Possible Love di Lee Chang-dong è l’ultimo film coreano, in ordine di tempo, a prendere Premi Internazionali (all’ultimo Festival di Venezia il Leone d’Argento Gran Premio della Giuria ed il Premio Fipresci dei critici cinematografici). Abbiamo a che fare con una cultura che sta conquistando il mondo in tutte le arti, e sembra riduttivo parlare di K-Culture o Cultura Pop coreana in senso lato.
Qui si parla solo del mondo cinematografico che in pochi anni ha avuto un boom eccezionale, vincendo tutti i più prestigiosi Premi internazionali, dai quattro Oscar di Parasite di Bong Joon-ho, ai Leoni d’Oro e d’Argento a Venezia di Kim Ki-duk (es. Primavera, estate, autunno, inverno ed ancora primavera), alla Palma della giuria a Cannes e Migliore regia di Park Chan-wook (es. No other choice), all’Orso d’Argento a Berlino ed il Pardo d’Oro a Locarno di Hong Sang-soo (es. Una viaggiatrice a Seoul).

In questo contesto Lee Chang-dong non è certo l’ultimo arrivato, ma la sua carriera è molto più universale di tutti gli altri.
Nato nel 1954, ha vissuto in una famiglia con difficoltà economiche, ma è riuscito comunque a laurearsi in Letteratura coreana, ha fatto l’insegnante di scuola, una intensa attività teatrale ed è diventato uno scrittore di spicco, anche fuori del suo paese, fra gli anni ‘80/’90.
Nel suo pensiero integro e radicale, Lee disdegna il Cinema fino ai 40 anni, poi nel 1993, per effetto dei cambiamenti istituzionali e politici (fine del periodo dittatoriale ma anche fine dei conglomerati industriali statali, tipo le nostre Partecipazioni Statali), sente l’esigenza di parlare sulle massicce perdite di lavoro, sulle nuove disuguaglianze sociali, sui traumi sociali e l’innocenza perduta della società della ricostruzione.
Come assistente ed aiuto regista inizia, con una volontà da “sergente di ferro” (come si qualifica lui stesso), a frequentare i set cinematografici dei grandi vecchi registi.
Con le sue esperienze letterarie co-sceneggia vari film passando poi alla regia ed arriva a prendere nel 2002 il Premio speciale per la regia al Festival di Venezia con il film Oasis. Allo stesso tempo ricopre, quale uomo di elevata sapienza e conoscenza, l’incarico di Ministro della Cultura e del Turismo della Corea (2003-2004).
Per effetto del suo pensiero tradizionale ma anche multiculturale e soprattutto per i suoi studi letterari antropologici, riesce a realizzare film importanti come Peppermint Candy, Poetry e Burning – L’amore brucia, che pur essendo storie coreane, arrivano alla comprensione ed all’apprezzamento (con Premi importanti) del mondo occidentale.
In ogni suo film è evidente un policulturalismo globalizzato, in cui sono rimarcate tante tradizioni come “Le usanze di rispetto”, cioè a dire le forme di educazione, di signorilità, di convenzione e convenienze sociali, ed allo stesso tempo si introducono concetti economici finanziari e tecnologici, che fanno parte altresì della nostra vita quotidiana.
Il film Possible Love (candidato per la Corea al Premio Oscar 2027) è così stratificato da dover iniziare da un fatto storico come il licenziamento “per ristrutturazione” (per vendere meglio la fabbrica SsangYong Motor Company ad una multinazionale americana) che portò alla sua occupazione con tende e famiglie, terminata dopo 77 giorni, con l’arrivo della polizia, le successive violenze con incarcerazioni, vari processi penali e la morte od il suicidio di vari operai e loro familiari (2009).
Il regista Lee Chang-dong voleva raccontare questa vicenda con un documentario, ma per paura di non usare rispetto per le persone ed autenticità per i fatti ha preferito sceneggiare una fiction con la storia di due famiglie, una ricca aristocratica ed una povera proletaria.
Uomo di principi, vorrebbe che tutti i registi usassero un grande pudore nel trattare la sensibilità, la depressione ed il dolore di coloro che perdono anche le più profonde speranze di redenzione e di vita. In Corea il numero di coloro che si tolgono la vita è in continuo aumento e non si possono alimentare anche con il Cinema.

