La morte corre sul fiume. Genesi di un capolavoro

Quarto potere (1941) è considerato da molte classifiche uno dei migliori film di sempre. Dopo altre pellicole sulla sua origine, lavorazione e storia (Rko 281 – La vera storia di Quarto potere 1999), sta per uscire, sulla piattaforma Netflix, Mank di David Fincher sulla genesi della sua sceneggiatura (Premio Oscar), ideata e scritta da Herman J. Mankiewicz, poi adattata dal regista Orson Welles. Ma molti non sanno che nelle classifiche (es. “Les Cahiers du cinéma“) il secondo miglior film di sempre viene considerato La morte corre sul fiume (1955), unica regia del grande attore teatrale e cinematografico Charles Laughton.

Con i diritti del bestseller The night of the hunter di Davis Grabb, acquistati da Paul Gregory, il suo produttore di Broadway, questo attore maturo, diplomato alla Royal Academy of Dramatic Art, dopo aver recitato sulle scene inglesi dell’Old Vic, si trovò a dirigere un film per Hollywood. Aveva interpretato Le sei mogli di Enrico VIII (1933) (Premio Oscar come miglior attore), e poi con quella sua particolare recitazione semplice ma profonda allo stesso tempo, aveva collezionato una serie di candidature in La tragedia del Bounty (1935), L’arte e gli amori di Rembrandt (1936), Notre Dame (1939), Testimone d’accusa (1957) fino al suo ultimo film Tempesta su Washington (1962). Laughton era un grand’uomo di ingegno, ma nel fondo un bambinone. Ecco perché la storia di due bambini che sfuggono all’Uomo Nero, ad un assassino incallito, un predicatore dei passi della Bibbia, lo avevano intrigato. Nel primo film quasi sempre si ricorre all’autobiografismo.

In questo caso per Laughton equivaleva a raccontare una favola nera, orrifica, ancestrale come quelle che provano i bambini ancora non cresciuti, soli nella fase di iniziazione alla vita. La morte corre sul fiume è come un film disneyano, quasi un cartoon che narra i terrori dell’infanzia (Cappuccetto Rosso, Hans e Gretel, Pinocchio, Biancaneve, La Bella e la Bestia. Fantasia!).

Il cattivo è interpretato da un superbo Robert Mitchum, solo alla ricerca dei soldi che i bambini nascondono, sopportando e resistendo. Un cattivo da horror, un serial killer, con forti connotazioni sessuali, che irretisce la piccolo-borghese madre dei bambini (Shelley Winters), la angoscia con un cupo puritanesimo e la sopprime con una aggressione patriarcale.

Il film ha le atmosfere pesanti della grande depressione americana (una devastante povertà) che copre tutta l’umanità o l’inumanità del momento storico e mescola odio e amore – love/hate, come si legge sulle nocche delle dita del falso predicatore -, bene e male che si possono rovesciare come due facce di una medaglia. Con una nonnina (Lilian Gish), come nelle favole, che raccoglie i bambini orfani ed affamati, ma sa usare il fucile e può incitare al linciaggio.

Impietoso e dissacrante per quei tempi (1955) di una provincia americana chiusa, moralista, maschilista, razzista e con istinti omicidi collettivizzati. Con un forte amore per la natura e gli animali, che si sublimano nel lungo viaggio dei bambini in barca sul fiume. Film naturalista, espressionista e surrealista. Vorrà pure dire qualcosa quel cielo magrittiano, illuminato da dietro, pieno di stelle che accompagna la notte dei ragazzi.

Ci sono dentro i sogni fantastici e da incubo della nostra infanzia, in un viaggio iniziatico alla ricerca della maturità, ma allo stesso tempo, vedendo l’esempio dei grandi, in fuga da essa che sentiamo arrivare troppo in fretta. I bambini si avviano, perdendo l’innocenza e la fantasia, piena di arcaiche paure, verso una piatta maturità, scandita dal tempo che sfugge, segnato dall’orologio avuto in regalo. Ed è la vecchina buona che dà questa mela-regalo al bambino, che con la sorella è entrato nella casa di marzapane di Hansel e Gretel, mentre il lupo cattivo viene catturato e incriminato.

