Per Chiara Tagliaferri il libro Questo mondo non ci appartiene di Natalia Garcia Freire (Edizioni Sur) è una fantasticheria nera, crudele e tenero allo stesso tempo. Per la equadoregna Freire, grande amante della natura, siamo fuggiti da un mondo naturale, boschivo ed ora non siamo più niente. Il ritorno ad esso è solo utopia.
Se si potessero radunare tutti gli insetti, quelli sopra e sotto la terra si creerebbe uno strato che la coprirebbe tutta come un immenso tappeto. Sopra tutte queste essenziali, utilissime creature c’è il mondo crudele degli uomini. Ma nella catena della vita è tutto insieme collegato soprattutto nella fase della decomposizione.
Per Natalia Freire questo romanzo è stato scritto per pagare un debito verso la casa della nonna, del padre e della madre (casa che ora non c’è più) in cui l’autrice ha visto morire molte persone provocando una ferita che si può curare solo con la scrittura.
La Freire ha capito che non potrà mai più far ritorno alla sua terra, alla casa, alla famiglia, alle sensazioni della sua giovinezza, perciò crea questa storia di fantasia. È la storia dell’adolescente Lucas che torna nella casa di famiglia e trova oltre il padre, che si è fatto ingannare, due usurpatori che vi abitano. In una tale situazione diventa rabdomante di insetti. Per non sentirsi solo cerca degli alleati nella natura, per ritrovare la madre che per la rabbia nei confronti della società e della religione è stata considerata pazza, e per una presumibile vendetta verso gli uomini portatori di ferocia ed aggressività.
Dovrà anche risolvere, pieno di sensibilità, il problema della sua mascolinità, superando le imposizioni ed uscire da recinti invisibili intorno a lui. Freire ha confessato che ha scritto il romanzo per ritrovare la bellezza ed i colori del giardino amato e curato da sua madre, usando gli insetti per vederlo con i loro occhi colorati e con il loro olfatto fine. Ha concluso con il concetto di continua trasformazione e rinascita che ci governa nel cambiare pelle come molti insetti, fino a ritornare alla terra, che non ci appartiene ma alla quale apparteniamo.
Frank Westerman, scrittore olandese ha presentato, introdotto da Goffredo Fofi, il suo libro Noi umani (Edizioni Iperborea), una inchiesta sulla storia dell’umanità sulla base delle ultime scoperte paleontologiche, archeologiche, antropologiche. Con questo libro è diventato scienziato e filosofo, facendo però sempre il giornalista. Come? Lo ha raccontato pianamente partendo dalla storia vera di Antoine de Saint-Exupery (Il piccolo principe) e percorrendo un percorso vero nel tempo.
Era stato invitato all’Università di Leyda, primo autore non di fiction tra trentatre scrittori. Dopo aver letto la notizia (2004) che in Indonesia (ex colonia olandese) erano stati ritrovati in una caverna accanto alle ossa di un uomo primitivo quelle di un ominide alto un metro, con grandi piedi piatti come un Hobbit (Uomo di Flores o Ubu), quelle di un topo grande come un maiale, di un elefante piccolo come un pony e di una cicogna alta due metri (un ramo dell’umanità perduto nei secoli), Westerman ha fatto capire agli studenti che tutto questo non era fantasia ma che tutto era esistito davvero.
Ha portato quindi i ragazzi alla facoltà di antropologia dell’università ed ha trovato un antico teschio di uomo primitivo, portato alla Esposizione Universale di Parigi nel 1900, come anello mancante tra la scimmia e l’uomo.
Da questo reperto (di cui ci ha mostrato una copia), con i ragazzi ha iniziato un viaggio lungo il fiume Mosa che traversa Leyda, in un viaggio verso le sorgenti dove aveva abitato l’uomo di Neanderthal.
Un reportage alla scoperta del passato realizzato non con la fantasia o le ipotesi ma con una esperienza vera. Cominciando quindi da nudi fatti (uno scheletro) ha cercato di far capire ai ragazzi quali narrazioni si possono far derivare da essi, percorrendo una strada fluviale reale.
Noi siamo animali che narriamo strane storie – ha detto -. Ma i fatti e le esperienze sono più importanti: da essi nascono le storie. Belle le invenzioni ma i fatti vanno venerati, I fatti sono sacri! Quando cominciamo una storia con C’era una volta, la storia poi ci intrappola. Bisogna uscire dalle fiction e fare invece vere esperienze e di scriverne come appunto fece Antoine de Saint-Exupery, anche se per morirne dentro.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.











