Cos’è quello di cui si parla di più nella ormai insufficiente pilotata informazione generalista e nei banali discorsi quotidiani della gente: malattie e morti, abusi sui minori, stupri consenzienti, corna familiari, donne supine ai mariti, solitudini paranoiche, incidenti mortali per abuso di alcool e poi vecchi dementi o autoritari o truffaldini, che se ne devono andare per far spazio ai giovani, che però vogliono vivere nella natura o a Parigi o fare l’Università europea per andarsene appunto anche loro da questa società marcia e funerea.
Nanni Moretti nel film Tre piani, tratto molto liberamente dal libro omonimo dell’israeliano Eshkol Nevo, sulle storie incrociate degli abitanti di tre piani di un palazzo di Roma, ci ha messo tutto e di più.
Anche la cifra stilistica è convenzionale: con le movenze di una fiction televisiva (o una miniserie da piattaforma) in tre puntate, temporali (una ogni 5 anni) solo nello sviluppo fisico dei personaggi, perché mentalmente i personaggi sono monolitici (difficili anche da seguire nelle loro più toccanti interpretazioni) come ormai un regista troppo serioso, che ha perduto l’ironia ma non quel vizio di ridurre tutto a psicoanalisi. Come dire: sono tutti inquadrabili nelle categorie freudiane e non se ne esce se non con la morte o la fuga.
Mentre negli altri film i difetti, gli errori, le idiosincrasie, i peccati veniali dei personaggi erano evidenziati con leggerezza, in questo film, in una completa radicalizzazione, ogni comportamento diventa peccato mortale.
E Nanni Moretti si erge a demiurgo di una società, che ai suoi occhi, sprofonda in una atmosfera mortifera. Finisce il suo gioco di stare dentro e fuori le convenzioni, è ormai anche lui dentro il grande nulla.
Tecnicamente, poi, il film è una summa di scene corte pochi minuti (alternate per famiglia o personaggio che fanno fatica a sviluppare), montate con velocità di passaggi, sempre maggiore nelle ultime due puntate, facendo sorgere il dubbio di coprire idee sottostanti, che tanti vedono complesse, ma magari non ci sono nemmeno. Sistema purtroppo usato nei film in cui si cerca invece di confondere lo spettatore.
Forse sarebbe stato più sincero se avesse detto: “ma chi sono questi alieni nei quali non mi identifico? Nel prossimo film non convenzionale ma creativo come i miei migliori, vi parlerò del futuro, visto che tutto questo è passato e morto”. E invece usa il mezzo social per fare solo la scena dell’invecchiato, polemico con il film Titane, vincitore di Cannes.
“Nanni dimostra ancora che vali!”
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.
- Pino Moroni
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5 risposte
Ciao Pino, leggo con piacere tutte le tue recensioni, anche venendo meno alla mia consuetudine di vedere prima i film di cui si parla. Aspettavo con trepidazione Tre piani, dato che non ho mai perso un film di Moretti. Ma stavolta c’era una ragione in più: l’emozionante romanzo da cui è tratto, forse uno dei più belli tra quelli che letto negli ultimi anni. Ero molto contenta che avesse voluto trarne un film. Scrivi del libero adattamento e quindi ti rivolgo una domanda: ammesso che fosse stato nelle corde del regista, pensi che non riconducendo la storia a casa Italia sarebbe stato più avvincente?
Ciao Iolanda, ho cercato di essere coerente con quello che avevo scritto nell’articolo su “La fine di un ciclo per il cinema italiano”. Purtroppo anche Nanni Moretti che ci ha accompagnato con le sue straordinarie idee e la sua ‘ splendida’ ironia di circa 40 anni, è finito. Ripete temi ricorrenti ed è solo lugubre. Ed ha trascinato in questa sua interpretazione della storia, come dici da Casa Italia, anche il suo bravo autore. Non doveva fare questo film, come non dovrebbero fare altri film registi che non hanno più idee e ricopiano male quello che hanno fatto i grandi registi (come Ettore Scola). Peccato non ci sia un cambiamento come invece sta accadendo nel Cinema americano di impegno civile o nel Cinema francese che vince a Cannes ed a Venezia ed in generale sembra come una “nouvelle vague”.
Spero di averti risposto. Un caro saluto.
Sì Pino, hai espresso chiaramente la tua opinione. Vedrò il film per sincerarmi di come sia stato possibile annullare tanta poesia e tanta lungimiranza che il romanzo omonimo possiede e di cui nessuno parla. Grazie della tua recensione e dei consigli di visione.
Caro Pino, ho letto solo ora il tuo pensiero sull’ultima (rigorosamente in ordine di tempo) fatica di Nanni Moretti. Non sono per nulla d’accordo con te. Certo, il film è aspro, ruvido, dissonante, ma è il prodotto di Nanni oggi, in questi tempi aspri ruvidi dissonanti, certamente poco miei e poco suoi. L’ho tagliato a pezzi (il film), notomizzato, e alla fine ho concluso che è l’unico film che Nanni oggi poteva fare e Nanni i film li sa fare, eccome! Ne ho scritto a lungo, abbastanza per non dilungarmi in questa occasione. Sai dove trovare la recensione. Male che vada ci vediamo alle 6 del mattino di domenica prossima dietro la chiesa: duello all’ultima goccia d’inchiostro. Hasta luego
Caro Tano, posso anche capire l’evidente ‘livore’ di un acuto osservatore come Nanni Moretti, della società Italia, che si è venuta man mano riducendo a pura paranoia (lasciamo perdere le interpretazioni freudiane) ma perdere la sua proverbiale ironia, no! La stessa con cui invece hai condito le nostre divergenze di pensiero, solo su questo film, sfidandomi ad un duello all’ultima goccia di inchiostro. Parafrasando una sua famosa frase: “Nanni aridicci qualcosa di morettiano, ti saluto e ti ringrazio.