Le Città Invisibili di Italo Calvino. Quando l’immaginario diventa narrazione

C’è un uomo alto, poderoso, potente sulla scena, una sala del trono con tutti i simboli e gli emblemi della propria autorità:  Kublai Kan, l’imperatore dello sterminato territorio che nel XIII secolo comprende buona parte dell’oriente è ormai un uomo vecchio al quale, dopo tante battaglie e conquiste, non resta che passeggiare da solo nel giardino delle magnolie del suo palazzo, crucciandosi perché non può appagarsi delle sue conquiste, poiché nessuno dei suoi ambasciatori, messi o  governatori riesce a fargli conoscere davvero queste terre che non può vedere con i suoi occhi e che, per la molteplicità delle loro forme e delle abitudini degli abitanti, non può nemmeno immaginare.

Le Città Invisibili

Poi finalmente – egli narra – è arrivato alla sua reggia Marco Polo, il giovane mercante veneziano pieno di fantasia e di spirito d’avventura che, pur senza sapere la lingua del Levante gli ha raccontato storie di città straordinarie incluse nel suo regno, esprimendosi con un linguaggio gestuale e mostrandogli gli oggetti caratteristici provenienti dai paesi attraversati.
E questi racconti hanno finalmente avuto il potere di far vedere al Kan una realtà; e dunque, seppur solo attraverso emblemi, la conoscenza ha preso vita.

Le Città Invisibili di Italo Calvino nasce su questo pensiero portante e procede fra narrazioni di città sorprendenti e ritorni alla realtà che indaga l’essenza filosofica dell’umanità.
La lingua di Calvino spazia, attraverso i meccanismi della sua scrittura, in un mondo delle molteplici significanze ed iracconti delle Città dai nomi antichi di donna, quali Tamara, Diomira, Eufemia, Despina o Leonia, offrono al lettore infinite possibilità di lettura.

Le Città Invisibili andato in scena al Teatro Biblioteca del Quarticciolo, che ha messo in scena 13 delle 55 città immaginate da Calvino, offre a sua volta, la visione di alcuni degli immaginari che concedono agli esseri umani le infinite possibilità di costruire, scomporre, crescere, limitare, scoprire, tralasciare come in una tela perennemente tessuta e poi disfatta: la vita.

Alessandro Vantini, nelle vesti del Kan, esprime il suo senso di vuoto con una fisicità, composta di pose ieratiche, di debolezze improvvise, di ambiguità, dubbi e comandi come possono essere quelli di un uomo ormai disincantato, di un vecchio imperatore ormai prigioniero come un re in un giuoco di scacchi. Quello per cui ha combattuto lo lascia vuoto e lo allontana sempre di più dalla vera conoscenza e dal sapere profondo. Ma al contempo si entusiasma e si arricchisce del rapporto che nasce con il mercante veneziano giramondo, pronto all’avventura.

Marco Polo è interpretato da tre attrici (Alessandra Aulicino, Brunella Petrini e Anna Maria Spalloni): una triplicazione che offre un effetto scenico rafforzativo delle atmosfere già create con gli oggetti di mondi vari  tra i quali queste si muovono (sacchi di juta, ceste di vimini, paioli di rame, teiere di metallo, stuoie antiche…) e con l’evocazione di usi, costumi, odori e sapori d’oriente.
Il regista Ivan Vincenzo Cozzi, nell’era dei monologhi, è riuscito ad ancorare la onirica, astrale, complessa descrizione delle città calviniane, non catalogabili nel tempo e nello spazio (città contrassegnate dai segni e dalla memoria, dal cielo e dagli scambi, dal desiderio e dagli occhi, città dei morti e future), alla recitazione intensa, vivace e diversificata di tre attrici personaggio unico, contrappuntate dai dialoghi strategici con Kublai Kan.

Perché tre donne? Perché le donne hanno sempre viaggiato e diffuso la conoscenza: usi, costumi, tradizioni, ritualità, insieme ai beni e ai prodotti delle loro terre e tribù, così come sempre hanno fatto anche i mercanti.
Sono tre donne diverse, di tre differenti età, indossano abiti insoliti, perché hanno compiuto innumerevoli viaggi e, di ciascuno dei luoghi da dove sono passate, riportano segnali e ricordi e proprio per la grazia di queste culture acquisite, hanno la capacità di innovazione, fantasia, iniziativa e lungimiranza. La stessa che alimenta Marco Polo.
I loro movimenti, le loro azioni, il loro mettere in comune gesti e parole fino a diventare la sfaccettatura di un unico personaggio richiama ritualità antiche: sapienza del lavoro, danze,canzoni, nenie,  leggerezza, arcaiche spiritualità, magia.

Lo spettacolo, nella sua completa fedeltà al testo calviniano, ha l’intento di far confrontare la letteratura con il teatro senza l’intermediazione di un’adattamento che metta il testo al servizio della scena. Qui è la scrittura di Calvino a dettare il percorso e la scrittura ha un ritmo diverso da quello che si ascolta sulle scene, un ritmo che  scopriamo nuovo e ci rivela come, attraverso una drammaturgia fatta di movimenti e ascolto, come sia possibile la rappresentazione della realtà e dell’utopia, del sogno e dell’immaginazione.

Le musiche rievocative e suggestive di Tito Rinesi (cori classici ed armonie contemporanee, richiami dei muezzin e canti di monaci tibetani) introducono e sostengono i racconti sulle città invisibili ed i dialoghi tra Marco Polo e Kublai Khan. Gli ambienti immaginati attraverso gli elementi scenografici di Cristiano  Cascelli, i costumi e gli oggetti ideati e preparati da Marco Berrettoni Carrara  portano lo spettatore in viaggio per città senza tempo: dalle palafitte ai grattacieli, dalle città che vengono continuamente ricostruite a quelle sempre in festa, da città speculari o virtuali a città-spazzatura e città dei morti, tutte, comunque, abitate da esseri che sembrano parlare la lingua universale dell’umanità.

Il Kan, alla fine, si fa contaminare dall’immaginario del viaggiatore e propone lui stesso nuove città da esplorare; poi, come un mago, sciorina sul palcoscenico un enorme atlante nel quale sono illustrate, continente per continente, le metropoli più illustri ed i porti più opulenti; un planisfero che contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate dice il Kan sfidando le fantasie di Polo.

Sarà Marco Polo a proporre la visione futuribile del mondo con le sue nuove città ricordando che: “Il catalogo delle forme è sterminato e finché ogni forma non avrà trovato la sua città, nuove città continueranno a nascere”. E sulla città perfetta sognata dal Kan, chiederà che non smetta mai di sognarla e di crederla possibile perché: “Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero”.

 

 

Pino Moroni

Pino Moroni

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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