Palazzina Laf di Michele Riondino è il film che, nel panorama del disimpegno collettivo di distrazione di massa (cosiddetta nuova commedia all’italiana), tira dritto a denunciare le nuove tendenze personali e sociali, entrate subdolamente nel vissuto quotidiano pubblico e privato. Epoca più che di contrapposizioni, di confusioni di ruoli e di acquiescenza ad un potere manipolatorio, celato dietro immagini confidenziali.
Non c’è niente di confortevole nel canto di morte che si leva dall’inquinamento ambientale, sia delle fabbriche sia dell’agricoltura.
Tra il particolato atmosferico che respiriamo nelle città e nelle zone industriali e le composizioni chimiche che mangiamo in tutti i prodotti naturali (trattati a fitofarmaci e diserbanti) o lavorati (ormai processati od ultraprocessati) non siamo più esenti da alti rischi percentuali di cancro.
Il regista-interprete Michele Riondino (calato in maniera superlativa nella psicologia e nelle movenze di un ingenuo-furbo operaio del Polo siderurgico di Taranto) che ha tratto l’idea delle malattie polmonari e delle strategie del sistema di comando da “Fumo sulla città” di Alessandro Leogrande, ha saputo aggiungere altre importanti notazioni personali, attualizzando il contesto storico.
Tenendo molto in conto, nella stesura della sceneggiatura scritta a quattro mani con Maurizio Braucci, della morte improvvisa di Leogrande (40 anni), giornalista d’inchiesta e studioso di antropologia, e della sua conoscenza di vissuti umani (emigranti e caporalato, inquinamenti e mistificazioni politiche, mafie, di cui al momento nessuno ne vuol sentire parlare). Sceneggiatura complessa ed articolata degna di considerazione.
Il film Palazzina Laf, in fondo parla più che della morte per inalazione di emissioni tossiche (comunque presente) della fine dell’onestà intellettuale delle persone, sottolineando quel concetto, cancellato nelle coscienze, della perdita graduale della identità personale e sociale, che porta allo straniamento, alla corruzione, alla difesa di chi ti vuol usare per il suo profitto, e conseguentemente alla delazione, al tradimento ed alla rovina di chi è come te, avallando così le classi sociali di cui non fai e non farai assolutamente parte.
Per chiarire meglio, Caterino Lamanna (Michele Riondino), operaio nel complesso siderurgico di Taranto, nel momento della fase di ristrutturazione o novazione, strombazzata dalla proprietà privata del Complesso, che invece ha tutta l’intenzione di mandare a casa gli esuberi, diventa un delatore dei vertici dell’industria, rappresentati da un Dirigente (un bravissimo nella sua viscida equivocità Elio Germano) ed un puro e duro Direttore Generale (Paolo Pierobon).
Ottenendo piccoli favori come l’uso della macchina aziendale ed una promozione a caporeparto lo sprovveduto infame delatore, si introduce nelle riunioni sindacali ed ancor peggio nelle riunioni familiari di amici e li denuncia, come fosse normale essere contro i suoi simili, in sintonia ed identificazione invece con i padroni e dominanti (ricevendo perfino rimproveri e ricatti).
Allo stesso tempo Lamanna si trasferisce dalla masseria di campagna al centro di Taranto e pensa di mettere su una famiglia benestante borghese con una povera ragazza innamorata.
Poi nel suo percorso di degradazione si fa assegnare alla Palazzina Laf (ex sede del Laminatoio a Freddo, adibita ora a piccolo lager) al fine di spiare e neutralizzare le 79 persone che vivono in quel non luogo, in confino senza fare nulla, fino al cedimento. Subendo il mobbing dell’azienda che li vuole declassare, mettere in cassa integrazione o mandare a casa.
Caterino pensa solo a costituirsi una stanza personale tipo Ufficio, spia, riferisce e neutralizza ogni idea dei compagni, così cieco da non capire la degradazione alla quale sono sottoposti questi prigionieri, che non facendo niente non riescono a mantenere nemmeno la dignità di persone, data almeno dall’essere utili alla società attraverso il lavoro.
Riondino ha avuto il coraggio di interpretare un personaggio negativo, vuoto di ideali e di identità, forse anche troppo ingenuo, ma con una presuntuosa convinzione di non far parte del proletariato, ma di essere complice dei padroni.
