I mestieri dell’archeologia. Percorso tematico tra terra e cielo sulla Tarquinia etrusca.

La città di Tarquinia etrusca (Tarkna) si trova su un vasto pianoro (Pian della Civita) circondato in parte da burroni con la presenza di tratti di mura dirute e porte d’accesso più o meno visibili. Nei giorni 29 e 30 settembre la manifestazione Città Aperta ha permesso a numerosi visitatori un percorso affascinante sui ruderi (templi, edifici pubblici e privati, etc.) e gli scavi di quella che è stata una città importante nei secoli, con origini fin dall’età del bronzo (circa X secolo a.C.), villaggio villanoviano, città etrusca ed infine municipio romano.

In una mattinata luminosa e calda di fine settembre, con la brezza marina a far ondeggiare le “ferle” (un arbusto particolare di questo luogo che produce funghi pregiati aromatici) ed a mulinare la polvere del tempo, ci siamo avviati per una passeggiata tematica, organizzata dai ricercatori dell’Università degli Studi di Milano, guidati dalla Prof.ssa Giovanna Bagnasco Gianni.

La manifestazione è stata patrocinata da: Comune di Tarquinia, FAI, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo, l’Università Agraria di Tarquinia con la collaborazione di associazioni locali, Società Tarquiniense d’Arte e Storia, Associazione amici delle tombe dipinte, ArcheologicaMente onlus, Fontana Antica, Antichi Mestieri e Studio Architutto Designer’s.

Ci hanno accompagnato dall’area di parcheggio fino alla prima postazione, per circa un chilometro, su un altalenante stradina sterrata gli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Vincenzo Cardarelli di Tarquinia e del Liceo G. Prati di Trento, parlando familiarmente della storia dell’antica città. Il silenzio della città morta era interrotto, oltre che dal nostro calpestio e dialoghi, dai rumori della natura brulla, circondata da stecconate e cancelli, adibita a pascolo di pecore. Un effetto di cielo incombente, quasi da essere toccato, riusciva a dare una grande dimensione di spazio intorno a noi, allargato all’orizzonte a 360 gradi. Affioravano a destra ed a sinistra blocchi di “macco” grigio, staccati da formazioni calcaree ricche di conchiglie fossili (arenarie di mare) e pezzi di “nenfro”, indicativi dei fenomeni vulcanici del quaternario. Materiali usati fin dall’antichità per costruzioni e sculture.

Nella prima “postazione”, superati tratti di scavi recintati e coperti da tettoie, ci attendevano le ricercatrici per spiegarci l’importanza dei “mestieri dell’archeologia nella ricostruzione della vita dell’antica Tarkna. Nella postazione da campo su un tavolo una serie di ceramiche diverse e di ossa di ogni tipo. L’Università di Milano conduce le ricerche dal 2012 sul “complesso monumentale” della Civita, una delle più antiche aree sacre etrusche, in uso dalla fine del X secolo a.C. fino all’epoca romana imperiale (come riscontrato dagli studi stratigrafici). Al centro dell’area una cavità naturale in cui sono state ritrovate le ossa di un bambino epilettico (collegamento tra mondo terreno e mondo trascendentale). Un luogo con presenze di arredi ed oggetti cerimoniali.

Iniziava la spiegazione sui “mestieri dell’archeologia” la dott.ssa Cristina Nardin (ceramica) che ci ha illustrato le varie tipologie di ceramiche. Da quelle villanoviane, scure e molto spesse, incise con graffiti geometrici, cotte dentro buche nel terreno e coperte da legna da ardere, per uso domestico o votivo. Quelle riprese dalla tradizione corinzia, che per effetto dell’ossigeno assorbito nei forni diventavano rosse e venivano decorate con motivi geometrici o di animali. Quelle del periodo orientalizzante. Buccheri scuri più raffinati ma già più porosi per resistere al fuoco, usati oltre che come stoviglie per cerimonie religiose.

Poi come esempio dello stile ellenizzante, ceramiche nere a figure rosse o rosse a figure nere. Fino ad arrivare ai contenitori con rivestimenti interni di materiali più resistenti o ceramiche cotte e poi immerse nelle vernici colorate. Ed infine quelle romane più fini ma più resistenti e pratiche per la scoperta di materiali di maggior resistenza.

L’artigiano ceramista Michele Totino ha spiegato poi la ricerca dei materiali da impastare nel presente, i vari tipi di cottura (il ritorno al forno a legna come anticamente), i colori compositi per le decorazioni e gli strumenti naturali per le lucidature dei vasi. Oggi un sapiente mestiere che cerca di riprodurre le condizioni più ideali dei grandi ceramisti del passato.

La dott.ssa Ornella Prato (archeozoologia) ci ha fatto vedere la presenza dell’opera dell’uomo sopra le ossa di animali di ogni tipo (pecore, vaccini, cervi, etc.). Dai tagli per le macellazioni, alle spellature, alla trasformazione in particolari utensili o monili delle ossa, alla creazione di oggetti (con decorazioni significative) per cerimonie religiose. La prof.ssa Bagnasco ha fatto presente che in un sacello sono state ritrovate molte ossa di gambe sinistre anteriori di pecora, che potrebbero far parte di un motivo rituale relativo a pratiche religiose. Ha poi parlato delle epigrafi ritrovate con nomi di divinità che fanno pensare a collegamenti tra la terra ed il cielo. Ha aggiunto che l’interpretazione dei ritrovamenti aiuta a connetterli sia alla storia che alla mitologia, al soprannaturale. Come sappiamo peculiare particolarità del mondo etrusco tra i popoli coevi.

Raggiungiamo poi il Santuario dell’Ara della Regina. Si tratta di un tempio etrusco che veniva utilizzato in antichità per riti e preghiere. Caratteristica saliente è la pianta allungata con un sacello in fondo. Della decorazione frontonale del tempio si conservano nel Museo Nazionale Etrusco i “cavalli alati”, capolavoro della coroplastica etrusca, rinvenuto nel 1938 da Pietro Romanelli. Facciamo la visita della struttura e sulla terrazza godiamo di un panorama limpidissimo tra terra, cielo ed uno spicchio di mare giù in fondo. 

Di fronte al basamento del tempio, in una “postazione multimediale”, l’Architetto Massimo Legni e la dott.ssa Eleonora Brunori dello Studio Architetto Designer’s ci hanno permesso di fare una esperienza visiva e sensoriale incredibile con nuovi sistemi di visualizzazione: un tablet inspector ed un occhiale VR 360° gradi.

Dopo il rilievo della sua sezione abbiamo potuto vedere il tempio virtualmente ricostruito da più dimensioni. La prima posizionati virtualmente davanti al colonnato, l’altra dall’interno. Girandoci intorno come se fossimo dentro circondati di colonne ed alzando la testa al soffitto, con il telaio delle travi in evidenza, abbiamo potuto provare una vista orbitale del santuario frutto di una puntuale mappatura sferica.

Sono le innovazioni nei sistemi di visualizzazione, già applicati alla Domus Aurea ed all’Ara di Augusto, che ci auguriamo vengano applicate alle Tombe Dipinte, per poterne godere nei loro fantastici particolari e conoscere ancora meglio il mondo degli etruschi.

Pino Moroni

Pino Moroni

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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