La scena simbolo di tutto il film Astolfo (il paladino che va sulla luna per ritrovare quello che si è perduto sulla terra) è quella di Gianni Di Gregorio, di notte al buio, davanti ad una finestra con sullo sfondo la luna, che cerca di far ritornare il senno ad una umanità sperduta.
In un momento in cui film e serie stanno creando chimere di scienza e distopia, di arcaismo e tecnologia, impastando un tempo impazzito (tra passato, presente e futuro) e luoghi ideali ed assurdi, fuori di ogni realtà, in un caleidoscopio di storie ed immagini sempre più confuse ed incomprensibili, il regista De Gregorio, unico nel panorama attuale, sta facendo un valore della semplicità e linearità. E fortunatamente questo è ancora apprezzato. Ne fa testo il grande successo del suo film alla Festa del Cinema di Roma.
Il tema di Astolfo è sempre quello di una persona gentile, tranquilla, mite, disponibile, ironica che vive in solitaria ma che gli eventi portano alla socialità, alla solidarietà con chiunque abbia necessità fisiche o psicologiche di comunicazione e di sopravvivenza in un mondo di furbi ed egoisti. Un uomo all’antica, aperto, trasparente, onesto con una innata signorilità (oggi sostituita dalla grettezza).
Un personaggio che attira gli umili, i bisognosi, gli emarginati, basandosi su principi sani, senza riuscire a fermare però il peggio che avanza e ad opporsi, in quanto buono, ai prevaricatori, ai prepotenti, ai poteri anche istituzionali diventati invadenti, corrotti e corruttori.
Questa identificazione con l’uomo comune nelle sue difficoltà di vita quotidiana è stata da sempre la cifra del suo realismo magico e del suo successo. Ed è evidente l’identificazione a contrario di quella parte di società ancora sana con il suo personaggio, che parla di quello che abbiamo perduto e non abbiamo più e di come non possiamo più cambiare le cose storte.
Di Gregorio parla di persone ‘normali’ (in tempi di supereroi e di influencer) che vivono con coraggio la loro difficile giornata. Italiani ‘minori’ con le loro necessità primarie di avere un tetto, un pasto e stare bene insieme.
Può sembrare quasi un film post neorealista, film semplice su gente semplice come gli italiani degli anni ’50 (Pane, amore e fantasia che si vede in televisione, Poveri ma Belli, Le ragazze di Piazza di Spagna, Padri e figli, ecc) che però passavano il tempo in pace con sé stessi e gli altri. Recuperando anche (nella attuale oppressione dalle necessità superflue) momenti idilliaci nella natura, nel buio della notte, nella bisbocciata con gli amici, nella memoria di una poesia… nell’amore.
Ed è proprio questo l’elemento nuovo del film Astolfo. “L’amore non ha età” come refrain principale di un film anche romantico.
Astolfo che è ritornato al suo paese natio, sulle colline laziali, dove possiede ancora una casa nobiliare del 1600 dei suoi avi, la troverà senza luce, con crepe alle pareti ed acqua dal tetto, con già un poveraccio abusivo che si è installato lì da tempo, Astolfo aprirà la sua casa anche a due altri bisognosi, scoprendo che sindaco e prete si sono impossessati di parti della sua proprietà. Tutto ciò diventerà positivo per una rinascita dei suoi interessi per la vita, aprendosi al mondo.
Tramite un amico d’infanzia che si reputa un conquistatore di donne, conosce una bella e simpatica signora, Stefania (Stefania Sandrelli), prova attrazione e si apre anche all’amore.
Astolfo malgrado tutti i dubbi sulla possibilità di un nuovo rapporto alla sua età (70 anni) corteggerà ‘all’antica’ Stefania. Emblematici e divertenti sono i momenti in cui, secondo le mode di oggi, la sua conquista è accompagnata, dal bisogno di creare immagine, realizzata con la coupé rossa dell’amico per portarla a spasso, con camicie colorate pret a porter, e dalle chiacchiere della famiglia di Stefania su quanto guadagna un pensionato (ex professore) e sulle sue mire sui beni della donna.
Al gossip si aggiunge anche il prete, che vede un pericolo nella generosità di Astolfo verso i diseredati e collabora con il Sindaco ad intimidire, attraverso i carabinieri, quella spontanea comune di poveri solitari.
Di Gregorio ha scritto una sceneggiatura acuta ed attuale, piena di notazioni puntuali e dialoghi scoppiettanti ed originali sulla vita di provincia, sulla presa di coscienza di un uomo sulle vere scelte anche amorose, e su una società che non aiuta certo i buoni.
Con una musica garibaldina che ha tenuto il ritmo dell’evoluzione del personaggio (Ratchev & Carratello) ed una fotografia solare e rigorosa (Maurizio Calvesi). Bravi oltre la Sandrelli e Di Gregorio anche i comprimari che hanno meritato i tanti applausi e le congratulazioni personali del pubblico. Vero bagno di folla felice e commossa.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.









