L’attrice Ciaburri recita i dialoghi con quest’uomo, che in un primo momento non la incoraggia perché le ricorda che la Maratona di Boston, alla quale ormai vuole partecipare, è lunga 42 chilometri e non sono ammesse le donne. Poi quando lei gli chiede di metterla alla prova per i cinque mesi che mancano, le farà da allenatore e da mentore.

Sul palco di Chilometro 42 Munendo continua ad intervenire sottolineando le dinamiche drammaturgiche con colorazioni sonore emotive, sensoriali, attraverso le hit del periodo di riferimento (siamo a ridosso dei movimenti del ’68) in contrappunto al cambiamento di registro della vita della nuova donna maratoneta in cui si è trasformata Kathryn-Angela. Un cambiamento che è soprattutto presa di coscienza delle battaglie da fare per l’inclusione e la parità femminile.

immagine per Chilometro 42. La maratona di Boston del 1967 simbolo dell’inclusione delle donne nello sport.
Foto Piero Bonacci

Kathryn si iscrive alla corsa solo con le iniziali, senza indicare il sesso ed ottiene il pettorale 261. La corsa parte nella fredda mattinata di aprile del 1967 con la Ciaburri, nella sua identificazione, a correre e recitare contemporaneamente nel racconto emozionante della prima volta di una donna in una maratona importante di 42 chilometri.

Poi l’aggressione di un giudice di gara, Jock Semple, per toglierle il pettorale e farla uscire dalla corsa. Superato questo primo ostacolo, la fatica che si fa sentire, i cedimenti fisici, fino ad arrivare all’ultimo chilometro. Da allora la Switzer è diventata un’attivista ed un vessillo dei diritti delle donne nello sport.

Tutte le maratone del mondo apriranno alle donne e la Switzer vincerà nel 1974 la Maratona di New York. Parteciperà anche 50 anni dopo alla Maratona di Boston ed in suo onore il pettorale 261 verrà cancellato.

Ma non è l’arrivo alla Maratona di Boston e tanto meno la vittoria ad essere importante in questa pièce, quanto le riflessioni che lo spettatore condivide sullo stress, il dolore, gli sforzi, la determinazione, le lotte dell’universo femminile per avere pari dignità con i maschi privilegiati. Ci vuole molto coraggio per dire no a tante convenzioni radicate e poter liberamente scegliere cosa essere e decidere chi si vuol diventare. Allora come oggi.

Come Kathryn Switzer ha intrapreso la faticosa creazione di un proprio percorso di vita, così rappresentare una maratona è oggi simbolo di faticose partiture fisiche, simbolo di un superamento dei limiti umani ma anche una conquistata democrazia universale.

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Foto Piero Bonacci

Una rappresentazione difficile che attraverso una drammaturgia multiforme e significati che si interfacciano nel tempo è riuscita comunque a mantenere la sua organicità. Lo stesso buio e luce della scena sui tempi diversi di una vita (storia personale) rappresentano le ombre e le luci del processo di liberazione della donna da ottusi dogmi e cliché duri a morire (contesto storico).

L’alternanza di registri brillanti e drammatici tenuti su più piani narrativi, accompagnati dai tanti effetti sonori si trasformano, nei momenti cruciali, in un monologo basato esclusivamente su codici teatrali, legati tutti insieme in un montaggio quasi filmico.

immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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