Lo sfaldamento dei valori morali, tra quelli che lavorano e quelli che non lavorano, tra quelli che rispettano le regole e quelli che non le rispettano, tra quelli che si sentono poveri e quelli che si atteggiano a ricchi (la frase più usata sugli italiani è che “sono poveri ma vogliono comparire ad ogni costo come ricchi”) e giustificano le classi dominanti (per ereditarietà, per censo, per raccomandazione, per scalata, una volta economica ora solamente politica). E le invidiano, le cercano di imitare e ne giustificano le strategie anche se illegali o corrotte.
Il film di Riondino con la continua presenza di immagini dello skyline del complesso siderurgico, con gli eventi importanti ambientati nelle strutture fatiscenti dei macchinari industriali, percolanti acque rossicce e malsane e con la presenza immanente (tossi da malattie polmonari) della morte per tumore, apre gli occhi sulla pericolosità del Polo siderurgico di Taranto, ancora non soggetto a profonde decontaminazioni.
Quello che è comunque importante è la denuncia sulle manipolazioni dei lavoratori costretti a scegliere se morire di fame o morire di lavoro. Come in moltissime altre aree italiane.
A tratti ci sono illuminanti notazioni di questo regista esordiente, ma pieno di esperienze indirette come aiuto regista o sceneggiatore, oltre che come attore di teatro, fatte durante la sua brillante carriera e degno di essere premiato. La prima è quella di inquadrature in primo piano in cui sembra possa avere idee e sensazioni profonde, mentre nella sua deposizione finale si rivelerà il suo vuoto di sentimenti e pensiero.
Altri pezzi da elegia luttuosa sono il funerale di un operaio morto per mancanza di sistemi di sicurezza, la morte a rallentamento per tossicità di una pecora ed il finale con l’operaio depresso di fronte alle medicine, accompagnati dalla marcia funebre di Chopin, dalla seconda sonata scritta a soli 27 anni, ma conosciuta in molte processioni del Cristo Morto nel Venerdì Santo.
Assolutamente eccezionale sui titoli di coda la canzone originale “La mia terra”, musica, testo ed interpretazione di Diodato.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.


















2 risposte
Alla fine degli anni 60’ c’erano i c.d. “Infiltrati” che partecipavano alle manifestazioni, collettivi, occupazioni e che servivano a spiare gli studenti e a schedarli, oltre che trasformare manifestazioni pacifiche in scontri violenti.
Poi, ci si accorse che gli “infiltrati” erano anche nel servizio militare e nella Pubblica Amministrazione, e servivano ad identificare elementi non affidabili, ma altresì elementi capaci che potevano essere inseriti in gruppi speciali ai quali veniva accordata priorità nella carriera ministeriale.
In effetti, lo stesso accade nel settore privato, e nelle fabbriche, come il film Palazzina LAF e l’articolo evidenziano.
Il termine “delatore” appare più appropriato a mettere in evidenza un comportamento spionistico effettuato in dispregio a valori e principi etici oltre che sociali.
Tutto ciò rientra nella logica della classe dominante che vuole conservare ed accrescere il proprio potere, eliminando e reprimendo ogni dissenso, manipolando gli individui in dispregio a valori di libertà d’espressione che dovrebbero essere i capisaldi della società liberale, ed evidenziando un elevato livello d’ipocrisia.
Il film di Riondino ha il merito di svelare la povertà etica ed intellettuale dei “delatori”.
L’articolo di Pino Moroni ha il pregio di proporre il film ai lettori, sottolineando il senso ed il contenuto dell’opera di Riondino, e di ricondurre la carenza intellettuale e morale del delatore alla “stupidità”, vale a dire all’incapacità del “delatore” di pensare, capire, conoscere, evitare di essere manipolato, e dare alla propria esistenza un senso che non sia quello di servitore sciocco del potere dominante.
Grazie del commento Pietro. Michele Riondino che con il suo film ha ottenuto 6 Nastri d’Argento (miglior regista esordiente, migliore sceneggiatura, miglior attore protagonista (lui stesso), miglior attore non protagonista (Elio Germano), migliore canzone La mia terra di Diodato ed infine un nastro speciale per la produzione, è una persona onesta e molto impegnata, che sta combattendo la battaglia per il Polo siderurgico di Taranto da anni. Ma come tutti quelli che ci mettono la faccia non è sopportato. I servi sciocchi del potere sono anche i delatori delle tante iniziative che da anni porta avanti. Il film ne è una prova evidente. Si possono prendere premi ma non si può cambiare la povertà etica ed intellettuale dei delatori.
Un saluto.