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#RoFF18. Anatomia di una caduta. La coppia scoppia

Anatomia di una caduta è un film che, sotto la veste di una indagine sulla scena di un incidente/crimine e di un complicato dramma giudiziario, narra invece la disintegrazione di un difficile e continuato rapporto di ‘due singoli’ pensatori e scrittori (lei più di successo, lui in crisi di realizzazione).

Due singoli che non mancano di farsi male cinicamente, arrivando a male parole, a sotterfugi, a dispetti, a contatti fisici e forse anche a piccole spinte psicologiche a farla finita con il rapporto e/o con la vita stessa. Nel mio praticantato degli anni ‘70 mi sono trovato a sentirle queste storie di coniugi in procinto di separazione.

Ora dopo tanti anni, finalmente la regista Justine Triet, con questo film vincitore a Cannes, cosceneggiato con il compagno attore e regista Arthur Harari, ne ha composto una summa, mettendo insieme tutte le manipolazioni, i ricatti personali, i fallimenti, le ripicche ed i pensieri di morte che una coppia scoppiata può mettere in atto.

Con un figlio ipovedente Daniel (Milo Machado Graner), con un cane accompagnatore, Snoop (Premio Canino a Cannes), tenuto sempre all’oscuro di tutto. Forse manipolato anche lui, come si manipolano tra loro entrambi. Purtroppo ho visto la smorfia degli spettatori ed accreditati alla fine del film che credevano di vedere un thriller d’azione, spettacolo d’evasione che piace tanto, ed invece si sono trovati a digerire un puntiglioso affresco sull’anatomia di rapporti umani ridotti ormai a pezzi nell’imperante vuoto individualistico, che tutti esercitano in proprio, ma che nessuno riesce a realizzare essere il peggior male collettivo.

Un individualismo, reso però doppio da simulazioni e dissimulazioni al limite di una patologia da mitomania autobiografica (fotografare e registrare tutto per ricavarne idee per poter scrivere romanzi di fantasia). La domanda allora è che anche la letteratura non sta rivelandosi più affidabile?

La storia del film è semplice, il corpo di un uomo, Samuel (Samuel Theis) viene trovato sulla neve, forse caduto (suicidio?)  o colpito e spinto dall’abbaino di una baita di montagna delle Alpi francesi. La sospettata diventa ben presto solo la moglie tedesca Sandra (Sandra Huller).

Le indagini, le ricostruzioni, i sopralluoghi non provano molto. Dopo un anno si apre il processo. E qui attraverso registrazioni di Samuel, spesso acconsentite dalla moglie, ricordi della moglie stessa, testimonianze psichiatriche, particolari raccontati dal figlio e spiegazioni investigative, il processo va avanti, oltre ai brillanti e non convenzionali interventi del Procuratore dello Stato (Antoine Reinartz) e le obiezioni più canoniche della difesa (Swann Artaud).

Ma ciò che si rivela impietosamente alla opinione pubblica sono in particolare tutti i vizi di una coppia fallita, a cominciare da come sia arrivata a vivere in quel posto fuori dal mondo, ai debiti accumulati per una depressione di Samuel, preso da sensi di colpa per la semicecità del figlio e per il fallimento come scrittore, all’alcoolismo ed ai tradimenti della moglie, alle accuse reciproche di pensare troppo a sé stessi e non fare nulla per le cose comuni, la famiglia e la casa.

La rivelazione pubblica di zone oscure od opache dell’intimità di una coppia impietosamente ‘sputtanate’ al mondo intero, in una vivisezione della sua falsa vita di relazione.

Un altro segno della continua duplicità della verità e della ambivalenza che sostiene il film è la fotografia (Simon Beaufils) che usa spesso lo swing della macchina da destra a sinistra passando da un lato all’opposto, con un montaggio (Laurent Senechal), che assecondano l’idea della regista di cambiare spesso il punto di vista (compreso quello del cane Snoop, spesso scodinzolante in giro) e di ascolto.

A proposito di questo dettaglio, fondamentale per l’elemento continuo di ambiguità, la lingua parlata dalla protagonista (una tedesca che sa bene il francese ma parla comunemente l’inglese), è il tassello più importante della complessa recitazione, da gran premio, dell’attrice Sandra Huller. Una protagonista, tra le poche (esempio Tar di Kate Blanchett), che recita un ruolo di donna forte, indipendente, intelligente, bisessuale, senza umiltà e fiera in un paese straniero, cioè tutto quello che può danneggiarla nel giudizio della giuria e del pubblico.

Duplicità in numerose sfaccettature dei fatti e dei personaggi, da leggere sempre davanti e dietro, da una parte e dall’altra, dove nulla è sicuro come la ragione ed il torto, il colpevole e l’innocente, il buono ed il cattivo. Un film magnifico proprio per questo!

L’intelligenza della regista Triet, è quella che alla fine il caso non è per niente risolto (come succede invece nei cliché delle Serie dei vari Commissari), il delitto, o quello che è stato, non ha nessun castigo o contrappasso, l’avvocato della difesa (che è sempre il più furbo o trova l’ultima prova), malgrado si sia banalmente bruciata la sua arringa finale e, a suo dire, non abbia mai vinto una causa, questa volta ce la fa.

Non certo per merito suo ma perché il ragazzo ipovedente Daniel, dopo tutto quello che ha dovuto e voluto sentire al processo sulle relazioni pericolose dei suoi cari genitori, chiede di dire la sua, sorprendendo con le sue sensate parole perfino la giudice, che chiude il processo.

In parole povere, il ragazzo, tra le disquisizioni dell’accusa e della difesa, teorizzazioni degli esperti, letture di brani autobiografici dei genitori (con il virtuale usato a sproposito come reale) dice in faccia alla giudice che il sistema giudiziario indaga troppo il come e non cerca invece il perché di situazioni che possono finire in tragedia come la sua, dimostrando di essere l’unico ad aver approfondito i fatti reali.

SPOILER – La giuria lascerà libera la madre non perché è innocente ma perché il ragazzo ha evitato di giudicarla, come invece fanno tutti, ed ha preso questa decisione tra le due che aveva, che (come gli aveva suggerito l’assistente sociale del tribunale addetta alla sua sicurezza) era quella di riavere la madre a casa.

immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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