Il XV Irish Film Festa a Roma è stato un successo, con file per ogni evento sul piazzale intitolato a Marcello Mastroianni e piene le sale Cinecittà e Fellini dove 26 film (lungometraggi e documentari) hanno bene illustrato il valore e la vitalità del cinema irlandese attuale.
That they may face the rising sun è un film che con il suo tono naturalistico e riflessivo fa abbassare le tensioni cui siamo sottoposti ogni giorno della nostra ormai invivibile vita quotidiana; o meglio: ci fa ricordare di vivere come meglio possiamo, mentre ancora lo possiamo. Era presente il regista Pat Collins ed uno degli interpreti John Olohan con la moglie Cathryn Byrne, sposi nella fiction e nella vita.
Appena prima della proiezione, abbiamo visto un documentario, In the shadows of Beirut di S. Kelly & G. Keane, che dovrebbe essere proiettato ovunque e vincere ogni premio per il suo coraggio di raccontare, soprattutto in questo momento storico di genocidi, la strage di Sabra e Shatila del 1982: attraverso le testimonianze e la disperazione di una vita miserrima condotta dalle nuove famiglie dei superstiti in un Libano, ancora pieno di conflitti ed in piena carenza di ogni minimo bene necessario (i paesi dimenticati!). Il regista, Pat Collins, il più irlandese di tutti, viene, non a caso, da una carriera trentennale di documentari…
Collins ha avuto sempre l’impressione – come da lui stesso detto alla fine della proiezione – che il Cinema dei lungometraggi (mainstream), troppo internazionalizzato, non abbia mai raccontato l’Irlanda quella profonda, quella vera. Invece lui, in questo adattamento del romanzo del più irlandese degli scrittori, John McGahern (1934-2006), ha cercato di trasporre le cose (qualcuno e qualcosa) che rappresentano veramente la sua terra.
Il regista ha raccontato di aver conosciuto John McGahern nella sua giovinezza all’Università di Galway seguendo alcune lectures. Dopo aver girato vari documentari, nel 2005 il produttore Philip King lo chiamò per preparare un docufilm proprio su McGahern, che aveva scritto l’ultimo suo romanzo, appunto, That they may face the rising sun (Irish Book Awards 2003). McGahern era intento a scrivere le sue memorie, per cui era un tempo perfetto per fargli interpretare nel documentario (che lo seguiva nella sua vita quotidiana) quello che gli passava nella mente. Un anno dopo morì ed il documentario è diventato ora una testimonianza importante della sua filosofia, genialità e della sua scrittura, che era ed è antinarrativa ed antidrammatica.
Il film – ha detto Collins – “non è assolutamente all’altezza del libro” (500 pagine e tanti personaggi) ma cerca di mantenere lo spirito e quelle atmosfere e particolarità degli angoli rurali dell’Irlanda anni ‘70/’80 (ambientato a Fenagh nella Contea di Leitrim).
Lo scopo era quello di far conoscere questo gigante della letteratura irlandese, non inferiore ai maggiori. Collins ha iniziato nel 2016 a preparare la sceneggiatura, con un processo lento, perché doveva trovare i finanziatori e quindi doveva ridurre tutto all’essenziale. Poi alla fine ha trovato 22 partecipanti alla produzione, tra cui anche la stessa Università di Galway.
La storia del film.
Un anno di vita di Joe (Barry Ward) e Kate Ruttledge (Anna Bederke), tornati a vivere in un villaggio di campagna su un lago. Le scene in esterni per avere una visione più ampia della bellezza della natura nell’arco di quattro stagioni girate su quattro laghi diversi. Lui scrittore, lei fotografa e proprietaria con il fratello di una galleria d’arte, si dedicano all’allevamento (pecore) ed all’orto che procura beni di sussistenza.
La poesia della natura, lo scorrere circolare delle stagioni, il godere le piccole cose ed il piacere di vivere in una comunità pastorale su un lago, in una vita semplice senza superfluo, tra verdi prati e montagne turchesi, conquistano pian piano, aprono i nostri sensi, fanno scoprire tante cose e sensazioni perdute.
Anche il film è antinarrativo come il romanzo, perché le cose più importanti sono poi le pecore portate al mercato, le fienagioni, le serre per gli ortaggi, la preparazione dell’orto, il gazebo mai finito, le varie celebrazioni come il Natale, il Monaghan Day, la Pasqua, i matrimoni ed i funerali.
La routine di ogni giorno, la sacralità del lavoro insieme al calore ed all’accoglienza delle visite dei parenti e dei vicini (caratterizzazioni di personalità strane ma buone), le attività di scrittura per lui e di fotografia per lei, fanno ricordare la dignità umana delle vite semplici. I due protagonisti si amano di amore sincero e non torneranno mai indietro.
Il titolo Che essi possano vedere il sole che sorge scopre il suo significato quando, nel seppellire in un piccolo cimitero sul lago Johnny (Sean McGinley), un irlandese locale tornato dalla grande città umiliato e sconfitto, si farà in modo di collocarlo perché veda il sorgere del sole (tradizione gaelica).
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.