La storia del film è molto semplice: due coniugi, con figlio di 10 anni, l’uomo Ho-seok (Sol Kyung-gu), operaio licenziato dopo uno sciopero, ricoverato in ospedale per le percosse e poi in carcere, dove vive depresso ed alcolizzato, e la moglie Mi-ok (Jeon Do-yeon), che lavora duramente in una piccola fabbrica, con vane pretese per una vita migliore e più serena, incontrano una coppia (con cane), in cui la donna Ye-ji (Cho Yeo-jeong), come documentarista vorrebbe riprendere una famiglia che ha vissuto le vicende della fabbrica. Suo marito Sang-woo (Jo in-sung) è invece un facoltoso imprenditore, di antica famiglia agiata, che tratta proprio progetti di “ristrutturazione”, con risvolti finanziari (vendite multinazionali) e tecnologiche (applicazione dell’IA alle catene di lavorazione).
Il regista Lee Chang-dong ha detto di essersi ispirato ad uno dei capitoli del Decalogo di Kieslowski (riferito ai dieci comandamenti) cioè a Non desiderare la roba d’altri. Ma anche conoscendo bene Kieslowski, difficile dire quali siano le idee che avvicinano i due registi, i due film. E in quanto a desiderare la roba d’altri, il film coreano dovrebbe essere chiamato No possible Love, tanto sono lontane le quattro persone ed i loro beni.
Le due coppie cominceranno a frequentarsi, andando a cena insieme ed anche in vacanza nella villa sull’oceano del ricco imprenditore Sang-woo, con una foresta creata dai suoi avi ed una spiaggia personale esclusiva.
A questo punto ci sono notazioni continue sui caratteri ed i comportamenti di ognuno dei protagonisti, che formano il puzzle di persone individuali ma diverse, messe in comunità. La critica sociale vira verso l’esistenziale, in cui emergono i peccati dell’uomo: indifferenza e codardia, ipocrisia e disgusto, altruismo e odio, invidia ed adescamento fino ad una finale aggressività differente per ognuno dei due uomini.
Lee non perdona nessun essere umano, ma ne evidenzia i tanti difetti da cui è formato, in un film di quasi tre ore.
Lo spettatore rimane lì a guardare come siamo fatti male, magari sperando nell’amore del titolo, ma apprezza la verità che, attraverso un profondo studio antropologico, il regista riesce a dire. In questo modo, crea una continua, intensa tensione emotiva. Accompagna il tutto una recitazione eccezionale (merito suo e dei suoi interpreti).
Così il passaggio obbligato della storia è focalizzato sulle attrazioni, empatie, curiosità e rigetti che avvengono tra i quattro personaggi, con approfondimenti psicologici sulle loro strategie comportamentali: cominciando dal lavoro, in cui la famiglia più ricca vuole sempre assaporare (come avviene) il successo, mentre la più povera è continuamente umiliata e distrutta, oppressa e licenziata (come è avvenuto).
Discorso importante è la sensazione di identità, che si sente forte per la documentarista, la quale con l’appoggio del marito, può fare quello che vuole ed appagare la sua ambizione, mentre il marito viene paragonato a Steve Job, non solo per il suo sapere e la bellezza, ma anche perché anche lui riesce a comprendere e risolvere ogni problema; la povera Mi-ok, invece, sensibile alla natura (vento, mare, bosco) ed ai sentimenti, con la sua curiosità civettuola, rischia le avances dell’uomo arrivato, comunque difendendosi bene dal predatore ricco.
Eccezionali sono i significativi flashback o ricordi narrati sui trascorsi dei personaggi, che approfondiscono i loro caratteri. I conflitti e le stratificazioni sociali lasciano completamente il passo a profonde riflessioni sulle personalità dei singoli, come individui pensanti, nelle loro esperienze adolescenziali e nel loro presente.
Emblematiche sono le conquiste degli uomini. Il povero palestrato Ho-seok (18 anni) aveva conquistato la giovanissima Mi-ok (16 anni) in una notte in campagna, con il regalo di una mela, che l’aveva fatta sentire felice.
Il giovane rampante, Sang-woo, ricco e bello alla ricerca di ragazze nell’Università degli Stati Uniti, era stato adocchiato ed irretito dall’ambiziosa artista impegnata, Ye-ji.
L’aristocratico Sang-woo, che fa affari multimilionari ed acconsente che la moglie cerchi soddisfazioni nel suo lavoro (finanziato dal marito) non può far a meno di dire: “Mi sembra che stai andando molto bene. Il tuo approccio con queste persone (di diverso rango sociale) è degno del miglior metodo di recitazione”(Stanislawski).
Mentre Ye-ji, un po’ irritata (ma intrisa di un suo interesse predatorio) risponde: “Sto cercando di affezionarmi, di voler bene a queste persone. Sono una documentarista.” Una salvifica giustificazione.
A questo punto il regista Lee ci dice inoltre (proprio per la sua esperienza come documentarista) che lo squilibrio economico nel rapporto tra le due famiglie e tra le singole persone lascia il posto alla macchina da ripresa, che nelle mani dei signori è usata come arma per scoprire e gestire i più poveri; il significato è rafforzato dal fatto che la casa al mare ha le telecamere di sorveglianza, con un potere in più su qualsiasi ospite.
Qui il discorso diventa quello personale del regista con la macchina da ripresa in spalla: una persona che osserva ed una che è osservata sono diverse.
Diventa evidente in una società in cui il potere è in possesso dei ricchi, i quali osservano con ogni mezzo tecnologico i poveri, li fanno anche parlare di quello che stanno subendo, ma potendoli punire in ogni momento, se non si adeguano a quello che le classi dominanti decidono, anche con evidenti errori di giudizio.

Spoiler
Un grande finale per un grande film ed un messaggio chiarissimo: la stessa luna che le due donne vedono risplendere nel solo cielo della terra, sono in realtà due lune, a seconda di chi la guarda. La prima è l’immagine virtuale fatta da Ye-ji con un cellulare, la seconda è vista ad occhio nudo dalla donna ancora terrena, Ho-seok.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.










