In una Masterclass dinamica ed esauriente, alla Festa del Cinema di Roma, Rodrigo Sorogoyen ha raccontato in piena sincerità, le varie fasi della sua attività di sceneggiatore-regista, con dettagli inediti su un lavoro difficile e complesso, fatto di successi e delusioni, premi ambiti e flop cocenti.

Cominciando dal suo primo lavoro Stockholm (2013), mostrando una clip su un vecchio ascensore che scende e poi risale lungo una profonda scalinata, in cui una ragazza sta fuggendo, quale cerniera delle dinamiche di un incontro uomo-donna, diviso in due parti essenziali.
La prima parte è avvenuta il giorno prima con il corteggiamento ‘molesto’ del giovane, per conquistare la ragazza, culminato la notte in una camera da letto. La seconda il giorno dopo con il sequestro, la violenza e la sottomissione della vittima. Tutto il lungo piano sequenza, accompagnato da una musica operistica d’effetto, ha rafforzato la già presente tensione emotiva dello spettatore.
Sorogoyen ha detto che insieme alla sua fedele cosceneggiatrice Isabel Pena ha provato fastidio nello scrivere questa e molte altre scene (anche perché narravano un comportamento maschile molto diffuso), in cui seduzione, abuso, violenza e sottomissione portavano fino alla perdita di se stessi. Si tratta della cosiddetta Sindrome di Stoccolma, coniata dallo psichiatra Nils Bejrot, per un caso di rapina in Banca e sottomissione degli ostaggi sequestrati in Svezia.
Il regista ha ripreso il gioco delle dinamiche tra giovani già approfondito nella serie, da lui diretta, Dieci capodanni. Ed ha spiegato le sue strategie di cosa dire e non dire allo spettatore per continuare ad interessarlo per dieci puntate.
A proposito di come far immaginare cose che non si vedono allo spettatore, ha raccontato (mostrandoci una clip) il corto di 15 minuti Madre, in cui c’è sempre sullo schermo una donna, che riceve una telefonata dal figlio di sei anni, solo, in pericolo, sperduto su una spiaggia.
Un corto di grande effetto tensivo, arrivato alla candidatura all’Oscar. Da questa idea – ha poi raccontato – sempre insieme alla sceneggiatrice Isabel Pena, ha girato un lungometraggio (quasi un seguito) Madre (2019) in cui una donna, anni dopo, crede di aver ritrovato il figlio scomparso. Ma tutto basato su un amore in cui si può immaginare amore materno od anche amore sensuale tra una donna matura ed un giovinetto.
Un film di sentimenti, senza l’atmosfera thriller (oggi di moda) che è stato un grande insuccesso commerciale, come succede a tanti altri bei film.
Invece nel film As Bestas (il suo di maggior successo del 2022) in cui la tensione sale e diventa violenza che esplode, ha voluto rimarcare che per girare scene di scontri, lotte, violenze fisiche e soppressioni, occorre farle preparare da specialisti.
Certo per creare tensione – ha raccontato – è necessario aver molto lavorato con gli attori perché attraverso conversazioni, sguardi e movimenti si possa arrivare alla scena clou. Ha aggiunto un inedito: non tutti gli attori sono adatti per certe parti, ad esempio in As Bestas ha dovuto sostituire un attore, dopo due mesi di prove, perché non adatto, e la colpa ha riconosciuto è stata la sua.
Ha poi continuato a parlare del suo rapporto con gli attori. Un rapporto di fiducia, di adattamento, parlando molto con loro, scandagliando il loro personaggio, cambiandolo secondo le loro personalità, accettandoli anche per come sono, amandoli. La sceneggiatura in spagnolo si chiama Guia (Guida), per cui è necessario seguirla come seguire le indicazioni del regista, ma se l’attore improvvisa va bene, basta andare nella stessa direzione del copione.
Sorogoyen ci ha dato così una grande lezione di cinema, continuando poi con il racconto delle tematiche di El ser querido (Essere amato) e delle sue difficoltà di concezione e di lavorazione.
Il film nato per far recitare come protagonista Valeria Luengo (una grande attrice) è la storia del riavvicinamento tra un regista autoritario (Javier Bardem) e la figlia attrice, che l’uomo ha abbandonato anni prima.
“Certo un set è il posto peggiore per far riconciliare padre e figlia in due ruoli diversi come un regista ed un’attrice – ha ribadito Sorogoyen – e c’è una sovrapposizione del potere del padre e quello del regista”.
Ed infatti c’è una grande ambiguità in entrambi (ma più nella figlia) nel cercare tra loro tenerezza, ma poi rifiutare rapporti disuguali. E tutto questo si sente in un film magmatico, in cui tutto può succedere.
Le difficoltà sono nate anche dal fatto che c’è una storia nella storia che è quella del film che stanno girando i protagonisti (padre e figlia), Desierto (film storico sul rapporto coloniale tra Spagna e Sahara occidentale). Tematica che rafforza le tematiche universali della subordinazione di Stati ad altri, di persone ad altre, toccando valori di democrazia, di crescita e di libertà personale. Sorogoyen è un regista altamente esistenziale ma anche fortemente politico.
A questo punto il regista ha voluto parlare con affetto del gruppo di maestranze che conosce da sempre. E del suo rapporto particolare con Isabel Pena.
Dal momento in cui iniziano a parlare di un progetto, in un lungo processo creativo. Dando vita subito ad un mostro cui bisogna dare forma, per passare pian piano alla scaletta. Poi ognuno scrive una metà e si scambiano le parti con molte critiche.
El ser querido è stato molto laborioso, un film strano sulle convivenze su un set (come il cinema nel cinema come hanno già fatto altri registi), un film senza thriller, ma su uno scontro di sentimenti, come il plot di una commedia romantica.
Con la sua grande sincerità, Sorogoyen ha detto che, anche se girato alle Canarie (Sahara) le riprese sono state molto faticose e complicate (con un film all’interno di un film) e due ambientazioni ogni volta diverse. Anche se il film storico sottostante è tutt’oggi molto ‘presente’. – Ha aggiunto -.
I suoi personaggi sono autentici, la firma del suo cinema è la verità: il regista del film da girare (Javier Bardem), al di là del suo ego, riesce ad esercitare anche il mestiere di padre, la figlia che ha bisogno di indicazioni, trova, oltre gli ordini, anche il conforto di un nuovo rapporto con il padre.
Questo vuol dire cercare nei rapporti umani, malgrado quasi ostili, un poco di positivo. Sono le contraddizioni umane! E Sorogoyen, con i suoi famosi piani sequenza, ci porta dentro un’Umanità che vorrebbe far pace, vorrebbe la pace.
Alla domanda se avesse visto Sentimental value, quesito posto più generalmente da un pubblico critico rispetto al fatto che l’argomento padre e figlia sul set fosser stato già trattato proprio in quel film (che invece è tutta un’altra cosa, n.d.r.), il nostro regista ha risposto di aver detto la prima volta che quel film avrebbe avuto successo (Oscar internazionale); ma poi ha sinceramente aggiunto:
“credo però sia meglio il mio”.
Anche senza premi. Aggiungendo quindi che, comunque:
“ogni film ha una sua vita ed un suo valore”.
Bravo Rodrigo!
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.








