Oscar Boyson regista dell’interessante Our hero Balthazar, suo primo film, non è l’ultimo arrivato.
Dopo anni di collaborazione produttiva con i fratelli Safdie (Leone d’argento per la regia all’ultimo Festival di Venezia) ed i vari ruoli tecnici assunti nei film di Noah Baumbach e Greta Gerwig (ormai famosi per Barbie), ha cercato con l’aiuto di Ricki Camilleri, di realizzare un film nuovo, più crudo ed approfondito sui teen ager americani (non più solo giovanilismo sentimentale-festaiolo alle High School Music o alle American Pie).
Un film con cui abbraccia la complessità dei pensieri e dei comportamenti di una generazione che si affida ciecamente alle tecnologie, in cui crede di vedere il futuro ed alle mode sociali di facile visibilità, pur sapendo che per arrivare non basta solo l’apparenza ma le conoscenze giuste ed una dura gavetta.
Il successo, in ogni campo, anche quello sentimentale non è dovuto solamente al saper fingere bene. Questo si chiama bluff e delle sue scoperte ne sono piene le cronache.
Un film che parte dalla solitudine, per non dire la noia di un ragazzo ricco della New York bene, Balthazar (Jaeden Martell). Viziato dalla madre (ricca separata e desiderosa di far parte della cerchia di un senatore di Washington) che ha bisogno di far parte di una comunità, per non perdere i contatti umani (ha solo un Life coach che pensa a prendere uno stipendio e si sollazza nella piscina della famiglia del ragazzo con i suoi amici).
In un mondo in cui c’è ormai fame di visibilità, Balthazar (si fa chiamare Balthy alla francese) si è creato un suo profilo social, in cui esperimenta e posta falsi pianti ben recitati, per dimostrare la simpatia con le vittime dei giovani uccisi nelle stragi avvenute nelle scuole dell’Arkansas.
Balthazar cerca di filmare e postare video con una faccia inondata di lacrime, la più tormentata e sincera possibile, ricevendo empatia dai follower, ma anche critiche. Per lui piangere diventa una fake performativa.
Viviamo un’era in cui non solo quello che si dice ma anche tutto quello che si fa diventa un falso recitato. Quando gli alti livelli di espressione non genuini ma artefatti ottengono una approvazione sincera, il valore di ogni esibizione va al di là della realtà dei fatti. Fino ad arrivare a veri disturbi di identità psicopatiche, in una deriva delle personalità nascoste, con un fascino horror nascosto dietro un’apparente normalità.
All’improvviso Balthy riceve un video con spari ed uccisioni da un follower del suo profilo social. Un troll che pubblica messaggi provocatori per disturbare ed impaurire gli utenti. Oggi questo metodo è molto usato nei gruppi, nei forum, nei blog ed anche nelle mailing list. Il troll di Balthy si denota come Death-Dealer (portatore di morte) e minaccia di compiere una strage in una scuola del Texas.
In una esercitazione di emergenza a scuola per provare la sopravvivenza nelle sparatorie di massa, tenuta da un’azienda specializzata a livello globale, Balthy conosce una ragazza, un’attivista intelligente, che accusa gli Stati Uniti di inseguire la stessa violenza che essi stessi creano. Quando Balthy, portata la ragazza a casa sua, le farà vedere il video ricevuto dal Troll, lei schifata gli darà dell’ipocrita, del falso interessato, solo un follower del trendy del momento.
Per conquistare l’interessante ragazza, Balthy (rimasto solo per il suo compleanno) parte per il Texas, sentendosi un eroe se riuscirà a fermare il troll stragista. Per contattarlo ha intanto creato (con l’IA) un suo alter ego femminile, con tanto di foto e di voce. Questa moda è oggi molto attuale, quella di creare identità fittizie spacciate per vere in rete, con le conseguenze dei tanti drammi che producono sui fragili e sugli ingenui.
Ma la sorpresa è che lo sconosciuto è soltanto un altro povero solitario, Solomon (Asa Butterfield), un bravo ragazzo sfigato, (un incel scacciato dal lavoro per l’accusa di una commessa di averla infastidita), orfano di madre, accudisce con amore la nonna, mentre un padre imbroglione, approfittando del suo amor filiale, specula su di lui, costringendolo a fare il venditore di integratori di testosterone. Purtroppo il disgraziato padre ha lasciato a Solomon anche molte armi pericolose da nascondere.
SPOILER – Balthy si ritrova ospite di Solly, che malgrado tutte le menzogne, ormai scoperte, gli offre la sua amicizia disinteressata e tutta la sua empatia. Ma Balthy non vuol capire che Solly non è capace di far del male, anzi impara lui stesso ad usare le armi con gusto e lo spinge ad agire, per fermarlo e diventare poi un eroe.
In questo momento si vengono anche a manifestare tutte le differenze sociali ed economiche dei due ragazzi, che non potranno mai diventare amici. Tanto sono differenti una città come New York ed un paesino del Texas, un facoltoso liceale ed un povero venditore ambulante. E poi due solitudini digitali non possono fare comunità.
Nel finale Balthy, attraverso le tante conoscenze della madre, avrà la soddisfazione di una sua visibilità, ma, invitato in televisione per una intervista su “eroismo o assassinio”, riuscirà solo a dire una frase sentita su un articolo di cronaca relativo ad una strage scolastica: “Stiamo lottando per le nostre vite”.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.











