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Lo straniero di François Ozon. La dolce indifferenza del mondo.

di Pino Moroni

Lo straniero di Marcel Camus ha trovato con il regista François Ozon una nuova riduzione cinematografica.

Lo straniero è stato sempre considerato inadattabile, letteratura da non poter tradurre in immagini, da non poter nemmeno raccontare nella trama, ma solo da leggere per scoprire i suoi significati universali. Un libro che non vuole insegnare niente, ma apre ad un altro mondo, che cambia la vita in peggio, perché ne fa vedere l’assurdità.

E forse non è un caso l’abbia adattato proprio François Ozon, che ha sempre dimostrato di amare nella sua cinematografia i testi che si prestano ad un doppio livello di lettura. Tutto ciò che è detto esplicitamente attraverso le immagini ed i dialoghi e quello che resta inespresso ma è ben nascosto sotto la superficie.

La prima cosa che si nota è quell’esercizio di stile, da sempre cifra di Ozon.

Il film si svolge ad Algeri dove vive un impiegato Meursault (Benjamen Voisin), giovane uomo francese, straniero non solo in Algeria ma anche straniero alla propria vita ed alla assurdità del suo tempo-ambiente. Questo concetto viene da un libro od autore (Camus) che racconta per la prima volta una cosa basilare, ma anche ultratemporale, come la mancanza di significato della vita. Non sono né l’uomo né il mondo assurdi ma è l’incontro tra l’uomo ed il mondo che creano l’assurdo. Il protagonista nella sua solitudine è estraneo al mondo, in quanto il mondo è anche più indifferente nei confronti degli esseri umani.

C’è una introduzione documentaristica per far riconoscere lo skyline del centro elegante di Algeri negli anni ’30, fatto ad imitazione di Parigi, con commento giornalistico fuori scena; ma poi tutto il film è estetizzante, con un bianco e nero calligrafico, una ricerca estetica a volte anche raffinata ed austera del direttore della fotografia Manuel Dacosse (che ha seguito i dettami del regista anche sceneggiatore e produttore) attraverso la città, ma più ancora nella natura, fatta di paesaggi africani che scorrono via, di deserti, mare, sole e cielo, pieni di fulminanti riflessi.

C’è un effetto fotogenico delle spiagge con l’onda e la sabbia sciabordanti, su cui i protagonisti camminano o si riposano e la trasparenza dell’acqua, ripresa anche dai fondali mentre nuotano a pelo d’acqua.

Altro elemento estetizzante è far parlare i corpi degli interpreti, attraverso una loro erotizzazione, nel silenzio delle calde camere da letto, con le bianche tende sfiorate dal vento, nella calura africana o su salvagenti rullanti sul mare. Tutta la scenografia, perfino la luce bianca e fredda dell’obitorio o il buio di una prigione sotterranea ricordano solo una realtà geometrica fatta di luci raffinate ed ombre vellutate. Immagini!

In questo contesto di scelte stilistiche ambientali retrodatate anni ’30, e poi nella raffinatezza delle scene sui primi piani della faccia o del corpo freddi del protagonista e dei ripetuti loro riflessi, va letta la profondità dei contenuti, le ombre che sono nascoste nel mondo e nell’uomo da sempre, dietro la bellezza che copre tutte le verità.

Indifferenza esistenziale, distacco emotivo e relazionale, noia o più spesso impenetrabilità su cui vuol basare la sua esistenza il protagonista: o più a fondo, nel voler credere nella insensatezza della vita e delle cose del mondo. Questo nichilismo diventa la contezza del vuoto che sta prendendo le nuove generazioni, senza più un passato di sostegno, in un presente confuso, indifferente ai grandi sconvolgimenti, sempre più invivibile.

Qui si innesta la differenza tra una società fine anni ’30, in cui è ambientato il libro, ed il presente. Una società (siamo in una colonia oltremare) per forza maggiore soggetta a tradizioni, usi e costumi, leggi e religioni che regolano convenzioni sociali necessarie sia per gli occupanti che per gli occupati. La necessità di far rientrare tutto nella norma e nella sensibilità corrente, è imperativa. La si vedrà in un processo in cui la condanna non è per il delitto del protagonista (“ho ucciso un arabo”) ma per la sua insensibilità “sentimentale” (la morte della madre, i rapporti con una ragazza, con i vicini, con gli amici, ecc.).

Meursault ama la sua “libertà di pensiero, pericolosa e dura da vivere quanto esaltante” (come ha citato Camus nel suo discorso al Nobel del 1957), contrapposta alle richieste ed esigenze di tutti, che lo vorrebbero piegare alle convenzioni prevalenti.

SPOILER – Quando vorrà e potrà parlare perché tutto è ormai chiaro e definitivo (prima che si commetta un’ingiustizia con la sua morte) ci sarà l’assalto più duro al suo libero modello sociale, quello dell’ottusità religiosa, e solo allora si vedrà l’unica azione-reazione drammatica di un uomo non omologato ma realmente vero e sincero.

Ed è qui che si rivela la attualità del film di Ozon. L’indifferente Meursault arriva a capire che ha ragione perché finalmente si sente simile a “la dolce indifferenza del mondo”. La stessa indifferenza che viviamo nel nostro tempo fatto di guerra, in una estraneità galoppante a tutto quello che succede, senza più alcuna pietas.

Un muro difensivo che tutti stiamo formando, senza più etica, in una dimensione di grave ambiguità. Con i giovani sempre più avanti, alla ricerca di qualcosa di ancora più inconsistente come il virtuale, il metaverso o il nulla universale.

L’approccio passivo di Meursault si identifica oggi con le azioni istintive che usiamo, non più nei confronti delle vecchie convenzioni sociali, ma delle informazioni manipolate giornaliere. Mentre ne Lo straniero le pulsioni esistenziali dell’es si scontravano con gli imperativi sociali del super-io, oggi l’io è completamente in balia della confusione sul suo ruolo esistenziale e sociale. Se Meursault poteva essere tacciato di expatia, ora stiamo correndo come essere umani verso la misantropia, attraverso l’assuefazione a tutto quello che sta per distruggere l’Umanità.

immagine per Lo straniero di François Ozon. 2025
Lo straniero di François Ozon. 2025

immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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