Un film misterioso per i critici e per gli spettatori che lo rifiutarono: fu un fallimento commerciale perché non era facile capire l’intelligente, complessa operazione di Laughton, cinematograficamente e narrativamente né lineare né di genere: piuttosto, una sarabanda visionaria con molte stratificazioni.

Intanto, per Laughton il testo aveva meno importanza delle immagini, anche se James Agee autore dell’adattamento (il più grande critico del suo tempo, nato in Virginia dove era ambientato il libro) veniva dalla sceneggiatura de La Regina d’Africa (1951) (un’altra barca, un altro fiume), il capolavoro di John Huston. Come seconda unità aveva voluto Terry Sanders, regista di A time out of war (1954), Premio Oscar per il miglior cortometraggio sulla guerra civile americana, girato su un fiume della Virginia, dove aveva passato l’infanzia.

Essenziale per una forte creatività in termini visionari, la partecipazione dello stesso autore del romanzo Davis Grabb (non accreditato), che aveva messo a disposizione una sceneggiatura illustrata a fumetti o storyboard, per spiegare meglio al regista i luoghi e le atmosfere ricavate dal suo racconto. Laughton aveva anche visionato nella cineteca del MoMA la filmografia di David W. Griffith, per ritornare alle atmosfere dei film muti più epici da tradurre in immagini per un film parlato. Poi aveva studiato gli stilemi ed i temi dei film noir. Aveva voluto come direttore della fotografia Stanley Cortez, che aveva creato una fotografia originale per Orson Welles (L’orgoglio degli Amberson 1942) ed una inquietante per Fritz Lang (Dietro la porta chiusa 1947). Cortez era passato dal bianco e nero essenziale, in cui spesso si contrapponevano l’orizzontale ed il verticale stilizzati, ad una intensa trasfigurazione delle ombre e delle luci, con scenografie volutamente irreali, gotiche ed espressioniste, mettendo in gioco spesso il simbolismo ed il surrealismo.

Il valore aggiunto di questa opera è stato comunque la conoscenza diretta della filosofia brechtiana (es. Madre coraggio, con i caposaldi dei soldi e della religione) che Charles Laugthon aveva realizzato al Teatro Coronet di Los Angeles (1947), interpretando, revisionando e introducendo modifiche con la sua visionarità all’opera teatrale Galileo di Bertold Brecht (da lui stesso tradotta dall’inglese).

Laughton traspone nel suo film quell’idea principe del cercare, del tentare, dello sperimentare, senza aver paura, senza lasciarsi intimidire dal testo e dal mezzo diverso da quello dell’attore. Chiamando a raccolta e facendosi aiutare da tutti gli attori e le maestranze selezionate e con cui ebbe, a loro avviso, uno dei migliori rapporti come regista. Trasformando una storia di vita quotidiana in un mito universale fatto di resistenza, persistenza e sopravvivenza al male che si annida nella convenzionalità umana. È il racconto oggettivizzato dell’universo fantastico dell’infanzia che sale a toccare i miti dell’eternità, così sperimentale da chiamarsi oggi assoluto capolavoro.

Pino Moroni

Pino Moroni

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

1 commento

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  • Questo articolo mi fa sentire come Alice che scopre come lo specchio (il cinema) possa celare un mondo infinito.
    Un articolo cesellato, quasi un’ opera a carboncino, con le sue ombre sfumate, le sue luci sospese nel tempo: un racconto “visivo” che ho letto emozionandomi.
    Moroni costruisce un universo di intrecci circostanziati, di narrazioni avvincenti che desideri rileggere prima di apprestarti alla visione dei film. Grazie.